SAN FOCA NON SI VEDE DA BRUXELLES
di Elettra Gotti
Il gasdotto trans-adriatico (a chi vuol vedere) mostra quello che la politica nasconde per gli interessi di chi fa profitto e speculazione con l’energia.
C’è un ronzio in questo bosco che non c’entra con i pini. È basso, costante, quasi industriale: viene dalla stazione di depressurizzazione che riceve il metano azero dal gasdotto sottomarino e ne abbassa la pressione prima di immetterlo nella rete italiana. Siamo in Puglia, sulla costa adriatica del Salento: San Foca, Melendugno, il punto in cui il Corridoio Sud del Gas tocca terra per la prima volta in Europa. Qui hanno vissuto i messapi, sono passati i bizantini. Ma quella storia non ha preparato nessuno a questo rumore. Nelle giornate più terse, all’orizzonte si intravede l’Albania.
Dal reel del mio telefono arriva un video proprio da quella stessa sponda: migliaia di persone protestano contro un resort di lusso legato alla famiglia Trump sull’isola di Sazan (ieri base sovietica per armi chimiche, oggi riserva di fenicotteri), gridando «l’Albania non è in vendita». Non è solo un’eco nel presente: è il destino che si ripete in ogni zona di sacrificio, da una sponda all’altra dello stesso mare, che siano passati ottant’anni o due settimane.
Il bisogno, intanto, si costruisce altrove. Mario Draghi, da Presidente del Consiglio, lo chiese ai giornalisti il 6 aprile 2022: «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?» Con quella domanda trasformava una decisione geopolitica in uso domestico. Il condizionatore entra nella frase come un fatto, non come una scelta: è già lì, già acceso, già necessario. Non si discute se averlo, si discute solo cosa siamo disposti a sacrificare per tenerlo acceso. Il bisogno non viene scoperto, viene costruito, e quello che è costruito non si mette in discussione. Da allora mi è rimasta addosso come un sasso nella scarpa.

SAN FOCA
È lì che arriva, dal fondo dell’Adriatico, il TAP (Trans Adriatic Pipeline), il tubo che porta il gas di Shah Deniz, in Azerbaigian, nella rete nazionale italiana: il “Corridoio Sud del Gas” pensato a Bruxelles e a Baku, che toccando terra diventa affare locale, ulivi spostati e un bosco presidiato per anni dal movimento NoTAP.
Quando un’infrastruttura viene classificata “critica”, qualcosa cambia nel linguaggio del diritto: un blocco, un presidio, una camminata di protesta non sono più dissenso, ma vulnerabilità da gestire. Le cronache recenti raccontano un aumento della sorveglianza attorno al TAP, pattuglie, telecamere, fascicoli, e con essa cresce chi finisce dentro un perimetro di rischio pensato per gasdotti, non per persone.
RIVOLTE CHE NON FANNO RUMORE
Per capire questa macchina bisogna tornare indietro. Negli Archivi di Stato di Bari ho passato settimane su un fascicolo del 1942: la rivolta di Monteleone di Puglia, nel foggiano, ricostruita anche da Vitantonio Leuzzi in Donne contro la guerra (2016). Un gruppo di donne, mogli e madri di uomini al fronte, bloccò il prelievo forzato del grano deciso dal regime in piena guerra: volevano da mangiare, e lo dissero coi corpi, in strada. La risposta dello Stato fu un’invenzione giuridica, una categoria penale su misura per renderla innominabile come gesto politico. Le donne di Monteleone non sono passate alla storia come rivoltose, ma come un’anomalia da archiviare: e in archivio le ho trovate, fascicolate, anonime quasi quanto la carta che le custodisce.
Lo stesso schema riaffiora nelle occupazioni dell’Arneo. Tra il dicembre 1949 e il gennaio 1950 migliaia di braccianti salentini occuparono i latifondi tra Nardò, Copertino e Veglie: 40.000 ettari incolti appartenevano a 81 famiglie, mentre 20.000 braccianti vivevano in povertà assoluta con una disoccupazione che superava il 50%, e per sfuggire ai controlli si spostavano di notte in bicicletta. Il ministro degli interni Scelba dispiegò migliaia di uomini armati e persino aerei militari. Il 14 febbraio 1950 la polizia sparò. Quelle terre sono a pochi chilometri da Melendugno, da San Foca, dal bosco che il movimento NoTAP ha presidiato per anni. Ogni volta lo stesso meccanismo: il rifiuto territoriale diventa disordine pubblico, e il disordine pubblico autorizza non solo la forza, ma anche l’oblio. Di queste rivolte, pochissimo è entrato nella memoria pubblica.
LA STESSA GRAMMATICA, OGGI
Tra Monteleone e San Foca ci sono quasi trecento chilometri e ottant’anni di distanza, due Puglie diverse: il Tavoliere del grano e il Salento degli ulivi. Non è la stessa terra, è la stessa grammatica del potere. Il bosco di San Foca, le perquisizioni, i fogli di via, i processi per i blocchi stradali rispondono alla logica che processò le donne del grano: chi interrompe la circolazione di una risorsa, il grano allora e il gas oggi, viene riclassificato come pericolo, non come soggetto politico da ascoltare.
Nell’aula bunker di Lecce, in una dichiarazione spontanea resa pubblica dal movimento NoTAP, un attivista ha spiegato perché continuasse a farsi fotografare nei luoghi vietati invece di nascondersi: non per spregio, ma per un imperativo etico che non sentiva il bisogno di argomentare davanti a un giudice. Il suo unico rammarico era di non aver fatto abbastanza. Ottant’anni prima, a Monteleone, le donne non si erano nascoste nemmeno loro.

