Tra Ovada e Gavi. Un viaggio e una visita accompagnati dal ricordo, dagli insegnamenti e dalla musica di Pino Ratto. Svelando il presente e immaginando il futuro con Daniele Oddone

Testo: Laura M. Alemagna
Fotografie: Ettore Saïd Bellati, Laura M. Alemagna

Sembra la vita di altri tempi. Sembra di aver attraversato epoche intere. L’ultima volta che abbiamo potuto muoverci verso le vigne era già pandemia piena per tutti. Quello che era stato è stato prima, è stato, ora, oggi, siamo fluttuanti, sospesi, ancora in attesa. E galleggiamo e andiamo. In tempi a volte dilatati a volte ristretti.
Partiamo nell’ovatta presto, verso il Basso Piemonte, Capriata d’Orba, la Liguria dovresti sentirla poco oltre. Capriata è là, alla stessa distanza da Gavi e da Ovada. L’Orba si dirama poco più sopra con Lemme e i due torrenti che la cingono.

L’autostrada A4 è semideserta, poche auto nonostante sia il primo sabato col permesso.
La chiavetta usb inserita nel cruscotto riserva musica random, registrazioni nostre, cose che ci piacciono, Antonio Secondo che legge di un lockdown abruzzese, solitario e montanaro:

«Se i vecchi come Arturo, le tane di volpe, i mandorli della signora Elda, la ferrovia, le signore sedute sull’uscio e i motocoltivatori coperti dai teli di plastica valessero qualcosa, questo mondo le avrebbe già fagocitate. Ma le contrade non valgono niente, e allora vengono lasciate in pace».

Le contrade non valgono niente, è una fortuna del giorno d’oggi, se si vuole esser lasciati in pace, se si vuole stare lontani, dalle rigenerazioni, dalle ripopolazioni, dalle ristrutturazioni, dalle rinascite, dal vicinato acculturato, californiano, danese, milanese, dai bandi, dai progetti, dai ricercatori che vogliono capire.
La voce di Antonio Secondo scandisce il viaggio. Arquata Scrivia, manca poco.

«Nel vino si dice ci siano 1400 componenti,
metterle d’accordo tutte non è una cosa semplice»

Pino Ratto a Michele Minieri nel 2011

Il Piemonte è luogo di mille volti, mille tonalità, mille ragioni.
Ogni volta chiediti come sarà, cosa accadrà, che Piemonte, che piemontesi.
L’abbiamo frequentato questo luogo multiforme, è stato un punto di partenza, per le politiche dei suoi territori più battaglieri, per le leggende che ha generato intorno alle sue bottiglie di vino. Il Piemonte, è una terra gigante di vicende giganti. Ovada tra queste.

Ovada. Ovada, Ovada. Ovada è per noi una musica di Pino Ratto. Il ricordo di una visita al suo casale arroccato a Rocca Grimalda, areale di San Lorenzo. Il fucile da caccia sotto la finestra, il clarinetto, la cantina straripante, le bottiglie dedicate ai figli, una magnum dopo l’altra, una dopo l’altra mi pare, gli occhi di Pino, «verdi occhi sfavillanti», la camicia azzurra sbottonata, la pelle rossa e abbronzata, il disordine e le macerie sull’aia, noi caotici quanto tutto questo nel 2007.

La cicatrice Ratto è dunque e forse sulla nostra pelle ma certo nell’ovadese è profonda e marcata, attraversa famiglie, accumuna agricoltori, scelte, visioni, solca le vigne e arriva fin dentro le bottiglie di Dolcetto dell’Ovada, creatura (pure) sua.

Pino Ratto ha segnato il passo. In qualche modo lo ha fatto. A pane duro e latte, indebitandosi ad esempio. Spingendosi verso le ragioni della vigna e del vino, le sensazioni intime, le emozioni, il sentimento. Il Dolcetto di qui ha preso forma anche attraverso le sue prese di posizione, sul giusto prezzo, equo per tutti, orizzontale, sulle potenzialità poco comprese del vitigno, sui suoi punti di forza unici nonostante i nebbioli, sulla sua longevità spiccata.
Quando Pino Ratto sconvolge a modo suo il Dolcetto sono i ’60 e i ’70, altre epoche, non facili, ci si dedicava allo sfuso e quel vino lo si svendeva a Genova, dava poco pensiero. Nel pensarci molto di più Pino fa l’inatteso, con coraggio e piglio da folle.

