È sorta Eufemia, città di scambi, acchiappata con le dita tra le pagine di quella composizione geometrica (e strutturalista) che è Le città invisibili. Città impossibili.
Città di scambi. Città del cambiare. Del cambiarsi, nel racconto di ognuno, nel confronto, accostati gli uni agli altri, nella reazione alla relazione fisica dei vissuti, nell’ascoltarsi di orecchie, di voci, di nasi e di sguardi, nel tatto, nelle impressioni e nell’imprimĕre. Città invisibili, città impossibili.

pao de queijo, poké hawaiano, funghi shiitake, margarita destrutturato, onigiri, martini sferificato, dunbligns, sambusa vegetariano, crema di pistacchio in tubetto, velluto di negroni in falsa noce, gelato chetogenico, salsiccia passita

Milano 2021 è metropoli ultra accessoriata in cui il cibo è, teutonicamente, strumento, «lebensmittel». Qualsivoglia cosa tu voglia mangiare lì la trovi, la compri, la vendi e per bere è altrettanto. Invase case, strade, pensieri, dispositivi, app, lavoro, svago, sporte di cotone, biciclette, macchine, furgoni, bilici.
Partendo da questa considerazione, dal trovarsi in fronte a una figura insaziabile, visceralmente ingorda, famelica, rovinano la festa dell’idea di tornare ad incontrarsi con La Terra Trema il tarlo del perché? E il tarlo del per chi?

rafano nero, asparago bianco di Cantello, kung kratiem, zampe di gallina, anatra confit, enkir, costata hereford, crescione del Brasile, pizzoccheri della Valtellina, arancine, arancini, formaggi vegetali, non formaggi, miglio stellare 

Perché pensare ancora a nutrirla quella città leccarda? Perché partecipare al suo rimpinzamento. La pandemia, quel suo disturbo compulsivo, l’ha pure aggravato, cronicizzato, supermonetizzato. Perché tornarci ancora?
«D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda» prova a dirci Italo Calvino, «o la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere» continua, aiutandoci per niente. Cosa chiede Milano maldita, cosa siamo obbligati ancora a dirle?

Quel cibo è nodo di un libero mercato neanche tanto nuovo, meno materico e meno antropico di un tempo, che supera la forma ipermercato già luogo di solitudine tra scaffali, dell’ognuno «solo con le proprie tentazioni». Quel cibo attinge all’incorporea sfera delle tecnologie insane, dell’algoritmo, dell’acquisto on-line, dell’e-commerce, della «lusinga» che ti segue sul palmo della mano.

alga wakame, zongzi, udon, kakinotane, yakisoba, gari, shiso umeboshi, zighinì, plin di carne, tortelli agli agrumi di Sicilia, aspic, pagro, ricciola, calamaro patagonico

Nell’innalzare le mura di Eufemia abbiamo ribaltato le proporzioni, le misure e il senso. Abbiamo deciso di farla nuova, mai vista, difficile. Se La Terra Trema è festa e Fiera Feroce, Eufemia sia approdo, fortezza, luogo del tempo di cospirazione.
Limitarne la misura, circostanziare, non spingere, dare spazio a lunghi incontri, al dialogo, all’accordo, all’accordarsi. Guardare alle mani, agli occhi, alle storie prima e ai sapori, alle essenze, gli odori, i sentori poi.

Abbiamo pensato a Eufemia, come possibilità. Luogo di mercato, luogo del trafficare. Del travasare e ripulirsi, dalle sterilizzazioni, dall’isolamento, dalla terrificazione del conoscersi e dell’incontrarsi. 

Chi ha attraversato Eufemia ha partecipato all’esecuzione del cesto, ha incrociato tegghiai che hanno oltrepassato molti tempi con teglie, manufatte. Nessun braccio meccanico, né stampi predisposti al laser, non motori di avviamento, non rulli trasportatori. Chi ha attraversato Eufemia ha incontrato folli figure urlanti vomitare senso come fosse un turbine, bufera, così forte da scompigliare i capelli. 

safari burger, taro, hamburger di coccodrillo, battuto di grilli, guineo verde, succo di guarapo, granadilla, xango mangosteen, guayaba, mochi surgelati, pak choi, igname, surimi naruto, castagne d’acqua, chapatti

«Al mercato, in un tempo che non è soltanto dell’acquisto, del prendi ed esci, ascoltando, annusando, esercitando forme di conoscenza non convenzionali, si può anche imparare a riflettere. Lo scambio non è solo merceologico ma culturale. Spettacolo, divertimento, approfondimento, il mercato offre, a chi lo osserva non distrattamente, i segreti dei mestieri, delle tecniche, della parola, del gesto» (Piero Camporesi, La Terra e la Luna, 1989).

«Il cibo è un grimaldello», mille volte è stato detto.
Vogliamo strapparlo alle vostre mani questo grimaldello.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 21
16 pagine | 24x34cm | Carta Nautilus Classic gr 100 | 2 colori

Last modified: 19 Lug 2021

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