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La rinuncia

AgricoltureL'Almanaccoslider

Elena partecipa a La Terra Trema dal 2016. Si è presentata a noi per com’è fatta, senza fronzoli. La sua azienda agricola si trova nel cuore dell’Umbria ma lei, bergamasca, è arrivata lì con ponderosità lombarda. Col tempo quel territorio le ha insegnato a guardare all’agricoltura in modo diverso, assecondando, per esempio, quel che chiede la terra e non i precetti disposti da chi, della sua terra non sente l’odore tutte le mattine.

testo di Elena Vezzoli, foto di Bruno Piarulli

Pronto, Elena? Ciao, sono Laura di La Terra Trema…
Comincia così questa storia una sera di marzo, con una telefonata. Elena sono io e in questi giorni sto potando il vigneto a testa bassa. Ho tutti i muscoli indolenziti. La mattina mi sveglia il dolore al braccio destro. Come lo metto lo metto, e comunque mi fa male.
Il vigneto è un piccolissimo vigneto di due ettari e mezzo (Sangiovese e Grechetto) su delle bellissime colline in un angolo felicemente dimenticato dell’Umbria, zona nord-ovest, geograficamente sopra il Trasimeno. Da sopra Preggio, che è un grumo di case in cima a una collina, come usano i villaggi qui in Umbria, si vede il Trasimeno, ma scendendo si perde lo scorcio e da dove siamo noi si vedono solo le colline oltre le quali sappiamo esserci il Trasimeno. Preggio è a 630 metri, noi un centinaio sotto. E’ una zona davvero tranquilla. Dal grumo di case distiamo 2,5 km di strada bianca, non abbiamo vicini, non ci sono vicini. Il pastore, che abita in paese, transita sulla strada bianca due volte al giorno su e giù per andare a mungere le pecore. La stalla è un chilometro più sotto. La strada bianca trecento metri sopra di noi.
Siamo soli. Siamo felicemente soli.
Due ettari e mezzo di vigneto, milletrecento ulivi, una quarantina di arnie (il numero è instabile di anno in anno). Cani, gatta, pollame, orto.
Soli.
Appena arrivati qui, quattordici anni fa, dalla Val Seriana, come prima cosa abbiamo chiesto la certificazione biologica dell’azienda, dei prodotti e dell’agriturismo.
Oggi non abbiamo più la certificazione biologica.
Laura mi propone di raccontare le ragioni sulle pagine de L’Almanacco, accetto. 

Ecco…
Innanzitutto preciso che abbiamo rinunciato noi ad avere la certificazione. Non ci hanno “decertificato”. Quando abbiamo chiesto la certificazione quasi nessuno in Umbria, o pochissimi, sentivano l’esigenza di “biologico”. Ma venivamo dalla Lombardia dove quella certificazione sembrava assolutamente necessaria per vivere e mangiare sano e siamo arrivati in Umbria, o meglio siamo arrivati in questo remoto angolo dell’Umbria in cui nessuno sembrava condividere la nostra esigenza. Perché mai? Ce lo spiegò un agronomo. La qualità della vita è molto alta in Umbria. Si mangia bene, si beve bene e non ci sono proprio i livelli di stress che ci sono e che c’erano in Lombardia. Quindi tutto era già “biologico” senza bisogno di certificazioni. 
“Biologico” prospera dove meno “biologico” è l’ambiente e lo stile di vita. Ma noi, lo stesso, eravamo convinti che la certificazione fosse necessaria. E così l’abbiamo chiesta subito ed ottenuta dopo il necessario periodo di conversione. L’azienda che avevamo acquistato era abbandonata da moltissimi anni. I campi incolti, gli ulivi fagocitati in un bosco di querce.
Ma lo stesso, la norma prevede un periodo di conversione, indipendentemente dalle condizioni di partenza.
E abbiamo ottenuto la certificazione.
Cosa significa ottenerla? Significa dimostrare di avere le carte in ordine. Significa compilare registri indicando quando sono stati effettuati i trattamenti con i prodotti autorizzati e produrre copia delle fatture in cui si dimostra che ciò che si è acquistato (sementi, prodotti fitosanitari, materie prime) sono conformi al disciplinare del “biologico”. Da veri lombardi stressati noi non avevamo contemplato assolutamente l’ipotesi di utilizzare nulla che non rientrasse nel disciplinare e di quello che usiamo cerchiamo sempre e comunque di usarne il meno possibile. Siamo convinti che un ambiente in salute abbia maggiori difese nei confronti di patogeni e accadimenti inattesi. E siamo convinti anche che maggiore biodiversità supporti la salute di un ambiente. Insomma pensavamo e agivamo già “biologico”.
Ma ci sembrava indispensabile il patacchino.
Oggi, dopo 14 anni, le nostre convinzioni in materia ambientale non sono proprio cambiate, piuttosto si sono radicalizzate.
Però abbiamo deciso di rinunciare alla certificazione.
Forse non tutti sanno che quel cosiddetto patacchino, noi, in questi anni, come tutti gli altri suppongo, lo abbiamo ottenuto dopo che gentili controllori, tecnici certificatori spendevano una o più giornate qui ad esaminare carta. Una o due o più giornate all’anno spese a mostrare registri e carte ai tecnici non è una cosa che abbia senso per una minuscola azienda come la nostra. In 14 anni è stato prelevato un solo campione di foglie di vite, uno di cera di favo e uno di olio. In 14 anni…
Non ha senso per noi.