Pino manca dal 2014. Le sue vicende di uomo del vino erano chiuse da qualche anno. Pianamente era sparito. Le telefonate sempre più rare, le parole più appannate.

I vini dell’ovadese invece continuavano a fremere, in altre cantine, agitati da altre mani, ragionati da altre teste. Seppur indirettamente la cicatrice c’era.

Dolcetto dell’Ovada a La Terra Trema ne passerà ancora tra vecchie conoscenze, nuove leve. Daniele Oddone tra queste ultime, giovanissime.

Avvertiamo Daniele Oddone «ci siamo quasi», «no, ci siamo persi». Ci accoglie col serio garbo che sanno avere i giovani. Suo padre lavora nell’orto recintato, dal quel quadrato verde di foglie lo sguardo si muove sulle colline e verso il torrente, oltre un tempo v’era lo stabilimento di Saiwa, storico, enorme, di quelli che appena arrivano su un territorio ne cambiano totalmente le sorti, sia nel bene che nel male. Tutti dentro. Il papà di Daniele ha lavorato lì. Nella fabbrica colosso degli Oro Ciok, Tuc, dei Ritz.

Giovanni Gentile è il nonno materno di Daniele, ed è lui ad avviare la produzione vinicola. Quando si usava stare con molti animali e poco vino, negli anni ’60, pioneristicamente decide di impiantare le prime vigne, produrre vino e soprattutto imbottigliare. Morto il nonno, nel 1984, è Giuseppe, lo zio, a occuparsi delle vigne, barbera, dolcetto e cortese interviene sul metodo e sul modo, si preoccupa di lavorare col minor impatto possibile su suolo, vigne, territorio.

Poco oltre fioriscono i consorzi, alla maniera delle organizzazioni politiche, ma in quella piccola zona lì il vino è per lo più un hobby, un passatempo, uno svago a uso e consumo familiare, pochi sono i vignaioli. La fabbrica è il lavoro.
Ne passerà prima che cambino forma e pensiero.

Daniele subentra alla conduzione di Cascina Gentile nel 2009.
Ragazzetto, terminate le scuole medie, decide il suo mestiere e si iscrive alla Scuola Enologica di Alba.

Armi e bagagli si trasferisce ad Alba in una casa famiglia e poi in un appartamento.
Ad Alba compie i suoi 6 anni di studi in un istituto che sa prenderlo, sa prendere tutti, partendo da zero. Al lavoro in vigna all’inizio del percorso, in cantina alla fine, lavorando negli anni per una formazione completa, totale. Daniele si appassiona, impara bene, si confronta con gli altri studenti, le altre annate, la collaborazione reciproca tra classi diventa un nodo istruttivo cruciale. Si fa insieme. Esce da quella scuola con le idee chiarissime e si mette alla ricerca di piccole vigne e precise uve.
Oggi, ci dice Daniele, ordinamento e materie sono molto cambiati, ma quella Scuola è stata per lui esperienza formativa sfavillante e appassionata ineguagliabile. «Goliardica», ci dice per riassumere, goliardica nell’attitudine alla spensieratezza, alla generosità delle azioni e delle relazioni. Un’attitudine che non molla, lo sappiamo per esperienza. Fu tra i pochi che rispose nella sostanza (le sue uve) all’appello che lanciammo per Libera Crota, vino a sostegno delle lotte valsusine (e vorrebbe saggiarne una bottiglia!).

