S’EST TREMENDE SA TERRA
Testo e fotografie di Laura M. Alemagna
Nel libretto postumo di Sergio Atzeni, Raccontar fole (1999), l’autore ripercorre le pagine di una copiosa produzione letteraria dedicata alla Sardegna tra Sette e Ottocento, nel bel mezzo di rivoluzioni importantissime (industriale e francese). Si susseguono, nel libretto, tutte insieme, le voci di studiosi, di cappellani, avvocati, esploratori, illustri scrittori (inglesi, tedeschi e francesi); considerazioni dedicate all’isola a seguito di viaggi reali o immaginari, considerazioni categoriche, stentoree. Un repertorio variegato di conclusioni anche grossolane, di supposizioni, dicerie e prese d’atto su usi e costumi, persone e paesaggi. Nella baraonda di parole qualcosa ritorna, ritorna e ancora ritorna: l’indole inequivocabile di luoghi, delle genti, di piante e bestie che vi abitano in stratificata, evidente, selvatica avita alterità.
Selvatica, «selvaggia e armata» fa dire Atzeni, mordace, della vita della nonna della nonna della propria nonna, al cadavere novecentesco del barone Heinrich von Maltzan: «piegata dal vento, nera di basalto, profumata di arance, angariata dai piemontesi esiliati. Metà selvaggia e metà armata».
E selvatica, selvaggia, armata, altera, l’isola rimarrà nei secoli a venire, agli occhi stranieri e non solo. Memorandum, elogio, monito, marchio stampato col fuoco su terra, pietra, tronchi d’albero, sugli esseri umani e sugli animali.

Selvatica
Occasione è un confronto pubblico a Cagliari, al Lazzaretto, quartiere Sant’Elia, pieno ottobre, nel quale siamo invitati a dire la nostra, in chiusura della prima giornata. Lemma intorno al quale si ruota è proprio selvatica. Selvatica chi, selvatica come e dove, selvatica quanto, selvatica cosa.
Nel ragionarci su, alla luce di anni di Fiera Feroce, selvaggia e brada, abbiamo allargato l’invito alle realtà di Sardegna che attraversano La Terra Trema. E così troviamo con noi, sul palchetto della sala dei convegni: patrona Elena Marconi, Peppino Musina di Cantina Orgosa, Pietro Marchi di Sa Defenza, Roberto Bonadeo di Sa Buca’e Meli.




Questo viaggio in isola, in noi, anime tremule, cova più frenesia del solito. Fresca è la decisione di mettere in scena La Terra Trema, nonostante Milano, di farlo in luoghi nuovi, scarni, diversi. Tutto da costruire, c’è da capire come, chi coinvolgere, con quali modalità. Paura e gioia ci attraversano, non lo nascondiamo, per questo arriviamo ambasciando rumorosamente questa novità per noi immensa, non scontata, inattesa alla luce di un anno assai assurdo.
La giornata cagliaritana sarà, di lì in poi, spessa, abbondante di incontri. Un domandarsi interno, interiore, tra e di studiosi, scrittrici, biologi, agronomi, scienziati, studenti e studentesse, antropologi, etnobotanici, cittadine e cittadini. Selvatica è sì, tanto da dire, da immaginare, allure reale, ambizione impossibile, etichetta commerciale, favola per turisti, selvatica è dogma, pretesto, condizione forzata, rivendicazione politica, casa, fortezza. È quasi uno sproloquio nei tempi di un cambiamento antropologico che riguarda ognuno/a: quello della digitalizzazione e dell’ingerenza delle AI.





Nella sala gremita, Selvatica è un fine interrogarsi e queste e questi sardi/e fanno un gran domandare su se stessi. Parliamo di guardiane/i, di janas, di custodia di luoghi, culti, specie botaniche, memoria. La materia è infinita e motivo d’incanto.
Finito il nostro, lasceremo Cagliari frettolosamente perché lungo è il viaggio da Cagliari verso l’Orgosolo di Peppino Musina. Una visita che rimuginiamo da anni.
In fuga con noi, Pietro, Pensiero, suo caro amico (fabbro, fotografo, prezioso affezionato a La Terra Trema).



Peppino, viaggia veloce e rimugina parole in lingua. Pensiero lo ascolta, risponde. Il viaggio è una corsa in un buio veloce, un paesaggio nero, incognito, che non fai in tempo a percepire. Solo il cielo è fermo e in lui le stelle. Un subisso.
De Andrè prova a bisbigliare un canto di sottofondo ma le voci ruvide di Peppino e Pensiero lo sovrastano dicendo parole forti di aggressioni ai territori, di burocrati e di funzionari che svendono la propria terra, di politiche becere dallo sguardo corto, cortissimo.
Disboscare, asfaltare, cementificare, scavare, erigere, espropriare, disboscare. Selvatico, per certi amministratori è solo un buon motivo per ribaltare il territorio e farne merce.
È notte quando arriviamo. Ancora quel subisso di stelle, abbaio di cani, campanacci di pecore. Al mattino scorgeremo Orgosolo, ottobrina, attraversata da tedeschi attrezzati per escursioni con gipponi enormi e moto da enduro oppure a piedi verso le vie dei murali.



