Attraversato il paesaggio piatto tipico della bassa padana, con un sole intimidito dalla nebbia, arriviamo da Stefano Malerba dell’Azienda Agricola Gualdora. In questa terra collinare di confine, a ovest del piacentino, dove il vino si fa da due millenni abbiamo aggiunto conoscenza e consapevolezza al nostro patrimonio personale e collettivo 

Di Laura M. Alemagna e Paolo Bellati
Foto di Laura M. Alemagna

Superi il Ticino poi lascia il passo al Po.
Ogni anno al Folletto25603 si mette mano alla Carta dei vini della Terra. Si aspetta la Fiera Feroce, si fanno decantare le nuove conoscenze, le impressioni, le sensazioni.
La Carta dei vini della Terra è una piccola carta dei vini che componiamo dal 2008 per lo spazio di provincia che gestiamo. In seconda di copertina leggi scritto: ogni vino scelto è archivio della terra, assaggiato, annusato, ascoltato. Ogni nome, ogni bottiglia è volto, paesaggio, profumo, colore e consistenza della terra, acqua, pietre. Storie ascoltate di fronte a geometrie di viti.
Se ripercorri quelle Carte a ritroso leggi la storia della nostra manifestazione. Una storia familiare, un moto ondoso costante, un susseguirsi, diagrammi di flusso di (eroiche) imprese.
Crescite, cambiamenti, non solo nostri ma dell’intero panorama vitivinicolo italiano. Se guardi bene.
Leggi i legami degl’inizi, l’eco veronelliana, il genio e le intuizioni, le (ultime) nuove leve di una storia che si apprestava a un cambiamento sostanziale. Il Prosecco di Eris, Gli Scarsi di Pino, il Nebbiolo di Marco, il Gaggiarone di Annibale, la Fogarina di Amilcare, il Brachetto di Claudio, la Valpolicella di Angelo, Nicola e Silvia.
Leggi le aperture che avverranno da lì in poi, le fasi nuove, il divenire, i diventanti, i diventati. Il Grillo di Nino, il verdicchio di Corrado, gli amori longevi: La Moglie ubriaca di Elena e dei suoi figli, il Gattorosso di Daniele, il Pecorino di Jacopo, l’Erbaluce di Antonella, i vini di Claudio, sempre presenti. Tra le righe, in questo lungo avvicendarsi di storie e di scelte, tra le note e le parole raccontate dai vini c’è molto di più di quel si sia in grado di cogliere.
È gennaio. La nuova carta è pronta. Il vino di Rarefratte è arrivato, abbiam scelto la sua Sciampagna. Gli altri sono conferme, Claudio, immancabile e prolifico, questa volta con la Nascetta, il Black Rebel valsusino di Luca, Matteo, Valentina, poi Lino e il suo garbatissimo imprecare dall’Etna, Matteo e Andrea con Re Nudo, Paolo e il suo Vermentino, Stefano Malerba di Gualdora, col suo Gutturnio di Ziano Piacentino, che andremo noi a prendere questa volta.

Gigante scorre il Po
La strada che porta a Stefano è segnata dall’acqua di fiumi e torrenti. Ticino, Po, Gualdora, Tidone.
Certo scorrono anche le merci, in abbondanza, con forza inumana. È il piacentino, il suo polo logistico che prevarica tutto, fiumi, mari, alpi, appennini e persone, certo. Amazon, Ikea, TNT, General Logistics System.
Ma noi guardiamo la pianura che muta e poi le colline, moltissime, ordinatamente vitate. Ziano Piacentino, piena Val Tidone, non è distante ma la strada è ingannevole, cambia, svolta, cerca, metti attenzione
Se non ci muoviamo noi, qui non ci arriva nemmeno il virus senza che gli spiego la strada. Ci dirà giorni dopo Stefano quando l’emergenza sarà pienamente esplosa, rendendo tutto grottesco, fragile, surreale.
Lo abbiamo avvertito con poco preavviso ma nonostante questo dice che ci aspetta, sono anni che ci invita a Gualdora
Frazione Montalbo, località Case Gualdora. Arriviamo in questa terra collinare di confine, a ovest del piacentino, dove il vino si fa da due millenni.
L’ultima curva, poi ci accolgono una giornata soleggiata, Frida, una giovane lupa all’inizio guardinga e, tutt’attorno, le vigne.
Stefano si affaccia, indaffarato, dalla cantina, ha da affrontare un travaso con un poco di urgenza.

