Pubblico, privato, comune. Stato, mercato, autonomia. Le forze critiche e antagoniste italiane e non solo si dibattono da decenni nelle secche procurate da queste triadi. 

Testo di Lucia Tozzi
Fotografie di Jacopo Loiodice


Una premessa
(a cura de La Terra Trema)

In questi anni abbiamo percorso pezzi di strada accanto a centinaia di specificità territoriali e produttive capaci di conservare e innovare pratiche agricole, culture materiali e contadine. Realtà animate da persone che hanno scelto di restare/tornare/arrivare nei propri territori per costruire e intraprendere pratiche di vita sociale con formule nuove. Lo abbiamo fatto provando ad attraversare, a comprendere e, talvolta, a produrre e sostenere conflitto, alimentando un pensiero critico in autogestione e autonomia. Lo abbiamo fatto anche elaborando e appoggiando pratiche rifuggenti dal pubblico e dal privato, tentativi di de-istituzionalizzare le vite, e trovando nell’azione di gruppo una via d’uscita all’atomizzazione burocratica, una possibilità “trasformante” per i territori in cui si vive, capace di aprire a scenari nuovi. Se la catastrofe è inevitabile, nelle pratiche di relazione autonome e indipendenti troviamo il modo migliore per attraversarla. Lo abbiamo scritto più volte.

Sul solco di questo viaggio, nel corso dell’ultima edizione de La Terra Trema, abbiamo organizzato l’incontro “Dagli Appennini alle Alpi (passando per le periferie delle metropoli)”, un momento di confronto sulla colonizzazione in atto su montagne, paesi e periferie; sulle nuove frontiere di speculazione, appropriazione culturale, sfruttamento economico, sociale e territoriale. Lì si è detto di mani predatorie che puntano a borghi, a sperduti paesi, a governare e depredare le economie di terre di montagna e/o “marginali”, le stesse mani predatorie che hanno imbellettato città e centri storici, “riqualificato” e “rigenerato” per economie gentry espellendo il resto, togliendo persone, mettendo capitali, profitto. 

Paolo Bellati nel numero n. 27, Inverno 2022 de L’Almanacco, ha provato a fare una sintesi di quanto emerso nell’incontro. Nel suo scritto metteva in evidenza l’importanza di avere spazi aperti a pratiche radicali e indipendenti dalle istituzioni, fuori da finanziamenti/ricatti pubblici e privati. Nel testo si segnalava l’importanza di indagare e confrontarsi su quanto sta succedendo nelle cosiddette “aree interne”, su quanto è avvenuto e sta avvenendo nelle periferie, nelle province e in montagna, giacché questi sono i luoghi dove si giocano delle sfide epocali.

Lucia Tozzi, che aveva partecipato come relatrice all’incontro, prende parola su questo numero de L’Almanacco col testo che segue. Lucia è studiosa di politiche urbane, tra le poche che, in modo puntiglioso, ha raccontato e messo in fila processi e dispositivi di turistificazione, finanziarizzazione, marketing, speculazione e «cattura o neutralizzazione delle forze che potrebbero produrre attrito nel sistema e lotta alle diseguaglianze» in città come Milano (1). 

Nel testo che pubblichiamo mette in discussione alcune delle pratiche e tesi a cui facciamo riferimento nel nostro lavoro e riportate da Paolo sul n.27. 

Semplificando e polarizzando (intenzionalmente) questo confronto: da una parte, si sostiene che solo lottando per la riacquisizione di centralità e protagonismo del pubblico, di un pubblico che torni a essere altro dal privato finanziarizzato, solo lottando per vincolare le sue scelte all’interesse di tutti e renderlo responsabile delle sue scelte politiche, sia possibile organizzare anche quell’autonomia su scala sociale, territoriale e individuale che l’attuale regime neoliberale sta cannibalizzando. Dall’altra sosteniamo la centralità del continuare a strappare /conquistare spazi di autonomia sociale non dipendenti dal sistema pubblico e istituzionale (in quanto parte del problema). Che oggi, ad ambiti di autogestione e autonomia sempre più risicati e ostracizzati si contrappongano città/impresa sempre più estese ed escludenti non è un caso. 

