PADRONE E SOTTO: UN FILM DI ROBERTO-C
Testo di Laura M. Alemagna
Fotografie di Roberto-C
Ciò che non siamo in grado di cambiare, dobbiamo almeno descriverlo
Rainer Werner Fassbinder
Camérer, ça serait les prendre, ces images, parce qu’on ne sait jamais, parce qu’on verra bien
Fernand Deligny
In una restituzione del 1994, filmata da Gigetto Dattolico dell’USL di Giugliano, si registra il lavoro di ricerca condotto da George Lapassade (Università di Parigi), Piero Fumarola (Università di Lecce) e Renato Curcio (Sensibili alle foglie) intorno ai rituali del lunedì di Pasqua al Santuario della Madonna dell’Arco e ai busilli della trance e degli stati modificati di coscienza tra i devoti della Madonna.
A parlare, dopo una ricca documentazione video del rito, è George Lapassade, che torna su similitudini e vicinanza di quel rituale con le possessioni, il tarantismo, gli stati di trance già lungamente studiati.
Per il gran numero di devoti, per le pratiche che innesca, per il coinvolgimento emotivo, questo rito mariano è tra i principali in Campania. Incontrollabile, sfuggente, carico di una religiosità arcaica e indomabile, certo, non è ben visto dalle autorità ecclesiastiche che lo vorrebbero bandito, represso.
Accade invece che il pellegrinaggio dei fujenti verso il santuario sia sempre praticato, che si traduca anche in concitati momenti estatici, di catatonia collettiva, di isteria mistica straordinaria, tra crisi, catarsi, invasamenti e svenimenti.
Nel racconto in italiano, Lapassade cede, naturalmente alle inflessioni dell’accento francese, dando luogo a un corto circuito uditivo non così insensato: quegli estatici svenimenti e quel sacro svenire alle orecchie hanno suono di svanimenti e svanire, aggiungendo la suggestione di corpi invisibili, immateriali, impalpabili, svaniti.

Io sono un uomo invisibile. No, non sono uno spettro (…).
Sono un uomo che ha consistenza, di carne ed ossa,
fibre e umori, e si può persino dire che posseggo un cervello.
Sono invisibile semplicemente perché la gente si rifiuta di vedermi:
capito?
Quando gli altri si avvicinano,
vedono solo quel che mi sta intorno,
o se stessi, o delle invenzioni della loro fantasia,
ogni e qualsiasi cosa, insomma, tranne me
Ralph W. Ellison
Dalla voce fuori campo dell’uomo invisibile di Ellison prende e parte Padrone e sotto, film del 2025 di Roberto-C scritto con Luca Rossomando. La vergine anastasiana, Madonna di anime escluse, emarginate, svanite, disgraziate, madonna del sottoproletariato e dei mal viventi, ritornerà anch’essa.
SVANIMENTI
Padrone e sotto è un film densamente stratificato, complesso nelle riflessioni che innesca. Prima tra tutte quella che guarda a un baricentro spostato, che, per sottrazione, si traduce in prepotenza istituzionale, classismo, squilibrio consolidato che fossilizza le vulnerabilità, le mancanze, i vuoti, la condizione di vita da invisibili. Pur seguendo una precisa traiettoria si fa deragliante, alla maniera di Deligny, e svicola, trasborda dalle rotaie così come avviene nelle vite sviste che si mette a raccontare. Si alternano su spartito, storie di uomini e donne ferocemente svanite agli occhi e alle intenzioni di istituzioni politiche, sociali, culturali. Uno svanimento su più fronti, che si allarga oleoso, tra luoghi, tempi, persone.
Padrone e sotto scorre tre storie che inevitabilmente si fanno treccia, l’una nell’altra, tutte nella vita dell’autore, degli autori.
