L’ONDATACENTER
IL VOLTO REALE DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA FINE DELL’INVISIBILITÀ DEL CAPITALISMO CIBERNETICO1 
di La Terra Trema | Folletto25603
immagini Eddi Pellegrini

Il capitalismo digitale occidentale sta facendo dell’Italia, facile terra di conquista, colonia.
Big tech, fondi di investimento e società a vario titolo (per lo più di matrice statunitense) stanno ipotecando il futuro di questo Paese e di chi lo abita, capitalizzando svariati miliardi per la costruzione di un’ondata di data center.

INEVITABILE PREMESSA
I data center o Centri di Elaborazione Dati (CED), sono luoghi cruciali per l’infrastruttura portante del capitalismo cibernetico e delle sue istituzioni cybercratiche. Sono l’ambito in cui si generano dati originati da utenti/produttori.
Ragionare sui CED non può ignorare la funzione attiva che ognuno di noi svolge nel generare quei dati che in essi circoleranno, verranno elaborati, smistati, sfruttati e conservati. La messa in rilievo della nostra funzione, è indispensabile per mettere nel giusto risalto sia la nostra doppia condizione strutturale di utenti/produttori, sia la sua principale implicazione politica ovvero la nostra condizione di “sfruttati” generatori.

Generando quei “dati” che i Centri di Elaborazione Dati, tratteranno servendosi di algoritmi finalizzati all’estrazione di valore economico, all’ispezione analitica, alla manipolazione cognitiva-induttiva e alla cybersicurezza, noi dunque diveniamo parte in causa del processo che, mentre de-umanizza e depreda, opera per mantenerci sempre più attivamente al suo servizio.
Purtroppo così è. È un’implicazione dolente di cui prendere atto.2

DATA CENTER
Visti da fuori sono enormi capannoni industriali.
All’interno contengono mastodontici server/calcolatori/computer atti alla raccolta, alla gestione e all’elaborazione dati (per intenderci: ognuno di questi server corrisponde all’equivalente di diversi milioni di computer che utilizziamo abitualmente al lavoro o a casa). 
Le persone chiamate a lavorare in questi capannoni sono molto poche rispetto a quelle impiegate nelle fabbriche delle stesse dimensioni nel secolo scorso.

È risaputo che i data center sono grandi consumatori di energia elettrica (nel 2025 i data center nel mondo hanno consumato energia elettrica pari a tre volte quello che ha consumato l’Italia intera; un piccolo data center arriva a consumare come cittadine da 20/30mila abitanti; quelli che si vorrebbero costruire in Italia arriverebbero a consumare più di grandi metropoli, pari all’intera Milano). 

I data center e i loro processori, inoltre, vanno raffreddati: serve altra energia e soprattutto tanta acqua per regolare la temperatura (un rapporto dell’ONU ha stimato che nel giro di qualche anno i data center che alimentano l’intelligenza artificiale nel mondo arriveranno a consumare tanta acqua quanta ne necessita l’intera popolazione dell’Africa subsahariana, vale a dire: 1,3 miliardi di persone).

È opportuno elencare conseguenze minime e l’impatto dovuti alla costruzione di queste enormi e complesse strutture: dalle emissioni di CO2 ai collegamenti alla rete elettrica e delle opere di distribuzione necessarie che Terna (società che gestisce la rete di trasmissione elettrica nazionale ad alta tensione) dovrà realizzare (stazioni elettriche e potenziamenti della linea), non a caso si rievoca la possibilità di centrali nucleari o di nuovi progetti di centrali a gas per far fronte alla richiesta spropositata di energia; l’innalzamento delle temperature nei paraggi nel raggio di km; le isole di calore; i danni alla salute; la perdita di posti di lavoro; la natura della componentistica, le terre rare (e quello che comporta estrarle); della facile obsolescenza degli stessi macchinari e dei conseguenti rifiuti prodotti (si calcola un ricambio dei macchinari ogni 3/5 anni); gli enormi gruppi elettrogeni per supplire a mancanza di energia elettrica (queste infrastrutture digitali devono funzionare ininterrottamente e non possono permettersi blackout); il rumore e l’illuminazione H24; le telecamere; dei dispositivi di sicurezza; dei guardiani armati; la svalutazione degli immobili circostanti, per non parlare dei territori.