NÉ QUI, NÉ ALTROVE
La critica del movimento NoTAP è arrivata anche a toccare i soldi. Nel maggio 2022, sulla base dei dati dell’Agenzia delle Dogane, è emerso che il gas azero del TAP costava tre volte quello arrivato da Norvegia o Algeria, un sovrapprezzo che resterà in bolletta per venticinque anni, la durata dei contratti firmati. Il filo che lega quei numeri a Baku è lo stesso che il movimento rivendica nella campagna «Né qui, né altrove»: chi protesta qui finisce per pagare due volte. Ma c’è un’altra connessione che il pezzo di Linda Maggiori su L’Indipendente del gennaio 2026 ha reso visibile: la SOCAR, la compagnia statale azera del fossile che gestisce il gas del TAP, sta acquistando la raffineria API di Falconara Marittima per tre miliardi di euro, diventando padrona di un pezzo importante del comparto energetico privato italiano. L’Azerbaigian, che non ha potuto essere condannato dall’Europa perché è il fornitore di gas alternativo alla Russia, usava le armi vendute da Beretta e Leonardo nel Nagorno-Karabakh provocando migliaia di morti e un esodo di massa della popolazione armena. Gas da Baku in cambio di armi italiane: un patto che tiene in piedi sia il gasdotto sia il regime, e che rende San Foca un terminale non solo energetico.
Sul fronte giudiziario, il tempo si muove all’incontrario, e non per caso. Un decreto sicurezza del 2019, il cosiddetto “Salvini bis”, ha alzato fino a cinque anni le pene per chi danneggia beni o resiste alle forze dell’ordine durante una protesta. Lo racconta Anna Di Ronco, ricercatrice dell’Università di Essex, in un’inchiesta su The Conversation del 2021: il processo contro quasi cento attivisti NoTAP, basato soprattutto su testimonianze della polizia, si è chiuso in appena sette mesi, con condanne in alcuni casi salite da sei mesi a oltre tre anni. Nello stesso periodo il processo contro la società TAP per disastro ambientale veniva rinviato più volte per la pandemia; nel 2024, secondo L’ExtraTerrestre, era ancora in corso con diciannove imputati e un giudice titolare cambiato sei volte. Nel maggio 2026 il processo si è chiuso in primo grado con la prescrizione di tutti i reati contestati. È lo stesso copione che ho trovato negli archivi di Bari: l’autorizzazione a costruire arriva in fretta, quasi sempre; il riconoscimento del danno, se arriva, arriva troppo tardi.
ZONE DI SACRIFICIO
C’è un’espressione che torna spesso in questo lavoro: zone di sacrificio — il termine usato dall’accademica Macarena Gómez-Barris per i territori che il capitalismo estrattivo destina a pagare il prezzo ambientale e sociale di un beneficio goduto altrove. Un’inchiesta de Il Fatto Quotidiano del 2020 ha calcolato che l’UE ha selezionato 149 progetti su gas e rigassificatori mentre le sue stesse previsioni indicano un calo del 21% della domanda entro il 2030: il fossile resta finanziato come se fosse la transizione. L’urbanista Keller Easterling lo chiama extrastatecraft, il modo in cui un’infrastruttura si presenta come pura tecnica per sottrarsi alla discussione politica. Nel 2011 TAP prometteva l’approvazione della VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) entro il quarto trimestre del 2012: quasi quattordici anni dopo il processo per disastro ambientale si è chiuso. La necessità aveva una scadenza più comoda di quella della giustizia. C’è anche un’ironia: il condizionatore di Draghi, con le estati sempre più letali, rischia oggi di essere davvero una questione di vita o di morte, ma è proprio il gas che influisce sul clima che lo rende necessario.
UNA DOMANDA APERTA
Il condizionatore è già acceso, il gasdotto è già costruito, e mentre scrivo, i cantieri della Linea Adriatica stanno risalendo l’Appennino da Sulmona verso Bologna: 425 chilometri, 2,5 miliardi di euro, alberi abbattuti, faglie sismiche attraversate, una necropoli dell’età del bronzo distrutta a Colfiorito. «Da almeno 15 anni abbiamo cercato di fermare il progetto», racconta ad Altreconomia Mario Pizzola del comitato No Hub del Gas Abruzzo. «Ci eravamo quasi riusciti, quando Snam gli diede un nuovo impulso prendendo a pretesto la guerra in Ucraina».

CHI LAVORA QUESTA TERRA
Quando il TAP è arrivato a San Foca, nel 2017, alcuni ulivi secolari sono stati sradicati per far passare il tubo, su terreni di famiglie che da generazioni vivevano di quella terra. Ma chi si è opposto al gasdotto non è stato solo un movimento di agricoltori. Il comitato nato a fine 2011 era composto in gran parte di associazioni ambientaliste e di cittadini singoli, già segnati da anni di Ilva, centrale a carbone di Cerano e cementificio di Galatina. È diventato un movimento intrecciandosi con altre lotte locali: il Movimento degli Ulivi, nato contro gli espianti legati alla Xylella, e un comitato di madri che ha tenuto parte del presidio. Non solo chi la lavora, dunque, anche chi semplicemente la vive, ma dentro una logica che si decide altrove, a Bruxelles, a Baku, in un consiglio d’amministrazione, e che raramente sente il bisogno di spiegare perché valga la pena devastare questi luoghi.
La linea non si ferma a San Foca. Risale, ma non fino a Bruxelles.



Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 41
20 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 26 Ago 2026

