Lo Stato d’emergenza evidenzia mancanze e inettitudini dei cosiddetti apparati. Ministeri, burocrati, rappresentanze sindacali o di categoria, distribuzione poco o niente riescono a tenere in piedi in tempi di pandemia.
È tornasole su carta. È finito il tempo della speranza e della delega, si riprenda in mano la cultura materiale, la facoltà sul proprio sapere, sulla conoscenza e sulle scelte, si riprenda in mano la potenza delle relazioni reali.   

Testo e immagini di Daniele De Michele donpasta

E alla fine i delegati dei proprietari arrivano al punto. 
La mezzadria non può più funzionare. Un uomo con un trattore può prendere il posto di dodici o quattordici famiglie. Gli si dà il salario e si prende tutto il raccolto. Dobbiamo farlo. 
Non ci fa piacere farlo. Ma il mostro è malato. 
Al mostro è successo qualcosa. 
Ma così ucciderete la terra con tutto il cotone. 
Lo sappiamo. Dobbiamo sbrigarci a prendere il cotone 
prima che la terra muoia. Poi venderemo la terra. 
All’Est ci sono famiglie che vorrebbero possedere un pezzo di terra. 
Gli uomini accoccolati alzavano gli occhi, allarmati. Ma cosa sarà di noi? Come faremo per mangiare? 
Dovrete lasciare la terra. Gli aratri verranno a spianare la vostra aia.
John Steinbeck, Furore

Daniele, mi stanno cacciando dalla campagna dove la mia famiglia vive da più di un secolo.  Il vecchio proprietario terriero è morto e la figlia vuole vendere. La banca non fa aprire un mutuo a mia figlia. Qui stanno chiudendo tutte le imprese agricole. Ci stanno per far morire. E voi della sinistra che fate? 
“Modesto che c’entro io? Io non conto un cazzo! E poi io non sono la sinistra, io sono donpasta e al massimo provo a fare un film su di voi. Sai che gliene fotte ai giornalisti e gli intellettuali di me e voi?  Niente”. 
Daniele, la sinistra degli agricoltori non se ne fotte nulla. In questa Regione comanda il Pd e i dirigenti hanno fatto i soldi con le pale eoliche, ma a noi contadini ci stanno uccidendo.
Ci state abbandonando.
Non c’è niente di più doloroso e frustrante di non sapere cosa fare, di sentirsi impotente rispetto a un problema che è più grande di me, di Modesto e di tutti loro. Io avevo fatto il lavoro sui contadini, sui pescatori, sulle nonnine perché vedevo che la sinistra, gli artisti, gli intellettuali, l’Unione Europea li stavano abbandonando.
Ma nei fatti un artista anarchico e iconoclasta non può fare nulla. Al massimo mi chiamano un po’ per friggere in giro per il mondo. 
Al Partito Comunista non servivano Gramsci, De Martino, De Seta per capire che il mondo rurale è la base di ogni ragionamento di sinistra, figurati quanto possa servire nel 2020 la mia di riflessione sui mondi rurali abbandonati dalle modernità. A una ceppa.

Modesto è il personaggio principale del mio film-documentario I Villani, perché racchiude tutti i pensieri più importanti di questa analisi: la trasmissione del suo sapere alla figlia, il produrre nel rispetto dell’ambiente, l’essere pronto a produrre illegalmente nel momento in cui la legalità non rispetta l’etica di un’agricoltura veramente naturale.
Grazie a La Terra Trema mi permetto di scrivere degli appunti per un libro sul furore nei campi.  

La mia ricerca iniziò attraverso una semplice domanda: mi prepari una ricetta?
Ho girato l’Italia intera, intervistando nonnine, contadini, pescatori, allevatori, camminando indefessamente per cinque anni le campagne, i porti, i boschi, negli anfratti più reconditi di un’Italia dimenticata, omessa e negletta.
Mi concentravo su di loro, su come cucinavano, come producevano, come pescavano, sulla loro intelligenza e sapienza che esercitano nel farlo e sul loro disagio di fronte ai danni che la contemporaneità rischia di fare su quel sapere. Li osservavo nella loro vita sociale, nelle loro pratiche quotidiane, nella loro intima coerenza negli affetti e nel lavoro. È lì che incidono nella vita reale delle persone, della comunità cui appartengono, mostrando che la cucina italiana è inesorabilmente figlia di un sapere e di una prassi familiare e collettiva, accessibile a chiunque, di qualsiasi classe sociale, e da cui non si può prescindere, pena la sua estinzione. La cucina popolare è codificata e tramandata oralmente da gente che apprende attraverso la capacità di osservare, dedurre, trasformare, che tutti gli esseri umani hanno. 
Attraverso loro, mi ponevo i seguenti quesiti: Cos’è la cucina italiana? Come si è costruita nel tempo? Cos’è successo con l’avvento della modernità al patrimonio culturale italiano? Che conseguenza hanno avuto i cambi di abitudini alimentari, la globalizzazione del commercio, le regolamentazioni sanitarie su tutte le pratiche tradizionali alla base della gastronomia italiana? Soprattutto: la cucina è un fatto tecnico o un fatto sociale? Come definiremmo poi una tecnica in cucina? 
Emergeva soprattutto che il cibo non è un concentrato di tecniche astratte, proprie dell’alta cucina, ma un luogo simbolico dove la cucina è fatta di:
– saperi condivisi, tramandati, trasformati nel rapporto dinamico tra persone, tra generazioni;
– arte o gesto creativo dell’individuo, che inventa con gli stessi ingredienti (a volte pochissimi) alchimie diverse mantenendo viva la cultura tradizionale; 
– veicolo di affetti, nell’atto di cucinare (e mangiare) per qualcuno, con qualcuno.