Un confronto che, dal momento in cui si apre, non può sottrarsi dall’indagare e approfondire il ruolo non neutrale giocato dal cosiddetto “terzo settore”, soggetto fattosi impresa e complice dei processi che subiamo e che vengono raccontati nel lavoro di Lucia. Come veniva analizzato in un’opera collettiva edita da Sensibili alle Foglie del 2022 «Il lavoro sociale, l’intervento sociale, il mondo del sociale come li conoscevamo solo fino a qualche anno fa non ci sono più, finiti; quelle modalità di intervento sono ormai arrivate al capolinea. Il terzo settore è completamente stravolto dall’impatto con le tecnologie» (2). Una riflessione, dunque, necessaria se si vuole provare ad andare oltre le contraddizioni e istituire qualcosa di completamente nuovo, che parta anche dal conflitto con questo terzo settore.

Apriamo, allora, questo spazio di confronto, auspicando possa essere fitto, continuativo e approfondito.

1) Lucia Tozzi, L’invenzione di Milano. Culto della comunicazione e politiche urbane, Cronopio, 2023.
2) A cura di Renato Curcio, Ombre digitali sul lavoro sociale, Sensibili alle Foglie, 2022.

LA GENEROSITÀ DELLA LOTTA
Pubblico, privato, comune. Stato, mercato, autonomia. Le forze critiche e antagoniste italiane e non solo si dibattono da decenni nelle secche procurate da queste triadi. 

Testo di Lucia Tozzi

Di fronte all’ormai cinquantennale processo regressivo di privatizzazione dei beni pubblici e dei servizi pubblici la risposta prevalente è stata l’adozione di uno schema basico che identifica senza troppe cerimonie pubblico e privato, stato e mercato come forze che agiscono “dall’alto” secondo una modalità puramente estrattiva, alle quali non resta che contrapporre un’autogestione “dal basso” di beni e servizi non più definibili come pubblici – vale a dire, secondo la celebre definizione di Toni Negri, “beni privati dello Stato” – ma come comuni. 

Difendere i territori, difendere il diritto alla città, difendere persone e comunità dall’asservimento alla razionalità neoliberale sono obbiettivi politici oggi spesso legati a una visione orizzontale che rifiuta l’organizzazione gerarchica e il principio di delega, e che poggia su principi di mutualismo e cooperazione sociale idealmente posti al di fuori del principio economico. Se lo Stato e l’amministrazione pubblica, da sempre in varie forme garanti dell’ordine capitalista, si trasformano ogni giorno di più in facilitatori ed esecutori delle politiche neoliberali attraverso un insieme di leggi e pratiche definite come “New Public Management”, allora diventa necessario, secondo questa logica, costruire mondi solidali in grado di “riappropriarsi” dal basso e dai margini di tutto il maltolto e di ripristinare i diritti perduti. 

Questa posizione, di per sé molto attraente, pone però molti problemi e interrogativi. È pensabile, per prima cosa, concepire il mondo della cura – o della riproduzione sociale in senso esteso, che comprende oltre allo stretto lavoro di cura familiare e di manutenzione delle relazioni sociali anche la tutela degli ecosistemi naturali e antropici – come un fenomeno estraneo al capitale? 

Sarebbe difficile sostenerlo, soprattutto oggi. Il capitalismo si è sempre nutrito, per funzionare, di tutto ciò che apparentemente resta fuori dal circuito economico, dalle risorse naturali a quelle sociali, creando nuove ondate di appropriazione massiccia, nuove “accumulazioni originarie”, colonizzando e valorizzando categorie di beni materiali e immateriali sempre nuove. Terra, minerali, acqua, aria, energia, emozioni, cultura underground, folklore, dati, lavoro, organizzazione. Ora, dopo avere spolpato a fondo le istituzioni del welfare e valorizzato fino all’invivibilità i suoli urbani, le risorse più ambite sono i territori marginali e le organizzazioni solidali ancora permeate di energie critiche. La metamorfosi della finanza bruta in finanza a impatto sociale sta plasmando leggi locali e internazionali, investendo in centri di ricerca e progetti locali per catturare ogni atomo di attivismo, ogni parola dei linguaggi antagonisti, ogni forma di autorganizzazione. Persino un’autorità assoluta, quasi totemica, dei commons come Silvia Federici, ammette in un’intervista su Globalproject che «il pericolo della cooptazione è forte, anche perché la scoperta del comune sta avvenendo in aree politiche diverse. Oltre al tentativo di utilizzare le “capacità produttive e cooperative presenti nel tessuto sociale” per risparmiare sui costi della riproduzione sociale, troviamo oggi anche la proposta di istituire il comune come area legale intermedia tra il pubblico e il privato, coesistente con entrambi invece che alternativa». 