«Tre passi avanti
Uno indietro per umiltà
Ognuno ha i suoi santi
Le sue bandiere di libertà»

Da qualche tempo Daniele presiede il Consorzio di Tutela dell’Ovada DOCG istituito nel 2013, ha preso il testimone passatogli da Italo Danielli. Sulla carta la DOCG già esisteva già dal 2008 ma mancava di struttura, di sostanza e di forma, era «scassata».
Una cinquantina sono ad oggi i produttori (molti i giovani, quelli che hanno studiato, alcuni dei quali sono “forestieri”), un centinaio gli ettari vitati coinvolti, una media di 5/7 ettari ciascuno. Si era partiti anche con meno, si era partiti da un’urgenza mista a desiderio: condividere spazi di confronto e riflessione.
Aprirsi e interrogarsi, dirsele tutte. Cos’è il Dolcetto? Com’è fatto? Come lo stiamo facendo? Dove? Da chi? Perché? Fin dove può o vuole arrivare?

Per un piccolo gruppo di vignaioli sono questioni vitali. Sono nodi importanti se prima si metteva in discussione anche l’imbottigliamento.
Nonostante le diversità si arriva al punto, si inquadra lo statuto, si delineano limiti, si immaginano prospettive. Si parte, degustando alla cieca, inesorabili ma con fiducia.

Si stabiliscono poi le strade da percorrere insieme, si traccia una mappa dei comuni coinvolti (saranno ventidue), si dà una priorità alle questioni da approfondire, ai passaggi inesorabili, alle relazioni da stabilire (la ristorazione di territorio), agli studi da far partire, c’è ad esempio l’Università che si fa tirare in mezzo.
Il clone, il clima, i polifenoli, i tannini, l’ampelografia, le diversità, questo vitigno e il suo vino vogliono conoscerlo e farlo conoscere nel profondo, nel territorio, sopra ogni cosa.

Farsi solidi, farsi struttura ben piantata, equilibrare l’offerta, non strafare. Non svalutarsi però, che l’ovadese ha già dato, crederci, senza cedere alle sovrastime. Il territorio non ha (ancora) subito le presuntuose speculazioni valutative che avvinghiano le zone blasonate, può ancora “godere” dello spopolamento, terre e vigne si può ancora pagarle il giusto ma più che questo serve crescere di consapevolezza e ritrovare fiducia. Insomma un Consorzio che si prende e che lavora sul serio, senza subire la pesantezza istituzionale delle grosse denominazioni, «l’unico peccato è che non ci sia più Pino Ratto».

Però il Piemonte è mille e non è solo Dolcetto. Ricordiamolo sempre.

Nel 2015 una signora a Cassano Spinola, Colli Tortonesi, rimasta vedova prende a cercare qualcuno che prenda in cura le sue vigne, quattro ettari divisi, due e due. La voce arriva a Daniele ma è impensierito, 20 km non sono pochi nel suo quotidiano contadino. Si muove però, il nome della signora è Daniela Oddone e la coincidenza val la pena non sottovalutarla.
«Oh, che belle», Daniele non resiste, le vigne a timorasso sono giovani e sane, stipula un contratto annuale e Daniela gli lascia anche il trattore. Il problema delle distanze si ridimensiona di molto così.

Timorasso, Colli Tortonesi, Derthona.
Ci sarebbe da aprire un bel capitolo, o anche più di uno a onor del vero.
Il territorio tortonese ad esempio ha capito meglio dell’ovadese potenzialità ed economie del vino, nel 2000 gli ettari a timorasso erano pochissimi e oggi son oltre 200.
Quasi introvabile, lasciato da parte per colture più produttive dopo la fillossera o usato in compagnia negli uvaggi, il timorasso è tornato alla ribalta negli anni’80, con Walter Massa, che per primo lo vinificò in purezza.


Le uve zuccherine del timorasso piacevano ai contadini, fresche o da serbo, appassite.
A Daniele quel vitigno piace, è per lui motivo di indagine e sperimentazione, per le potenzialità che riserva, anche nella possibilità di farsi aspettare, di saper invecchiare da bianco.
Si adegua a questo ragazzo di metodo, risoluto e concentrato su quello che fa, benissimo.
Parcellizzare, atomizzare, ridimensionare la visione delle cose. Forse chiave del lavoro di Daniele è anche un tu per tu continuo con le faccende che lo riguardano, con le vigne, i vini, le persone.