Finalmente lo incontriamo a casa sua
Pochi vignaioli sono arrivati fino al Folletto25603 e lui è uno di questi. È venuto a portare il vino nel corso di uno dei suoi spostamenti tra Milano e Ziano.
Lo conosciamo dal 2011, quando con il sorriso tutto suo si è presentato con i primi vini a La Terra Trema. Fiero e guascone. Da allora, abbiamo costruito anche insieme a lui la nostra manifestazione. Recentemente è arrivato alla Fiera Feroce e al suo seguito c’era un’intera troupe per un piccolo documentario che gli stavano dedicando. Così, nel via vai, lo ritrovavi al suo stand perennemente microfonato, sotto l’occhio mai spento di una camera a mano. Gualdora nasce tra il 2007 e il 2008. 
Stefano è un perito elettronico, lavora nell’ambiente delle telecomunicazioni per anni, gira l’Italia, gira il mondo. Abita a Milano ma ha una relazione forte con le sue origini e la sua terra, il piacentino, per l’appunto. Va avanti, avanti, fino a che la scelta non matura: lasciare Milano, lasciare il lavoro e ricominciare da un legame familiare mai spezzato, quello con l’agricoltura, col territorio, da un legame robusto, forte, coltivato dall’infanzia. Col supporto morale, fisico e cognitivo dello zio materno rileva nel 2008 le vigne che oggi sono sotto al nostro naso. Tre ettari e parte di un piccolo caseggiato. Lì il vino si è sempre fatto. Nel bene e nel male. Ma quel che rileva è per Stefano, un modo vecchio, vetusto di coltivare, difficile da lavorare, improduttivo e per niente efficace. Lui con una concretezza che, abbiam capito, lo contraddistingue decide di espiantare e sostituire con nuove viti (Barbera, Croatina, Malvasia e Chardonnay) con impianto moderno (Guyot e Cordone speronato).

Stefano costruisce il suo progetto di vita con sicurezza e idee chiare. Prende in breve tempo una laurea in enologia a Piacenza, sistema ben bene la casa, lavora per la realizzazione di un piccolo B&B da pochissimi posti, suddivide gli spazi della cantina adeguandoli a quel che ha in mano. Nulla di più.
Così, con pragmatismo, suddivide tre zone del caseggiato per tre fasi di vinificazione: fermentazione, all’esterno, in vasche di cemento; affinamento in legno, cemento e vetroresina nella vecchia cantina; imbottigliamento, etichettatura e stoccaggio in un altro spazio, là dove forse c‘era un piccolo fienile. 

