CONFESSIONI DI UN NEO CONTADINO
Di Taddeo Mecozzi
Fotografie di Ettore Said Bellati
Ma non sarà poi tutto un delirio? Il giusto, lo sbagliato, il rispetto della vita, umana e non umana. La prosecuzione della specie. Perché battersi o agitarsi per la conservazione della vita umana, della specie? Dipende, in fondo, qualcosa anche da noi?
Come interrompere il flusso di interrogativi, come sapere se si sta facendo la cosa vera o quella giusta?
Non sono nato contadino. Lo sono diventato. E quando mi chiedono «come mai fai il contadino?» Non sono mai certo se rispondere che l’ho voluto o mi ci sono trovato. Mi piace pensare che sia stata una sintesi di entrambi i fattori, ma come fare a sapere, in fondo, cosa abbiamo voluto nella vita e cosa era già determinato? Dove sta la scelta in cui ci ostiniamo a credere e dove il fato, il volere di Dio, il caso, il destino, la moira?
Io sono cresciuto e ho maturato il grande fardello che tutto quel che ci circonda sia profondamente sbagliato. Sia sbagliata l’ingiustizia, la disuguaglianza, il consumismo, lo spreco di ogni risorsa, il nichilismo, il dominio, la volontà di potenza. Ho sognato la via di San Francesco, ho sognato di liberarmi di tutti gli orpelli per votarmi all’essenza della vita, alla sostanza, agli esseri umani nella loro nudità, alla vita nella sua nudità. Poi ho fatto compromessi, con tutti gli elementi determinati della mia vita: la famiglia, la città, il contesto, la Storia, le amicizie, gli amori, le paure e le debolezze.
Se c’è una cosa che mi ha sempre orientato, è stato, innegabilmente, il desiderio di indipendenza. Il contadino non ha padroni, se non la terra e gli elementi.
Ho studiato per diventare magistrato, ho girovagato, e poi mi sono ritrovato a 30 anni in Italia, negli anni Venti del 2000. Stagnazione, precarietà, lavoro povero, ascensore sociale rotto, pandemia.
Ho perso il lavoro da cameriere e ora sono 6 anni che coltivo la terra. La terra è stata la mia occasione di non sentirmi complice di un sistema che tutto divora. È stata la mia occasione di sentirmi attore, creatore, produttore.
Poco più di un ettaro di ortaggi, frutta e galline. Da qui partono 50 consegne a settimana e due mercati. Quando è stagione dalle 2/300 persone al mese fanno la spesa all’Orto del villano.
In questi sei anni ho trovato pace e tormenti. Ho vissuto l’entusiasmo della creazione, della nuova avventura, e la solitudine del contadino contemporaneo.
In questa solitudine ci si interroga spesso.
Da sei anni a questa parte, dall’inizio della pandemia, vivo in un flusso costante e ininterrotto di informazioni.

Seguo con costanza e apprensione gli sviluppi di eventi mondiali con il desiderio di sapere “come andrà a finire”. Dal mio orto – pensare globale, agire locale – mi proietto nel mondo cercando conferme alla mia vita, per metà scelta e per metà determinata.
Seguo le vicende dell’attualità con un’apprensione in parte indotta dalla disponibilità continua di immagini e contenuti da ogni parte del mondo e in parte innata, sedimentata nel pensiero del collasso, che mi accompagna da anni. Questo sistema è insostenibile. Ad ogni crisi si attende la crepa che tutto farà crollare. Che tutto farà crollare per costruirci sopra che cosa?
Bisognerebbe dire cosa vorremmo costruire sulle macerie di tutto questo.
Ma come fare a scrivere di futuro, ad avere spazio per la riflessione, distanziarsi sulla riva del fiume e osservare l’acqua scorrere, quando la realtà è tanto tumultuosa e si ha la convinzione che il momento in cui la scossa raggiungerà la nostra vita quotidiana sia solo una questione di tempo?
Capita alle volte di trovare questo tempo nella ripetitività di qualche lavoro nei campi, nella mia condizione di minuscolo agricoltore artigiano alle porte della metropoli.