Ottenere la certificazione significa pagare i certificatori: Ti pago perché certifichi (e controlli) che io faccia tutto come da disciplinare e, quindi, mi dai il bollino. Il costo (il costo in denaro, a parte la rottura di balle di due o più giornate all’anno spese coi tecnici) per ottenere la certificazione per realtà piccole come noi è oneroso.
Abbiamo anche ricevuto delle “diffide”. “Diffida” significa che la certificazione viene sospesa in attesa che venga messo a posto quello che è stato trovato non conforme. Una diffida l’abbiamo avuta perché ci siamo dimenticati di chiedere l’autorizzazione prima di stampare le etichette dell’olio e del miele. Erano uguali a quelle dell’anno precedente che erano state autorizzate, non ci sembrava necessario o forse ci è sfuggito, chi si ricorda… Le etichette andavano bene, naturalmente, ma non avevamo seguito la procedura corretta. Un’altra volta perché nella compilazione di un documento avevo utilizzato un termine non appropriato per indicare un prato incolto. E la volta in cui ci hanno fatto una diffida che più ci è sembrata paradossale è stata quando hanno notato che sull’etichetta dopo “numero” mancava il puntino, c’era la “n” senza il puntino.
Ogni anno mi dicevo che non aveva senso, ma mi sembrava ancora indispensabile quel benedetto bollino in etichetta.
Ci siamo stufati. Abbiamo pensato che forse a chi acquista i nostri prodotti interessa di più sapere se quello che ingerirà è sano e senza residui di alcun tipo, piuttosto che crucciarsi se manca un puntino dopo la n. Mi sbaglio? E così abbiamo cominciato a fare le analisi del miele, faremo quelle dell’olio e produrremo quelle del vino. Ci sembrava più sensato. Facendo le analisi di tutti i nostri prodotti spendiamo meno di quanto spendiamo per ottenere la certificazione.
Siamo minuscoli, col nostro prodotto vendiamo la nostra faccia. E’ già difficile così. Chissenefrega del “patacchino”.
Probabilmente per grandi aziende, che producono un mucchio, ha senso pretendere che qualcuno certifichi che tutto sia fatto come si deve.
A me lo potete chiedere direttamente, guardandomi negli occhi, venendomi a trovare, vi produco le analisi, facciamo una passeggiata insieme qui intorno, vi faccio vedere come vivono le api, come lavoro nel vigneto.
Il nostro modo di lavorare in questo ambiente non cambierà di una virgola. 
Non pensiamo che ci siano metodi alternativi, continueremo a fare come abbiamo sempre fatto, cercando di migliorarci sempre, di raddrizzare il tiro quando serve.
E così d’ora in poi sul miele di Preggio mancherà il bollino e sulle bottiglie dell’olio anche. Noi siamo sempre gli stessi, il miele anche, l’olio pure, per non parlare del vino. Senza patacchino.

Società Agricola Preggio, Umbertide (PG) 

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 16
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 14 Lug 2020

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