I data center producono nocività là dove si vanno ad insediare. Ma non è finita. Non si tratta solo di consumo di suolo, degradazione della qualità della vita e svalutazione dei territori, attorno a cui al momento ruota gran parte della critica, ma ben più profondamente quello che questi cubi di cemento trattano, conservano e producono con i loro processori all’interno di scatole nere. .

Necessario è domandarsi a cosa servono i dati lì stoccati ed elaborati? A chi serve davvero l’intelligenza artificiale? Quali cambiamenti socio antropologici, il capitalismo cibernetico, sta determinando?

La volontà di costruire nuovi Centri di Elaborazione Dati da parte delle big tech e delle società che realizzano questi mega hardware avviene in sinergia con il Governo italiano e  con le amministrazioni regionali e locali e gli immancabili faccendieri nostrani.
Non esiste un’entità unica che valuti eventuali benefici e le criticità sopra elencate.
Assecondando il modello neocoloniale , questo meccanismo lavora per un’accelerazione determinata dalle aziende che detengono il monopolio a livello mondiale della tecnologia digitale occidentale. Dell’Italia, con la Lombardia in testa, si vuole fare uno dei maggiori poli infrastrutturali del mondo per lo sviluppo e l’ampliamento della digitalizzazione e dell’intelligenza artificiale.

La Lombardia è il luogo a più alta saturazione di data center in Italia: ce ne sono già 49 attivi (il 40% del totale sul territorio nazionale); nella sola area metropolitana milanese 33 sono quelli attivi (con circa 414 MegaWatt di potenza nominale, pari al 68% del totale nazionale), 10 sono quelli in costruzione e una trentina sono in fase di verifica/iter urbanistici. Per ora, negli ultimi mesi non passa settimana che non arrivi notizia di nuovi progetti. 

Rho, Pero, Pregnana, Settimo Milanese, Cornaredo, Cesate, Magenta, Sedriano, Vittuone, Opera, Abbiategrasso, Cusago, Tavazzano, Melegnano, Lacchiarella, Paderno Dugnano, Lodi, Brescia, Cremona.

Tra quelli in programma in Lombardia cinque sono stati dichiarati dal Consiglio dei ministri, su proposta del ministro delle Imprese e del Made in Italy, sen. Adolfo Urso, di interesse strategico nazionale3
Quando un’opera ottiene la qualifica Interesse Strategico Nazionale, entra in una corsia preferenziale di Stato, pensata per ridurre la burocrazia e blindare i tempi dei megaprogetti d’investimento con tanto di nomina di un commissario straordinario del governo in intesa con la regione, scavalcando qualsiasi eventuale vincolo amministrativo e competenza locale.

Regione Lombardia di fatto sta favorendo l’insediamento di queste infrastrutture digitali nel territorio che governa e come foglia di fico ha approvato una legge in vigore da giugno 2026 che prevede disposizioni «per la realizzazione, l’ampliamento e il monitoraggio dei data center sul territorio lombardo, con l’obiettivo di coniugare sviluppo tecnologico, sostenibilità ambientale e semplificazione amministrativa».

Da tener ben presente che uno solo di questi progetti consumerà metà di quello che tutti i data center attivi in Italia consumano oggi. Le dimensioni di soli due-tre data center di quelli ritenuti strategici dal governo italiano in accordo con le Regioni supereranno il totale dei 200 data center oggi attivi su tutto il suolo nazionale. Se poi teniamo conto che si concentreranno per lo più in Lombardia e nell’hinterland di Milano non è difficile comprendere la portata di questa questione e dell’ipocrisia menzognera delle narrazioni delle istituzioni preposte.