Prima si presenta quella di Pio, giovane lavoratore nel sommerso liquamoso della ristorazione nazionale. Pio conosce Roberto da anni, da decenni. Poco più che un ragazzetto al tempo de Il Segreto (2013), primo film di Roberto (fu Cyop&Kaf), era tra i protagonisti. Quel film raccontava la fanciulla scorribanda nelle settimane intorno ai festeggiamenti per Sant’Antonio di uno sciame di giovanissimi organizzati alla ricerca di alberelli di natale, di pini abbandonati (rifiutati) per le vie della città e accumulati in segreto per ardere in un sacro cippo nel giorno del santo. Racconta di una città attraversata, di quartieri presi dagli spasmi di questa gioventù coordinata alla ricerca di tesori spennati, secchi, neanche più verdi. Un naturale appropriarsi di quanto è negato, vietato o in abbandono, gioco e rivendicazione di un diritto alla città. Semi di canaglia, vagabondi efficaci, ancora per un fiato, svincolati dalla premura di crescere (crescere bene, crescere male).
Pio oggi è un giovane uomo, accosta aspirazioni artistiche e musicali a massacranti turni di lavoro come cameriere, lavapiatti, aiuto cuoco, barista, pasticcere, friggitore, di più. Pio è cresciuto, Napoli è cambiata. Il turismo ha creato il mostro, la bestia gentrificatrice è sdoganata. Forse per questo cambia prospettiva e vola verso l’evoluto nord, Lodi, Bergamo, Bologna, ma si ritrova a subire dal padrone gli stessi trattamenti economici che riserva la sua città: niente contratto, turni estenuanti, mansioni mai chiare, lavoro a nero. « A Napoli ci insegnano a lavorare per niente, ce lo insegnano da piccoli, devi lavorare e non devi avere niente» dirà a Roberto, in uno dei tanti incontri. Pio chiede un contratto, una regola a quei turni che lo sfiancano. Col metal detector e una pila in bocca per farsi luce cerca minime certezze di futuro ma l’ingorda gestione della ristorazione nelle città italiane rifiuta come acqua su olio bollente. Costa troppo, è impraticabile. Pio lo sa. Se non lo fai lui, troveranno altri che staranno ancora più sotto.
PADRONE E SOTTO
Padrone e sotto, è un gioco a carte meridionale sulla sopraffazione, mette in scena il padrone e i servi, l’umanità divisa tra chi domina e chi è dominato, padroni e servi.
Padrone e sotto è anche riadattamento, napoletanizzato, ad opera di Gennaro Vitiello (nel 1975), di un’opera brechtiana, Il signor Puntila e il suo servo Matti, su lotta di classe, capitalismo soverchiatore e proletariato.
Padroni e servi è il titolo di un capitolo di un libro, a suo modo spartiacque, di Alessandro Dal Lago e Emilio Quadrelli (La città e le ombre. Crimini, criminali, cittadini, Feltrinelli, 2003). Gli autori lì si soffermavano sulle molte forme di schiavitù e assoggettamento nel lavoro migrante. «Non è necessariamente l’effetto della malvagità dei singoli, bensì il risultato finale di una condizione di esclusione a cui concorrono parimenti interesse economici, definizioni giuridiche e pratiche istituzionali», scrivevano. Emilio Quadrelli, in un’intervista a Meltin Pot continuava: «la situazione dello straniero non è altro che una avanguardia estrema di una condizione che può estendersi in ampia quota anche alla popolazione locale. Esiste senz’altro una divisione su quella che chiamiamo “linea del colore”, ma sappiamo che questa non è definita in termini biologici. Non ci troviamo in un mondo che separa le persone in chiave biologica, ma in un mondo in cui chi è bianco oggi può diventare nero domani».

Con i nostri fasti, le nostre affettazioni,
la nostra insolenza
– poiché siamo anche commedianti –
cercheremo di aumentare la distanza
che fin dall’origine ci divide
Jean Genet
I NEGRI
I Negri, con riferimento all’opera teatrale di Jean Genet, Les Nègres (1958), avrebbe dovuto essere il titolo originale del film. Gennaro Vitiello aveva messo in scena anche quella, con un adattamento del testo nel 1969. Genet, aveva fatto di quell’opera un vorticoso oltraggio profanatorio di corpi, rivendicazioni, deprivazioni, colonialismo.