Gualdora è in un colpo d’occhio
Gualdora è l’ombelico di una vallata, piccola e soffice. La casa, la vigna, la cantina, il piccolo nugolo di animali che abita quel luogo: la gatta Eva, la pecora merino Marina, l’asina Giacinta, Frida, le galline e una femmina di bracco tedesco a pelo duro, sempre chiusa nel serraglio perché per le galline, i tacchini e i gatti del vicinato è un pericolo pubblico. Quando esce è sorvegliata a vista. È una briccona e rischia il bastone dei vicini.
Tutto è a portata di sguardo dunque. Ma se prima era quasi un sistema panottico e Stefano governava tutto quanto da solo, da qualche tempo si è aggiunta Florencia, la sua compagna, forse l’unica presenza fuori controllo
Florencia è arrivata d’emblée, come una pioggia estiva. Dalle parti di Salto, cittadina ai limiti tra Uruguay e Argentina, terre di confino garibaldino, terre di emigrazione. Ha portato da lì un’ulteriore declinazione storica e familiare del territorio e, conseguentemente, anche di Stefano.
Quest’anno lei ha affrontato la potatura quasi in solitaria e la cura degli animali. Stefano si concentrerà sul lavoro in cantina.
Attraversiamo la vigna, le terre gialle e grigie di argilla, arriviamo fino al torrente e alla boscaglia, ci scortano l’asina e dietro di lei Marina. Stefano racconta della sua storia con una serenità sorniona, allegra. Assaggiamo qualcosa.
Florencia ha portato il pane fresco ed esce di casa con una pentola a pressione. Allestiamo un tavolino sotto il fienile. All’aperto. Baciati dal sole. 
La pentola ha cotto piccoli cotechini tipici della zona,preparati da un vicino di casa. Sono più piccoli e delicati di quelli lombardi, come non cedere. È d’obbligo assaggiarli nel pane accompagnati dalla Malvasia di Candia, frizzante e secca, di Stefano, Blanca. 
Sembra che qui il vino e la viticoltura non siano il fine, ma un mezzo per demetropolizzare la vita, l’espressione di un sogno: vivere a contatto con la natura usando le sue risorse in modo responsabile per adottare uno stile di vita migliore. 
Stefano è molto sereno e sicuro del lavoro che ha fatto e che continua a fare, non ha stress da prestazione, si tiene ben lontano dalla retorica e dalla celebrazione della figura del vignaiolo, dalle master class dei nuovi fenomeni del vino. Il dato di fatto è che frequenta poche fiere: La Terra Trema, Enotica al Forte Prenestino e poco altro. 
Da sempre ha insistito sull’agricoltura biologica (certificata) per vini, a nostro avviso, di grande qualità. 
Il Gutturnio Superiore DOC Otto rappresenta modernamente le sue origini e questa terra, con la consapevolezza di chi ne conosce bene la storia e vuol rispettarla anche nell’indicare nuove strade. 
Il Gutturnio, da Barbera e Croatina, è un vino con un passato, tra i primi a ricevere la DOC in Italia.
È un vino forse gravato da luoghi comuni, è noto come un vino frizzante, beverino, giovane, padano fruttato, amabile. Ma è un vino di territorio e mica solo a parole, innegabilmente il territorio lo consuma, lo mastica, come liscio e mazurca, con affettati, guance rosse, sonore risate. In un momento in cui vino di territorio è etichetta da esportazione, il considerevole uso e consumo varrebbero la pena d’una analisi spensierata sulla stanzialità di queste veraci bevute.
Il Gutturnio di Stefano stupisce, con la sua fermezza, con i suoi profumi. Noi lo sappiamo bene e da due anni è presente nella Carta dei Vini del Folletto25603. 
Otto è un vino fermo, strutturato, profumato e speziato, un anno ad affinare (il 90% in cemento e il 10% in barrique) e altri 6 mesi in bottiglia. E potrebbe tranquillamente evolversi, invecchiare. 
Dal Tramonto all’Alba è il suo metodo classico Brut da uve Chardonnay. Na’ de Na’ è, una bonarda affinata in legno senza solfiti.
Assaggiamo un prototipo. Stefano racconta di un suo nuovo progetto Uy, da vigna nuova, impiantata nel paese di sua madre, poco più in alto. Pinot Nero che, come piace a Stefano, ambisce a stupire. 
Racconta di stimoli, intuizioni, di aspirazioni. I vini della Borgogna francese, la macerazione più breve in barrique (nuove e vecchie), i vini assaggiati a La Terra Trema, quelli di Nunzio e Désirée Puglisi, ad esempio, (…) È una storia di due viaggi, andata e ritorno. Racconta dello zio di mia nonna, che a principio del 1900 partì con moglie e figli, lasciando casa ed il poco che aveva per cercare speranza in Argentina. Di fatto finirono il loro viaggio in Uruguay (UY) nel dipartimento di Salto, e più precisamente nel paese di San Antonio. Perché lì gli furono assegnati circa 75 ettari di terra.
Da questa parte dell’oceano, i pochi metri quadrati lasciati finirono tutti in capo prima a mia nonna, poi al marito e quindi ai miei zii e mia madre. Io, in quei terreni a 600 metri sul livello del mare, ho piantato del Pinot Nero, uno tra i vitigni più nobili e internazionali, per omaggiare il coraggio di queste persone, la possibilità che ci hanno lasciato in eredità, ed il viaggio di ritorno che ha portato Florencia nelle terre dei suoi antenati.
È un’altra declinazione del lavoro di Stefano, della sua attitudine, della sua solerzia.

Lo abbiamo detto spesso. Guardiamo più alle forme di vita dei vignaioli e meno all’analisi organolettica dei loro vini. Non amiamo disquisire su vino naturale, innaturale, sulle quantità di solforosa, di puzze, puzzette, violette. Non frequentiamo addetti alla distribuzione del vino, frequentiamo poco i commercianti e le rubriche del food e beverage dei quotidiani, dei social, dei blog, della tv. Decisamente preferiamo la relazione personale e diretta e se nella bottiglia troviamo una storia, un territorio, condivisione, resistenze, se troviamo un indirizzo politico, sociale, economico diverso da quello più o meno graziosamente imposto, se a naso, vista e gusto percepiamo questi sentori, per noi il vino è quasi certo che sia di gran qualità.

Torniamo a casa. Stradella, valzer, mazurca, fisarmoniche. 
L’Emilia-Romagna ritorna Lombardia. Il viaggio è a ritroso. Anche nella memoria nostra e de La Terra Trema. Il caso ci porta in vigne che conosciamo bene, a Scazzolino di Rovescala, Oltrepò Pavese. Fermiamo l’auto e salutiamo la Croatina di Annibale Alziati, del suo storico Gaggiarone. Bella, in gran forma, scoscesa, verdissima, magnificamente esposta. 
Tanto estrema, tanto generosa. Lì avvenne uno dei primi battesimi del vino della ciurma feroce. Una vendemmia quasi regolamentare, nel 2007. Qualche bottiglia, ben custodita nelle cantine di Annibale, è inestimabile testimone di quel nostro fragoroso passaggio.

Azienda Agricola Gualdora, Montalbo (PC) 
www.gualdora.it

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 16
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 21 Mag 2020

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