Milano e il suo hinterland sono centro nevralgico cruciale per il traffico digitale del nord Italia da e per tutto il mondo. Milano e il suo hinterland possiedono la più avanzata e potente rete di fibra ottica che permette la connettività con le dorsali più importanti del pianeta già esistenti o in fase di realizzazione come la Blue&Raman che con cavi sottomarini collega Genova a Mumbai, in India, passando per Grecia, Cipro, Israele e Giordania o come 2Africa, il cavo sottomarino più lungo al mondo: si estende per più di 45mila chilometri e collega Africa-Asia-Europa, in tutto 33 paesi, ed è gestito da un consorzio di cui fanno parte Meta, Vodafone e varie aziende statali egiziane e saudite, fra le altre.

Come elencato sono tanti i progetti, i paesi e i territori coinvolti in Lombardia e in provincia di Milano. Vi segnaliamo due progettualità, in un territorio che viviamo, attraversiamo e conosciamo bene, ben rappresentativi per gli attori coinvolti e per i dispositivi che celano e svelano.

Ad Abbiategrasso la giunta comunale di centro destra ha approvato una variante al PGT per consentire la costruzione di un data center da 30mila mq, per 60 MW, ampliabili fino ad un massimo di 100 MW, sui terreni agricoli e boschivi tra il Naviglio Grande, la ferrovia Milano-Mortara, il Folletto25603 (storico spazio occupato) e l’ex Convento dell’Annunciata. Terreni di proprietà di BCS S.P.A., nota multinazionale attiva nel settore della meccanizzazione agricola, oggi a rischio di chiusura, che ha dato mandato alla società Develog 5 srl di apparecchiare la tavola, cioè in quanto promissaria acquirente di chiedere e ottenere tutte le autorizzazioni, concessioni e nulla osta per poi procedere verosimilmente a vendere al miglior operatore offerente.

Un altro progetto di data center previsto ad Abbiategrasso è quello della società americana Digital Realty (a cui partecipa Black Rock, il più grande fondo di gestione degli investimenti e di risparmio al mondo), attiva nel settore dei data center e delle infrastrutture per la gestione dei flussi digitali, uno dei principali operatori mondiali, che ha acquistato in via Dante (ai confini col comune di Ozzero), l’enorme fabbrica dismessa ex-Ropal (e alcuni terreni agricoli nei dintorni, attualmente coltivati a mais), per realizzare 4 data center, per un totale di 94 Megawatt di potenza.

Abbiategrasso è il più grande comune per estensione agricola della provincia di Milano. Un comune a 22 chilometri da Milano, sito tra il Parco Agricolo Sud e il Parco del Ticino, lambito dal fiume Ticino, dal Naviglio Grande e dal Naviglio di Bereguardo, ricco di risorgive. Un territorio che da provincia con la gentrificazione di Milano sta diventando una periferia. Negli ultimi anni sono parecchi i progetti di cementificazione commerciali, residenziali e infrastrutturali realizzati o in fase di realizzazione. I più importanti sono il centro commerciale realizzato in un’area umida-agricola-naturale e la tangenziale Vigevano-Malpensa in fase di attuazione che attraverserà tutto il territorio abbiatense-magentino.

DIGITALIZZAZIONE E INTELLIGENZA ARTIFICIALE
La questione non è solo ecologica, ma soprattutto sociale e antropologica. Data center, Intelligenza Artificiale (AI)la vita dominata dagli schermi, queste le ossessioni che sempre più costruiscono il presente. 

La tecnica da sempre separa, cede una parte del sapere prima incorporato a favore di un presunto minore sforzo; la tecnologia digitale organizza e pianifica lo sviluppo di tale separazione introducendo la possibilità di un’ibridazione tra corpi e macchine; in ogni dispositivo è contenuta una decisione nascosta, non se ne fa mai uso, ne siamo sempre usati. Oltre ad avere la consapevolezza dell’enorme quantità di energia e territorio divorati dal continente virtuale bisognerebbe costruire un pensiero, e quindi una pratica, all’altezza vertiginosa della metamorfosi che stiamo attraversando in quanto specie.