Le vigne di Daniele si estendono su un piccolo altipiano che da Capriata d’Orba va a San Cristoforo, con Francavilla Bisio e Gavi da una parte, il fiume Orba dall’altra.
La Strada Provinciale 177 è il limite su un lato. Passano mezzi agricoli, qualche Apecar.
Il tempo ci ha graziati. Ha piovuto e il cielo è carico di nubi, spesse e violacee, che se ne vanno.
Oltre la strada, casa e cantina sono avvolte da vigne e bosco. Possiamo girare intorno, scendendo, salendo, riscendendo.

La cantina si affaccia sulla vigna a barbera, scivola giù a valle verdissima e ripida tra spighe rosa e tralci di vite raccolti e accatastati. Legna buona da ardere.
Poco più in alto Daniele ha allestito uno spazio per le degustazioni che guarda alle vigne magnificamente, com’è d’obbligo.
Lì il repertorio esposto è complesso e multiforme, come può esserlo un singolo pugno di terra.
Il lavoro di Daniele è meticoloso, attento, non teme il confronto con gli anni, anzi, nel prendersi nel tempo trova motivo di agio, trova una strada e molti modi per percorrerla.

La cantina è articolata, ogni cosa ha il suo posto ed è al suo posto. Una dopo l’altra si alternano nelle pupitres (i cavalletti inclinati porta bottiglie utilizzati nella produzione degli Champagne o dei vini spumanti con metodo classico), le bottiglie di Barbabianca, spumante da barbera. Piccole saette rosa in attesa.
Su da una torre tutto è a portata di sguardo. La collina vitata, il bosco, le vigne alle spalle, più in alto, le strade, gli arrivi.


Ovada DOCG, Derthona Timorasso, un vino passito da cortese, due spumanti metodo classico di cui uno, rosè, da uve barbera e l’altro, bianco, da cortese, e poi il suo Gavi, ulteriore sponda di questa esperienza.
Gavi, da uve cortese, voce del Piemonte più ligure, quello che sa essere marino, pienamente mediterraneo. Lo abbiamo messo nella nostra Carta dei Vini insieme con l’Ovada, Le parole servon tanto.
Le uve del Gavi sono raccolte a metà settembre nella vigna al confine con la strada provinciale, pigiatura soffice e fermentazione per una trentina di giorni, finita questa le fecce grossolane vengono eliminate per mantenere il vino su quelle fini anche per alcuni mesi, dipende dall’annata.
La vivacità vignaiola di Daniele salta fuori per ognuno dei suoi vini. Lo ascoltiamo mentre apre una dopo l’altra le bottiglie, offre pane, salame, un piatto di agnolotti. Mani grandissime l’abbiamo davanti con tutta la sua fisicità. Era da tempo.

Un anno e mezzo è un arco di tempo enorme per i nostri corpi, tutti. In un anno hanno imparato di tutto, per abitudine. La testa impegnata a impensierirsi, il corpo quasi immobilizzato, costretto a quattro mura, più o meno confortevoli, più o meno allargabili. Casa, città, strade, stanze, monitor.
Gli occhi riemergono da mesi sprofondati dentro gli schermi? Il naso si sveglia dopo tutto questo dormire? Il gusto, il gusto a cosa si abitua? Cosa legge, cosa incontra, come consuma, come è riuscito a gioire quando intorno c’era quello che c’era?
Non solo il covid19 ha oppresso i sensi coi suoi sintomi, lo ha fatto anche la cura atta a contenerlo. Deprivante, depravata, ha anche corretto e addomesticato animi e percezioni, un doloroso decubito del pensiero. Se è accaduto tutto questo ai nostri corpi serve accorgersene presto, serve una riconquista. Tutto è da riconquistare.

«Le parole servon tanto ma il cuore fa di più»

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 21
16 pagine | 24x34cm | Carta Nautilus Classic gr 100 | 2 colori

Last modified: 6 Ago 2021

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