Esiste da millenni una tecnica in cucina che è vecchia quanto l’origine dell’uomo: impari osservando, sbagliando, ripetendo. Non impari perché qualcuno ti spiega come farlo. 
L’avvento della contemporaneità è andato a spezzare un’attitudine culturale che permetteva a chiunque nella comunità di saper mangiar bene, mettendo in crisi non solo gli strumenti per il proprio approvvigionamento e sostentamento, ma andando a incidere inesorabilmente sui meccanismi cognitivi che sottintendevano quel sapere, che era collettivo e individuale al contempo.
Ne dedussi che cucinare bene rende libere le persone e capii osservando la follia del racconto attuale sul cibo, del mercato mondiale del cibo, che la società non vuole persone libere, vuole contadini schiavi e consumatori cretini.
Ma tra i miei Villani, emergeva un’intrinseca coerenza in ogni passaggio di questa filiera familiare, dal seme conservato da generazioni, all’allevamento dei maiali per i bisogni dell’intero inverno, per finire al rispetto dei tempi e degli ingredienti in cucina, in un continuo passaggio di consegne tra nonne e nonni, figli, figlie e nipoti. 
Questa gente mi raccontava il suo stare al mondo, il suo rapportarsi alla terra e alla storia del luogo che gli aveva dato nascita. Era in questo intessersi delicato, talvolta ironico, talvolta doloroso tra i racconti intimi del loro vissuto e il loro cucinare con perizia, intelligenza, senso dell’osservazione che veniva fuori il senso più profondo della cucina italiana: il suo essere saggia, gustosa, parsimoniosa, rispettosa dei prodotti della terra e del mare.
Questi uomini e queste donne sono testimonianza di un modo di intendere il cibo, quindi l’economia, quindi la società, in opposizione all’evolversi dell’idea di cibo attuale e delle sue conseguenze sull’economia. La loro estrema lucidità diventa una ribellione individuale nata dalla consapevolezza quotidiana del conflitto inesorabile che si crea tra i gesti della cucina popolare e le alienazioni che la modernità genera su quest’ultima. 
I Villani sfidano la grande distribuzione, producono rispettando la natura, l’alimentazione dei figli, in modo biologico e talvolta fuori dalle norme sanitarie, per la sola ragione che se devono produrre cibo, devono farlo nel rispetto della terra, del lavoro e della loro libertà.

Ma è proprio nella quotidianità, nei loro rapporti, nella loro cucina, nelle persone che loro incontrano che ci si accorge della loro capacità di rendere la loro resistenza come pratica collettiva in contrapposizione a un sistema che li voleva asserviti, omologati, snaturati, emarginati.
Lo scontro con le aberrazioni dell’agroindustria e dei cambiamenti alimentari diventa per loro uno scontro identitario in cui fanno chiaramente emergere come l’accettazione di questo nuovo mondo andrebbe in conflitto vitale non solo con il loro cibo, con i loro prodotti, ma con il loro stesso stare al mondo, come persone eticamente sane. 
Ci si accorge dell’elemento eroico di chi in questa sorta di resistenza che è intima, culturale e politica, fa emergere un altro modello di rapportarsi al cibo e alla natura, un altro modo possibile di vedere il cibo, dunque il mondo.
Ne viene fuori un conflitto tra le parti, una resistenza, una proposizione di un nuovo vivere che benché ancorato al passato diventa attuale e vitale. 

Tutti possono far funzionare il cervello in quel modo. Ma non lo si fa più.
Ma la cucina italiana così nacque, per questo è democratica, perché concepita dall’uso della fantasia in una situazione di emergenza. Nata da persone comuni, spesso analfabete, che si mettono assieme e codificano un piatto attraverso una convenzione e un canovaccio che ciascuno poi segue e rielabora, senza allontanarsene troppo. Esistono varianti di parmigiana tante quanti siamo in Italia. La stessa ricetta, ma ognuno a suo modo. Certo, tutto si è interrotto quando la modernità ha pensato di spiegare come si fa un piatto di pasta al sugo scrivendolo su un ricettario, quando ha dato loro i semi delle multinazionali e i fitosanitari per far crescere rapidamente le cose, senza spezzarsi la schiena con la zappa. 

Marx l’aveva chiarito bene: se togli la zappa, alieni non un oggetto, ma un saper fare le cose, un saper intravedere, un conoscere.
Noi non abbiamo modo di essere come queste persone, abbiamo una storia diversa, e loro sembrano venire da un’era prima della Rivoluzione industriale.
Ma come loro, abbiamo l’obbligo di porci in modo critico rispetto a una idea di cibo che è nei fatti distruttiva dell’ambiente, della storia e delle identità. Serve il sapere universale del popolo in cucina perché loro hanno conservato un elemento di informazione dell’idea di essere umano non scisso ma in rapporto con la natura. 
Delle persone comuni che come Antigone scelgono che una legge umana è più importante della legge del re, se questa è ingiusta.
Delle persone comuni che se arriva Faust che gli dice: più comodità e meno sacrifici, ma la passata di pomodoro farà un po’ cacare, loro… lo mandano affanculo. 
Non esiste a mio avviso una resistenza sana al capitalismo agroindustriale che non passi dalla storia di queste persone, che con intelligenza hanno costruito un patrimonio millenario di ricette accessibili a chiunque. Non bastano, gli scienziati, gli intellettuali, i cuochi, gli attivisti per resistere. È un pensiero monco della borghesia illuminata pensare di poter bastare a se stessa con le sue buone pratiche, il suo essere dalla parte giusta.
È un pensiero elitista, non democratico, razzista.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 16
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 4 Giu 2020

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