Un pensiero sul fallimento che ha reso l’animale umano così disorientato tanto da accettare una continua e violenta separazione dal mondo, dai corpi.

Digitalizzazione e intelligenza artificiale stanno annientando definitivamente il rapporto tra essere umano e ambiente con l’ossessione della sicurezza, del controllo, della sorveglianza e con la razionalità tecnica delle macchine intelligenti.

A quale costo siamo disposti a cedere la densità delle relazioni, il calore dei corpi, la festa, una gioia possibile? Cosa ci torna indietro in questo cederci?

Ciò che stiamo vivendo è la dismissione di capacità e desideri ai dispositivi-macchine, una torsione che ci ha resi sempre più infelici. 

«Oggi sperimentiamo sulla nostra pelle il dilagare di uno spazio esistenziale unico, dove sparisce finanche l’intimità dei soggetti: nessuna parte di vita è sottratta allo sguardo pubblico e perfino lo spazio del sonno è soggetto a un attacco senza precedenti. L’intero del soggetto si fa fungibile: le profondità esperienziali che si aprivano nella noia, negli stati non ordinari, nei viaggi e nell’attesa si sono assottigliate; l’infanzia è irreggimentata; non esistono zone liminari di trasformazione, né tempi per occuparsi delle cose del mondo altro (o degli altri mondi o delle altre parti di noi)».

In questo passaggio di Le favole del reincantoStefania Consigliere delinea alcuni dei traumi, delle sofferenze esistenziali che l’incantesimo del capitale determina, con violenza indicibile, sulle vite di tutti.

E quando parliamo di incantesimo e capitalismo di cosa stiamo parlando?

L’incantesimo è farci credere che non c’è alternativa al capitalismo. 

L’incantesimo è farci credere che tutto è separato, che esiste l’individuo non i molti. L’incantesimo è la glorificazione della tecnologia, quindi, della separazione. L’incantesimo del capitale è il suo essere una religione senza redenzione, la sua capacità di sussumere, digerire, rendere ogni cosa, anche la più profonda, appropriabile. L’anima messa a lavoro. 

L’incantesimo rende il tempo delle nostre vite, il valore su cui si gioca la guerra in corso, tempo che determina sia il plusvalore, sia il depotenziamento dei nostri corpi in quanto corpi conflittuali, vivi, abitati da passioni non tristi. Il tempo dei nostri occhi che fissano uno schermo. 

I data center irrompono nella novella dell’immateriale con cui è stato venduto il progetto internet per decenni. Fino a non troppo tempo fa, assistevamo a tentativi preludio dove si vendeva la rete come possibilità di riduzione, ad esempio, dell’inquinamento automobilistico: tutti chiusi in casa a lavorare guardando il monitor. Non sarebbe stata più necessaria la carta, non sarebbe stato più necessario stampare. Col digitale si sarebbero salvati i boschi e le foreste. La sedentarietà e la smaterializzazione estrema, come forme ecologiche. Non è andata così e oggi i data center rendono con evidenza visibile quello che nel senso comune aveva le caratteristiche dell’invisibilità.

I data center sono necessari al funzionamento dell’impero virtuale e non si possono più sottrarre alla nostra vista. Ciò in cui siamo immersi virtualmente attraverso piccoli dispositivi (smartphone, orologi, tablet, pc) oggi si palesa per quello che è: devastazione per il pianeta e il vivente che lo abita. La rete virtuale, l’intelligenza artificiale, i software e le applicazioni per funzionare ed espandersi diventano concreti e tangibili nella loro potenza coloniale devastatrice. Altro che transizione ecologica attraverso il digitale:

Silicio Rame Gallio Germanio Indio Neodimio Terbio Erbio Europio Ittrio Gadolinio Litio Cobalto Nichel Tantalio Oro Argento Neon Elio Alluminio ecco alcune delle materie parte dell’estrattivismo di questa ennesima accumulazione originaria. Materie che a oggi difficilmente possiamo maneggiare ed organizzare all’infuori dell’oligarchia cibernetica.