E ancora rifletto, rifletto sulle mie scelte, sulla mia condizione, sulla nostra condizione. La condizione di una sparuta minoranza.
Le persone impiegate in agricoltura in Italia rappresentano una cifra della popolazione compresa tra il 2 e il 3%. I minuscoli agricoltori come me sono probabilmente una porzione ancora più piccola di questo 3%.
E a me, che ho studiato Giurisprudenza e ho avuto una formazione in tutto e per tutto cittadina, viene da chiedermi, quando tutti sono al mare e io solo nei campi, quando soffia vento a 100 km/h o quando grandina, chi me l’ha fatto fare?
Ci si incontra in queste estati sempre più roventi, per darsi una mano, per scambiarsi qualche prodotto e il pensiero che ci ripetiamo spesso è ma ne vale la pena?
Siamo qui a spaccarci la schiena sotto al sole, a rovinarci le mani per produrre cibo pulito, per preservare la terra che ci dà la vita, e in cambio cosa abbiamo? Pochi spiccioli, indifferenza, solitudine.
Rimugino e impreco tra me e me domandandomi, perché non ho una vita comoda, come la grande maggioranza dei miei coetanei, perché non ho uno stipendio, l’appartamento in città e la vacanza il fine settimana? Quest’anno faccio un concorso! Mi trovo un posto in ufficio! Al diavolo, chi sono io per portare sulle spalle il fardello della sostenibilità?
In estate penso spesso a mollare tutto, poi arrivano le piogge, l’autunno, il tempo del riposo, e allora dimentico. Riprendo il giro fino alla prossima estate.
Esser contadini è anche un modo di vedere il futuro, convinti che ci sia un dopo, dopo il collasso.
Allora ritorno ad una sensazione continua e costante che, a memoria, nutro da quando ho 18/19 anni. Il presentimento del collasso della società protesa a infinito, i limiti dello sviluppo. La fine del combustibile a buon mercato, il tracollo dell’insostenibile civiltà dei consumi, la fine dell’economia.
Indipendenza, non complicità, pratica del futuro. Quando, come durante la pandemia, le catene di approvvigionamento planetarie collasseranno, per un disastro climatico, energetico, nucleare, allora noi saremo pronti, non avremo paura dei supermercati vuoti, perché avremo imparato a vivere senza.
La nostra catastrofe individuale preannuncia quella globale.
Ma ci avremo/avrò visto giusto? O sono come quelli che ad ogni anno mille preannunciano l’Apocalisse? L’attesa della fine non sarà semplicemente un retaggio biblico? Un surrogato del giorno del giudizio in cui tutti, e non solo io, finalmente vedranno la realtà del disastro in cui viviamo?
I fatti di Storia che ci accadono sotto al naso si sono fatti sempre più frequenti e tutto lascia presagire che l’ordine costituito è in procinto di lasciare spazio a qualcosa di diverso, non senza traumi.
Nello scenario della fine imminente si affrontano, a mio modo di vedere, sempre zappando, due scenari antitetici, o, almeno, in apparente contraddizione tra loro.
Nel primo, quello in cui credo, in cui voglio forse credere, e in cui altri premonitori di catastrofi credono, è quello di un collasso della civiltà dei consumi. Gli indicatori della sua insostenibilità sono ovunque, nel deterioramento continuo e costante dell’ecosistema in cui viviamo e di qualsiasi risorsa da cui prendiamo la vita, sia essa umana, naturale o animale. Può essere un collasso energetico. In un breve lasso di tempo non è più disponibile combustibile a buon mercato. Non esiste più l’economia come la conosciamo. Il sistema fondato sulla produzione, i consumi e il denaro subisce un drastico ridimensionamento.
L’energia umana riprende valore e l’autoproduzione, l’economia di sussistenza riacquista centralità nuova in una catena di approvvigionamento dei beni significativamente ridotta.