Il filantrocapitalismo più potente che mai, l’applicazione indiscriminata del principio di sussidiarietà orizzontale, la diffusione delle politiche aziendali ESG (Environmental, Sustainable, Governance), i principi dell’innovazione sociale e culturale si traducono nel travaso dell’edilizia popolare in housing sociale, nell’appropriazione da parte del mondo profit e no profit del governo del patrimonio e dei servizi pubblici, dell’istruzione, della sanità, degli spazi, dell’energia, del paesaggio, in una partecipazione profondamente neoliberale, finalizzata al puro consenso. Labsus ha stilato un report sul passaggio dalla scuola pubblica alla scuola “comune” citando giuristi come Rodotà, il Comune di Milano ha annunciato la creazione di una società mista pubblico-privata per la gestione del problema casa e il fondo immobiliare più potente di Milano ha siglato un accordo con CCL (Consorzio Cooperative lavoratori) per costruire e amministrare edilizia a canone calmierato, evocando letteralmente una nuova forma di «mutualismo finanziarizzato» (sic), mentre il sindaco di Napoli frantuma il fronte dei Beni comuni offrendo ai singoli qualche posizione lavorativa precaria in forma di bando e in Val di Susa si offrono “compensazioni” in forma di vigne meccanizzate agli attivisti. 

Quali chances hanno le reti dal basso di resistere a questa offensiva così ideologizzata e imponente? Quasi nessuna, e cito ancora Silvia Federici: «L’unico modo per evitare che i commons siano cooptati, coinvolti in progetti di volontariato, o si traducano in una ridistribuzione della povertà è vedere il comune come un momento di un processo più ampio di cambiamento sociale, di costruzione di un interesse comune e non come un fine in sé». È necessaria una lotta generosa, disposta ad affiancare le battaglie per l’autonomia, per la gestione diretta, a forme di ricomposizione sociale, di conflitto permanente, di redistribuzione della ricchezza materiale e costruzione di uguaglianza su tutti i territori. Un processo duplice e faticosissimo, non riducibile a un dualismo autorganizzazione/battaglie simboliche. 

Solo restituendo alle istituzioni pubbliche l’obbligo e il diritto di non alienare le proprietà e i servizi saremo in grado di ripristinare uno spazio politico in cui sia possibile rivendicare forme di uguaglianza redistributiva reali, su tutti i territori e tra le classi.

Scuole, ospedali, attrezzature, parchi sono stati costruiti grazie a lotte sanguinose dai movimenti sociali, che anche quando inventavano le prime organizzazioni mutualiste alimentavano le trasformazioni a grande scala mettendo in piedi sindacati, pretendendo l’assunzione diretta di responsabilità da parte dello stato su welfare e diritti da garantire a tutti i cittadini. Come dimostra Maria Grazia Meriggi in Cooperazione e conflitto sociale l’idea che il mondo del self help delle  origini fosse contrapposto e separato rispetto alle organizzazioni politiche strutturate come sindacati e partiti è una narrazione artificiosa, soprattutto nella storia europea. 

Combattere il New Public Management non è semplice, richiede conflitti potenti ed estesi, ancora più duri di quelli che stanno agitando la Francia. Ma rinunciare a questa battaglia in nome di un’alternativa solitaria a pubblico e privato si è rivelato finora una strategia debolissima. 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 28
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 23 Mag 2023

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