Utilizziamo ennesima accumulazione originaria consapevoli che periodicamente il capitalismo deve rigenerarsi e lo fa, come sempre, attraverso nuove forme di colonizzazione, violenza, estrattivismo. Il fatto che si stiano costruendo migliaia data center in tutto il pianeta, sempre più potenti, deve interrogarci sul passaggio che sta avvenendo in termini di capitalismo cibernetico. Per la prima volta, determinato dallo sviluppo dell’AI, il traffico di internet è maggiormente usato dalle macchine che dagli umani. Il paradigma è cambiato. Ecco uno dei motivi del moltiplicarsi delle cattedrali di dati e cemento. Dati che sono usati per controllarci, identificarci, manipolarci, ucciderci.

Il processo di digitalizzazione è in opposizione netta alle pratiche e alla vita agricola contadina e agroecologica come ben ha spiegato il collettivo Terra e Libertà nel testo Via contadina o via cibernetica che abbiamo pubblicato su L’Almanacco n.41: «La vita, come la terra, è complessa, irriducibile, indisciplinata. Nessun dato può restituire la qualità di un suolo vivo, l’intuizione che nasce dall’osservazione, la relazione emotiva e sensibile con un luogo o un territorio. Il digitale non conosce, misura. Non ascolta, calcola. E nel momento in cui affidiamo la terra al calcolo, smettiamo di entrare in relazione con essa. L’agricoltore diventa un operatore, il campo un sistema, il raccolto una variabile. Non abbiamo bisogno di digitalizzazione. Al contrario, essa ci sottrae progressivamente libertà e autonomia, rendendoci dipendenti da macchine, software, aggiornamenti e capitali che non controlliamo. I benefici non ricadono sulle comunità, ma sulla macchina capitalista che vive di controllo, standardizzazione ed estrazione di valore».

Il capitalismo cibernetico sta processando l’annientamento del vivente. 

Scrive Renato Curcio in Cybercrazia – La feroce deriva dell’impero virtuale – che siamo passati da Sorvegliare e Punire a Sorvegliare e Indurre: «C’erano dunque: un carceriere, un cronometrista, un professore, un caposquadra, un capo-ufficio, che tenevano sott’occhio i detenuti, i lavoratori, gli impiegati, gli studenti e così via. Ora, invece, il nuovo paradigma non procede più su questa strada e ha mandato in pensione i vecchi sorveglianti. A ben vedere infatti oramai sono gli strumenti stessi che controllano gli umani. Direttamente. Senza ulteriori mediazioni compiute da altri simili della stessa specie. Sorvegliano seguendo procedure e operazioni algoritmiche che si risolvono in un tracciamento sistematico, continuo e permanente compiuto dai dispositivi di cui gli umani si servono e dalle connessioni digitali che istituiscono con quei dispositivi. Non in un’istituzione, ma in tutte». 

Oltre che per Sorvegliare e Indurre ogni umano, a cosa servono i dati, la potenza di calcolo, i dispositivi tecnologici e l’intelligenza artificiale tenuti in piedi e sviluppati grazie anche ai data center? A cosa servono oltre a farci giocare, omologare e rimbecillire con ChatGPT?

Servono per innalzare frontiere tecnologiche digitali per respingere, controllare e reprime le persone migranti2. I droni da ricognizione, il riconoscimento facciale, le identificazioni biometriche da remoto, realtà aumentata, scanner ecc. di Frontex (l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera); le applicazioni che utilizza l’ICE (l’agenzia per l’immigrazione e le dogane degli Stati uniti), per scovare e tracciare gli immigrati, incrociando database federali, sanitari e commerciali, piuttosto che lo spyware di Paragon (col quale spia gli smartphone dei migranti accedendo a mail, applicazioni come Whatsapp, Signal e Messenger, file, audio e individua e traccia le posizioni GPS).