«C’è qualcuno in Europa più negro dei napoletani?» chiedeva invece Vitiello. Rilevando quel magma vischioso tra vita di quartieri e vicoli. Sessant’anni dopo l’assunto sembra lo stesso, Roberto ne è convinto. Négritude può essere visione di una condizione anche a Napoli.
Pio e con lui i giovani marucchini con cui vive, sono stretti tra spazi vitali, affettivi, amicali, per la casa, il pancarrè e la vallè, la musica creola, le sigarette, i cazziatoni, la vita grama. La sovrapposizione torna più volte.
Nel delicato ragionare sulle condizioni di subalternità, nelle pratiche di nominazione di un nemico pubblico che si aggira tra le città contemporanee, nella profilazione, nella ghettizzazione, nello sfruttamento, nella criminalizzazione, la nominazione e la de-umanizzazione: «C’è qualcuno in Europa più negro dei napoletani?», è la domanda. Forse «i giovani napoletani», si dovrebbe rispondere.
«La delinquenza dell’algerino, la sua impulsività, la violenza dei suoi omicidi non sono dunque la conseguenza di un’organizzazione del sistema nervoso, né di una originalità del carattere, ma il prodotto diretto della situazione coloniale», scriveva Frantz Fanon ne I Dannati della Terra (1961). Per un caso neanche fortuito, Padrone e sotto è stato presentato in anteprima all’Algiers International Film Festival, luogo di connessione «delle cinematografie dei sud del mondo». Da Napoli ad Algeri quella condizione deraglia anche dalle città stesse.

Tutto ciò che agisce è crudeltà
Antonin Artaud
VERITÀ E GIUSTIZIA
Quello su Ugo Russo, dei tre, è il capitolo più doloroso nel film.
Ugo è stato ucciso da un carabiniere fuori servizio a cui aveva tentato di rubare un orologio. Era il 1° marzo del 2020 e teneva quindici anni. A colpirlo furono quattro colpi di pistola, due dei quali esplosi quando tentava una fuga.
Roberto segue la vicenda di Ugo da allora.
A seguito dell’omicidio la famiglia costituì un Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo, perché lo stigma nei Quartieri si stratifica prima di parole come verità e giustizia: sei delinquente, giovane criminale, malavitoso, invischiato con la camorra e, in un attimo, nelle udienze, passi da vittima a imputato, anche se sei morto.
Il processo, ad oggi, procede lento. Al terzo grado di giudizio, verità e giustizia sono nemmeno un miraggio. «Come accade troppo spesso quando gli imputati per abusi e omicidi appartengono alle forze dell’ordine, una micidiale macchina di narrazioni criminalizzanti si è subito messa in moto, sostenuta da una parte di opinione pubblica dai toni giustizialisti» riporta il comunicato sul sito del Comitato Verità e Giustizia per Ugo Russo, «illegalità diffusa, la responsabilità delle famiglie, la presunta vocazione criminale dei ragazzi e delle ragazze che abitano i quartieri popolari. Parole pronunciate da chi guarda questi territori da lontano, senza mai provare a conoscerli veramente», continua.
DAMNATIO MEMORIAE
Padrone e sotto segue la famiglia di Ugo nei presidi davanti ai tribunali, nella voce rotta e tra le dita tremanti del padre Enzo e della zia, nei volti gonfi di lacrime dei congiunti, nella disperazione senza scampo di sua madre, nei giorni della celebrazione della Madonna dell’Arco. Il suo volto, roseo, appare e scompare continuamente. Multiforme, si prende spazio, esige di essere percepito, esse est percipi, visto, riconosciuto, nonostante la morte. Fotografie, ritratti, magliette, ricami, crema di zucchero, stendardi, mura, striscioni, le medagliette argentate, gli stencil si rincorrono, non si contano. Alla crisi di una presenza/assenza dicono «tu esisti», dicono «Ugo vive».