Attorno all’agricoltura rinascono le comunità, i riti, le famiglie, la vituperata economia di sussistenza, e la vita materiale. Ma non sarà un abbaglio romantico e bucolico? La vita non sarà sempre fatta di insoddisfazioni, desideri di altrove, mancanze, vie di fuga, dolori, male e bene?
Il trauma può anche essere climatico e portare al collasso delle strutture demografiche e di potere così come le conosciamo con le medesime conseguenze di cui sopra.
In questa ipotesi i piccoli agricoltori sono un’avanguardia, custodi di un sapere che, all’occorrenza, tornerà utile. Ed è questo che mi piace credere. Non so se essere contadino sia di per sé sufficiente, né credo l’Eden esista o possa esistere.
Potrà franare questo sistema, ma finché non spezzeremo la filosofia del dominio continueremo a strumentalizzare uomini e risorse.
Nella seconda profezia i piccoli agricoltori artigianali si sono sbagliati di grosso.
Il collasso è un abbaglio di quelli a cui non piace la tecnologia. Siamo semplicemente di fronte ad una nuova fase dell’umanità, che non sarà né meglio né peggio della precedente. Sarà semplicemente diversa e, per questo, indigesta alle generazioni che non ci sono cresciute dentro. Così come siamo passati dal nomadismo all’agricoltura, dalla preistoria alla Storia, dall’agricoltura alla produzione industriale, passeremo alla fase digitale ed eterea della nostra presenza sulla Terra. Il contadino artigiano continuerà a spaccarsi la schiena senza senso, scoprendo che la crescita progressiva e tendenziale, almeno in alcune aree del pianeta, del sistema a combustione e ipertecnologico in cui viviamo, non si arresta, anzi, si rivela sostenibile.
La componente materiale della vita umana, per la maggior parte della popolazione, sarà progressivamente ridotta. L’esistenza degli individui sarà sempre più ristretta allo spazio privato da cui ognuno, collegato da potenti connessioni e dispositivi tecnologici, potrà soddisfare, senza muoversi, i propri bisogni vitali. Gli individui, sempre che riescano a generare ancora desideri, considerata la significativa assenza di esperienza e materialità nella loro vita, potranno soddisfarli sempre più da una postazione fissa, davanti a uno schermo, senza altra necessità che premere un bottone.
L’alimentazione umana, dopo lunghe e incessanti campagne di sensibilizzazione, sarà progressivamente rimpiazzata da materiale sintetico provvisto di tutti gli elementi essenziali per la prosecuzione della vita dell’organismo umano. Un unico alimento equilibrato capace di nutrire un corpo a seconda delle sue esigenze riempirà gli scaffali digitali di ogni casa.
Il cibo come lo conosciamo, in parte, poiché una buona fetta della popolazione già si nutre principalmente di surrogati e trasformati, diventerà un lusso per pochi, così come l’interazione diretta con altri esseri umani e la disponibilità di lavoro umano.
Come già accade, l’apprendimento della massa si farà attraverso un’appendice digitale, mentre i figli dei ricchissimi e dei padroni del digitale avranno il privilegio di avere veri insegnanti e frequentare scuole nel bosco, ricche di interazioni umane e attività pratiche.
In questo caso tutti i piccoli artigiani, e anche i piccoli agricoltori, non spariranno, diventeranno un lusso.
Gli accadimenti attuali sembrano far credere che la seconda ipotesi possa subire una seria battuta d’arresto. Ma è anche vero che il secolo scorso ci ha insegnato che dopo grandi distruzioni si avverano grandi balzi tecnologici.
Il collasso in questo caso, come in altre epoche, potrebbe realizzarsi come un’opportunità irripetibile per attuare un nuovo sistema fondato su diversi principi e valori, è su questo che forse dovremmo farci trovare preparati.
Ed è qui forse, più che sull’essere contadini, che dovremmo concentrarci, sulla parte programmatica del futuro che vorremmo. Su come spezza la logica del dominio, nel lavoro, nelle istituzioni, nelle nostre vite, nei nostri corpi e nelle nostre menti.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 42
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 25 Ott 2026