GUERRA DIGITALE
Dati e intelligenza artificiale servono soprattutto per fare la guerra. Servono per governare droni bomba da remoto, pilotati, a migliaia di chilometri di distanza dallo scenario di guerra, da persone in camice bianco o in abiti civili che seduti su una poltrona, in un’anonima stanza, senza guardare negli occhi il nemico, davanti a uno schermo decidono la vita e la morte di migliaia di persone o di interi popoli in carne, ossa e anima.

O ancora peggio questi server, questi dati che attraversano data center, fibre ottiche e satelliti, fanno funzionare autonomamente le macchine della guerra che decidono bersagli ritenuti strategici con annessi effetti collaterali più o meno preventivati. Come succede in Palestina, nella guerra tra Russia e Ucraina o negli attacchi di Israele e degli Stati Uniti all’Iran con modelli di intelligenza generativi di “frontiera” di Maven Smart System di Palantir e Claude di Anthropic con annessi drammatici errori di calcolo. In questo senso emblematici e inquietanti sono gli accordi di BlackSky Technology (azienda quotata in borsa che con la piattaforma software BlackSky Spectra possiede uno dei sistemi di intelligence in tempo reale più avanzati del settore) con gli Stati Uniti per migliorare le operazioni del Pentagono come la capacità di riconoscimento automatico di bersagli e valutare i danni post-battaglia mettendo in campo soluzioni di intelligenza artificiale di terza generazione.

Dobbiamo cominciare a prenderne atto e ad affermarlo con forza: il digitale, l’intelligenza artificiale, “servono” gli oligarchi della guerra e del mercato. Il digitale, l’intelligenza artificiale, il capitalismo cibernetico, stanno determinando un presente e un futuro terribili per la t/Terra e per chi la abita.

Il mondo che hanno prodotto è oggettivamente orribile, rappresenta la vetta dell’ideologia dei cultori del moderno, occidentale, e il futuro, se non ci sarà una discontinuità radicale, sarà ancora più orribile. La fine dell’invisibilità del virtuale, attraverso le cattedrali di dati e cemento, deve aprire alla possibilità del conflitto, di un esodo dagli schermi, di una linea di fuga da questo mondo.

NOTE

1 Sul concetto di “Capitalismo cibernetico” vedi: Renato Curcio, Capitalismo Cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza, Sensibili alle foglie, 2022

2 Renato Curcio, Cybercrazia. La feroce deriva dell’impero virtuale,  Sensibili alle foglie, 2026

3 K2, 400 MegaWatt per un investimento di 5,3 miliardi nei Comuni di Zibido San Giacomo e Lacchiarella; Amazon 1,2 miliardi di euro nei Comuni di Rho-Pero e Zibido San Giacomo; Vantage, 8 miliardi di euro nei comuni di Melegnano, Settimo milanese, Cornaredo e Tavazzano; Edgeconnex, 3 miliardi di euro nei comuni di Opera, Pieve Emanuele-Fizzonasco e Bertonico; Equinix, 4 miliardi di euro nei comuni di Settimo milanese e Cusago 8 (dal sito del Ministero delle Imprese e del Made in Italy)

POSTILLA DISTOPICA 

+A/I -AI
Il 26 agosto 2026 il Collettivo A/I (autistici.org/inventati.org), è stato sanzionato
 dal Dipartimento di Stato del Governo degli Stati Uniti e inserito nella lista delle organizzazioni («di sinistra») terroristiche globali (si chiama Specially Designated Global Terrorists, ed è stata attivata per l’Executive Order 13224, istituito a seguito dell’11 settembre per andare a colpire economicamente quelle organizzazioni e quei soggetti reputati responsabili di terrorismo).