Eppure, la bestia mortificatrice non si placa, ogni volta che il volto di Ugo appare prende a sbranarlo e fare brandelli del suo viso acerbo. Damnatio memoriae, è la condanna delle istituzioni, delle politiche cittadine, della stampa, dell’opinione pubblica, del pregiudizio trasversale. Ordina di cancellare l’enorme murale azzurro che lo ritrae in piazza Parrocchiella (addirittura attraverso un decreto del Consiglio di Stato), intima il divieto di portare lo stendardo con la sua effige alle processioni per la Madonna dell’Arco, a cui Ugo era fedele devoto.
Se quel volto adolescente, «l’ultimo dei problemi di Napoli diventava il primo da dover risolvere», non accade per caso e svela un copione già visto. Con svariate complicità si perpetua la mistificazione, si acuiscono paure, disagi, facendosene schermo per occultare responsabilità reali e mancanze istituzionali. Ne fa accenno Wolf Bukowski ne La buona educazione degli oppressi (Edizione Alegre, 2019), parlando di «poteri distali» e «poteri prossimali» (citando David Smail, The origins of unhappiness: a new understanding of personal distress). I primi plasmano la vita di interi gruppi sociali al riparo dei loro luoghi irraggiungibili. I secondi sono relativi l’«ambito dell’esistenza fisica» e i «microambienti» della quotidianità: «la voce sull’autobus mi ripete di fare attenzione ai borseggiatori, ma tace ostinatamente del fatto che un consiglio dei ministri allontana di anni il mio pensionamento, derubandomi di una cifra millemila volte superiore». «Se si ignorano e occultano i poteri distali che lo hanno condannato a essere povero (perché nato da poveri, in luogo povero, eccetera), il povero sembra colpevole della sua povertà, e dunque sembrerà meno scandalosa la sua persecuzione da parte delle istituzioni decorose: in fondo, si dirà, se l’è cercata lui».

Il lavoro di Roberto-C è contrappunto alla feroce campagna mediatica che ha preso d’assalto la vicenda di Ugo (e non solo la sua). Con delicatezza, mettendosi a lato, da osservatore, si lascia ingoiare. Intimamente incorporato a quanto accade, rende (una) giustizia a Ugo Russo e alla sua famiglia, sbriciola e ribalta l’anatema, la damnatio memoriae. E, soprattutto informa che l’imputato per omicidio volontario pluriaggravato è il carabiniere. Lui, non Ugo, che avrebbe dovuto essere condannato per tentata rapina, non giustiziato.
Sore’, sta passann a Maronn,
arapit balcun e fnest,
sbattitl ‘e man,
Sore’, iè a regina ro ciel
ci prutegge e perdona i peccate e ci salva sti figlie
Nelle immagini che seguono la mesta celebrazione del suo diciottesimo compleanno in occasione della processione della Madonna dell’Arco, il fratellino di Ugo chiede a chi sporziona: «io voglio una fetta di Ugo», «mangio il suo muso», di fronte una torta di panna che ritrae Ugo, multicolore. È semplicemente un bambino e nel mettere in corpo quella fetta di torta rivendica, conosce il suo mondo, la sua storia, quella di questo paese.

Roberto si perde nelle immagini, nel crepitio dei fuochi d’artificio, dei riti, della processione, nei canti, tra le trombe, i tamburi e i sassofoni della banda, le luci, le carte dorate, i volti di Madonna. Roberto si perde nei visi tristi, nella disperazione silenziosa e chiusa di Enzo, padre di Ugo. Perso a sua volta. Pochi sono gli ammiccamenti, pochissimi sono i sorrisi, poco c’è da ridere.
Al momento della cancellazione del ritratto di Ugo in piazza, Roberto ribalta lo scorrere del tempo, in un reverse, lascia che gli occhi vivi di Ugo ci guardino, emergendo tra le pennellate. «Ugo vive, Ugo vivi!», è l’urlo che rompe il silenzio.
Le implicazioni di questa storia di ingiustizia sono molteplici, logoranti, mortifere.
«Loro c’accirono, le guardie no», dicevano i ragazzetti ne Il segreto, rimuginando sulla possibilità di un assalto al bottino di alberi dei rivali.