Il Collettivo A/I nasce nel 2001 dall’incontro di individualità e collettivi provenienti dal mondo antagonista e anticapitalista, impegnati a lavorare con le tecnologie e attivi nella lotta per i diritti digitali. Offre a migliaia di persone, movimenti, attivisti, gruppi, collettivi (compresi Folletto25603 e La Terra Trema), piattaforme per una comunicazione più libera, come per esempio email, blog, siti, mailing list, instant messaging. Da decenni ospita, supporta, protegge lavoro e comunicazioni su canali solo all’apparenza immateriali. 

Oggi, come sta accadendo globalmente per gli spazi di autogestione fisici, le multiformi espressioni del capitalismo colonialista si muovono in aggressione verso coloro che agiscono il conflitto e contro l’autonomia anche nei luoghi “impalpabili” della rete internet.

Scrive il collettivo anarchico Sabot Media, a proposito: «Per venticinque anni, un collettivo di hacker italiani ha costruito un’infrastruttura di comunicazione progettata per resistere alla censura, alla sorveglianza e alle incursioni della polizia. Il 26 agosto, gli Stati Uniti l’hanno designata come organizzazione terroristica.

(…) Nella distanza tra questi due eventi – la macchina autocostruita in un laboratorio di hacking milanese e la macchina dello stato di sicurezza nazionale americano – si fa la storia di un collettivo che ha trascorso un quarto di secolo insistendo su una pericolosa tesi: le persone dovrebbero essere in grado di comunicare senza prima sottomettersi a corporazioni o governi.

La minaccia degli USA ha una scadenza precisa. Il 25 settembre, l’autorizzazione accordata dagli Stati Uniti alle istituzioni che mantengono rapporti con A/I si chiuderà. Banche, aziende tecnologiche, provider di hosting e altre istituzioni riceveranno l’ordine di interrompere i loro rapporti. Se A/I ha costruito la sua infrastruttura per sopravvivere alla scomparsa di un server, gli Stati Uniti stanno ora tentando di rendere il collettivo economicamente e tecnologicamente inavvicinabile».

Già il 28 agosto il collettivo A/I comunicava: «il dominio autistici.org è risultato non normalmente raggiungibile (…) sono diventate irraggiungibili sia le migliaia di caselle di posta gestite da Autistici/Inventati che molti altri servizi forniti da A/I. Poche ore dopo, anche Noblogs.org, la piattaforma di blogging gestita dal collettivo Autistici/Inventati, è stata esposta a un problema di sicurezza che ha costretto i gestori di A/I a metterla temporaneamente offline per risolvere il problema tecnico.
(…) il collettivo A/I si è subito messo all’opera per ripristinare tutti i servizi, e ieri a fine giornata il servizio di posta era nuovamente accessibile per quasi tutti gli utenti e la piattaforma Noblogs.org è tornata online anche se solo in lettura (…) I tecnici di A/i sono ancora all’opera per ripristinare completamente i servizi il prima possibile, mettendoli ulteriormente in sicurezza.
Le conseguenze della designazione americana non riguardano solo internet. Ieri sera, poco prima della chiusura degli uffici, Banca Etica ha comunicato al collettivo l’intenzione di chiudere il rapporto bancario in seguito all’inserimento di A/I nella lista OFAC. È un passaggio significativo perché mostra come una decisione presa da un’autorità statunitense possa produrre conseguenze concrete anche nei rapporti finanziari di un’organizzazione italiana, che ha considerato troppo rischioso mantenere i rapporti con A/I.
Le conseguenze riferite dal collettivo non riguardano solo il conto bancario: anche PayPal ha deciso immediatamente di bloccare l’account di Autistici/Inventati».

Scrive ancora Sabot Media:
«(…) Se la minaccia è diretta a A/I, i suoi effetti non si limiteranno al solo collettivo. L’infrastruttura di A/I è utilizzata da scrittrici/tori, attiviste/i, ricercatrici/tori, artiste/i, pubblicazioni di movimenti e persone che l’hanno scelta proprio perché le piattaforme commerciali erano insicure, politicamente ostili o progettate per estrarre i loro dati. Queste/i utenti non verranno automaticamente sanzionate/i solo perché hanno un indirizzo A/I o pubblicano su Noblogs. Ma una volta che il fornitore stesso verrà inserito nella lista nera antiterrorismo potrebbe trasformarsi in un segnale di rischio. Una banca potrebbe esaminare più attentamente un pagamento. Un provider di posta elettronica potrebbe declassare o bloccare la consegna. Un datore di lavoro, un agente di frontiera o un investigatore potrebbero considerare un indirizzo sospetto. Una/un giornalista potrebbe esitare a contattare una fonte. Chi fa ricerca potrebbe evitare un archivio. Nuove/i utenti potrebbero decidere che aprire un account con A/I è troppo pericoloso. Niente di tutto ciò prevede che il governo persegua ogni singola persona coinvolta ma la designazione stessa può creare un proprio perimetro di paura».

«(…) Questo è il potere dello Stato di sorveglianza che opera attraverso intermediari privati. Il governo non ha bisogno di piazzare ovunque i suoi agenti: i dipartimenti di conformità, i processori di pagamento e le piattaforme saranno indotti a sorvegliare la rete autonomamente. Ogni istituzione traccerà il proprio confine difensivo, spesso più ampio di quanto richiesto dalla legge. Alcuni potrebbero richiedere più documenti d’identità, conservare più registri, monitorare i contenuti politici o rifiutare del tutto progetti che tutelano la privacy. Altri potrebbero chiudere silenziosamente gli account senza fornire alcuna possibilità di ricorso concreta.

Gli Stati Uniti hanno ora trasformato questa storia in una prova globale. In gioco non c’è solo la sopravvivenza di un collettivo di hacker italiani e quanto ruota attorno al loro costante e solido lavoro. C’è anche il principio per cui il mantenimento di infrastrutture digitali per movimenti radicali possa essere considerato terrorismo; se la privacy possa essere ridefinita come occultamento; se il rifiuto di raccogliere informazioni identificative possa essere presentato come ostruzionismo; e se un provider possa essere ritenuto politicamente e legalmente responsabile di ogni testo, tattica e affermazione trasmessa attraverso i suoi server». È già accaduto così nel mondo reale, quello che viviamo, grazie proprio alla digitalizzazione/profilazione, e che oggi molto difficilmente riusciamo ad attraversare senza essere tracciati».

La questione posta da Sabot Media è importante.
Le vicende di Autistici/Inventati dicono del volto disumano del capitalismo cibernetico e che i data center svelano, oggi più che mai, canalizzando tutto come cassa armonica.

Nella fase attuale serve addentrarsi in un reticolo di domande e di nodi da sciogliere, nel confronto e nell’analisi (umana e fisica). Quali sono le possibilità, dentro la rete e fuori da essa, di avere spazi di alternative, conflitto, autonomia e autogestione? Come si può proteggere un’infrastruttura di comunicazione progettata per resistere alla censura, alla sorveglianza e alle incursioni della polizia dentro internet? È ancora possibile/sensato valersi di un digitale altero da quello capitalista? Il conflitto, il cambiamento, la trasformazione possono essere ancora agiti nelle reti del cyberspazio dell’impero virtuale? Non abbiamo delle risposte certe ma è necessario provare a confrontarsi a riguardo, in special modo con chi ha esperienze e competenze tecniche per ripartire da queste domande.

Parimenti. Siamo convinti che nel reale, altro e fuori dal virtuale, senza spazi di alternative, conflitto e autonomia che sfuggono alla sorveglianza e al dominio totalizzante, non rimanga spazio per esistere. 

Last modified: 5 Set 2026

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