Invece pure le guardie accirono.
Ugo Russo, Davide Bifolco, Luigi Caiafa, Mario Castellano a Napoli, Ramy Elgalm a Corvetto, Nahel Merzouk a Nanterre, George Floyd a Minneapolis.
Il giorno seguente all’assassinio di Floyd mezza Italia, si mobilitò inorridita dall’ennesimo massacro sbirresco. Anche il padre di Ugo prese parola in quell’occasione, incredulo, smarrito più che mai tentò di affacciarsi per riconoscersi, avvicinarsi, unire le lotte, il senso di ingiustizia.
Molti si indignarono, Ugo era un teppista, un delinquente, un pessimo esempio, non era un oppresso.
«C’è qualcuno in Europa più negro dei napoletani?». I giovani napoletani uccisi dall’indicibile, si potrebbe rispondere.
UNEMPLOYED LIVES MATTER
«Le vite dei disoccupati contano». Il terzo ambito è quello che riguarda il Movimento di Lotta Disoccupati 7 novembre. Storica esperienza auto organizzata che da oltre cinquant’anni si mette a sbrogliare quelle catene che vorrebbero i disoccupati emarginati, soli, umiliati, segregati, disprezzati. Roberto segue le loro vicende da quattro anni e quello che a lui salta all’occhio è la progressiva crescita di chi quel movimento attraversa. Sembra germinare, prima di tutto, l’idea di coscienza sociale, di giustizia sociale come diritto da rivendicare collettivamente. L’obiettivo non è solo il posto di lavoro, è anche il posto di lavoro ma soprattutto la lotta, la capacità di discernere «poteri distali» e «poteri prossimali». Chi decide l’oppressione e perché. Far saltare quel gioco di carte, padrone e sotto.
Le voci al megafono, all’inizio flebili, confuse, incerte si fanno via via precise, sicure, forti, puntuali, anche tra chi non aveva mai preso in considerazione la possibilità di farsi militante, di fare scontri, prendere mazzate per i diritti di tutti. «Ci vattono perché non hanno risposte».
I disoccupati contano, i disoccupati sanno. Sanno quello che serve, che la città non funziona per direttive e volontà precise. Sanno che uniti si vince, che soli si muore.


Nel 1975, Frederick Wiseman gira, a New York, Welfare, documentario magnifico attraverso il quale si addentra (anche) nella vita e tra i volti di moltissimi disoccupati e indigenti, per lo più afrodescendant, costretti al cospetto di funzionari dell’ufficio di assistenza sociale municipale. Gli uni di fronte agli altri fanno delle scrivanie uno snervante tavolo da ping pong: da una parte, chi cerca scampo in un groviglio di regolamenti paradossale e complesso, dall’altra, impiegati per lo più distaccati, oppure impreparati, quasi sempre congelati nel proprio ruolo istituzionale ordito da norme, burocrazia, glaciale indifferenza. «Noi non siamo palline da ping pong» dice invece il Movimento di Lotta Disoccupati 7 novembre, frantumando il muro.
Scorrono parallele immagini di repertorio dagli anni Settanta, dicono che poco è cambiato che la questione sociale è eterna, che cinquant’anni fa era uguale, che tra cinquant’anni sarà uguale se non peggio se la consapevolezza non si prenderà la strada.
Amaro, il film di Roberto-C è monito, archivio complesso, registro di anime che si inerpicano su un terreno insidioso, un purgatorio che frana sotto i piedi, che non conduce, anzi, il più delle volte sprofonda. Eppure capita che alcune volte queste anime arrivino fino in cima per fare loro, di un Garibaldi di turno, un invisibile fantasma.
È a volte vantaggioso essere invisibile,
anche se, per lo più,
la cosa ha un effetto alquanto snervante.
C’è poi anche il fatto che le persone di vista corta
urtano continuamente contro di te.
E ancora, dubiti spesso della tua esistenza,
e finisci per chiederti se non saresti per caso
un semplice fantasma nella mente degli altri
Ralph W. Ellison

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 41
20 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 6 Ago 2026