Ho navigato
Da dove iniziare? Camogli. Peppino, ci va a quattordici anni per frequentare l’istituto nautico e l’idea di fare il macchinista. Inizia subito il mestiere navigando con navi di Costa che andavano lontano, anche alla volta di Buenos Aires, passando per mezzo mondo: Cannes, Marsiglia, Barcellona, Lisbona, Brasile, Uruguay. Il primo imbarco lo fa con la scuola, a sedici anni. Diciassette anni li compie a Santos in Brasile, 18 settembre del 1974. Talvolta salpava su navi diverse, per il trasporto delle merci. Arrivava fino a New York per scaricare macchine e macchinari industriali. Boston, New York, Baltimora se le girava nei giorni di ferma. Il più delle volte delle merci trasportate chiedeva poco, il via vai verso La Maddalena faceva supporre a carichi militari. Armi. A poco più di sedici anni, faceva che non fosse un suo pensiero.
Prende dalla tasca un foglietto scritto a macchina: Partenza Giugno 1976 – Genova – Napoli – New York – Philadelphia – Baltimora – Norfolk – New York – Barcellona – Genova – Napoli – Livorno. Ritorno Agosto 1976. Solo leggerlo è un’avventura in un altro secolo.
Peppino, a bordo delle navi e a terra, vede passare la Storia: il golpe in Argentina nel 1976, i coprifuoco, i controlli armati, il dispotismo militare, gli scioperi dei portuali, la crisi finanziaria, la svalutazione, il Nicaragua della guerriglia sandinista.

In questo abbordare il mondo, a un certo punto arriva, inesorabile, la chiamata per il servizio militare e lì, Peppino sceglie la diserzione dopo dodici giorni di servizio. Una scelta che sembra senza indugio, viscerale, interiorizzata. Va in Inghilterra, a Londra, per fare, quasi sempre, il cameriere. Rientrerà in Sardegna sei/sette anni dopo, quando Pertini concederà indulgenza a quelli come lui, nei primi anni Ottanta, dopo la celeberrima amnistia concessa agli anarchici nel 1978, per ricordare: «Come potevo non farlo? Vede, io sono un vigliacco. Tutti noi siamo dei vigliacchi. Quando parliamo di democrazia siamo tutti in malafede. Democrazia significa governo del popolo, ma se governasse il popolo non governeremmo noi. Lo facciamo perché il governo è più facile dell’autogestione, più comodo. E perché, ammettiamolo, un po’ ci piace avere tutto questo potere. E continueremo a governare. Ma l’amnistia è un atto dovuto, visto che hanno ragione loro. E una parte di me spera che prima o poi vinceranno».
Quando Peppino torna a Orgosolo, graziato, l’etichetta di latitante, ancora penzola dalla giacchetta. Il maresciallo di zona gli racconta di copiosi fonogrammi ricevuti per loro. I fuggiaschi, i nemici dello stato, l’onta di bandiera, i ricercati.
A seguire gestirà un albergo sui monti e poi un supermarket.
A ritornare alla vigna (di famiglia) ci metterà del tempo. Lo farà tardi, alla fine degli anni Novanta, prendendo in gestione le vecchie vigne, impiantandone nuove. Nel 2002, vignaiolo, diventa il suo mestiere di fatto.





Eja
Sulla strada da Nuoro a Orgosolo, Cantina Orgosa è un luogo che si apre dopo i tornanti, una roccia dipinta col volto di un pastore, un muretto a secco e un cancello in legno. La pancia del Supramonte svetta da un lato. Siamo quasi al centro nella retta che collega Oliena a Mamoiada.
Sulla soglia le viti, i nespoli, l’olivastro, lentisco, cachi, agrifoglio, serpolino, aquilegia, timo e innumerevoli altre. Una natura rigorosa e spregiudicata si attorciglia e dà il benvenuto.
Una bella casina di legno ospita le bevute attorno al grande tavolo. Le bevute, non le degustazioni. Perché con Peppino è obiettivamente difficile degustare, saggiare, testare. Si fa esperienza piena, completa, full experience. Mangi mangi e bevi bevi.
La cantina è a un palmo di naso, piccola e pulita, le botti di castagno (c’è ancora un anziano bottaio che le fa) per far il riserva e poi solo acciaio. Le vigne sono a fianco: granazza, vermentino, cagnulari, pascale, carignano, sangue di Cristo, malaga, monica, cannonau.
La vendemmia si è conclusa da poco ma qualche grappolo sparuto è sopravvissuto al taglio.
Gli acini di sangue di Cristo esplodono di rosso tra le dita di Peppino.



Le cantine a Orgosolo sono poche e di limitate dimensioni. Mamoiada e Oliena sono vicine e molto diverse, anche nella narrazione del vino, già più assodata.
Come in tutta la Sardegna anche qui si fa un gran studiare. Il riconoscimento di varietà un tempo considerate minori e l’approfondimento di quelle sempre in gloria, tra cui lo stesso cannonau, è un ambito di discussione.
Granazza (granatza/granaccia/vernazzia), sa granatza, è nell’occhio del ciclone di queste ricerche. Uva scansata, di ripiego un tempo oggi è regina.
Da quest’uva bianca, dorata, Peppino ne fa(ceva) un bianco in purezza e un blend col vermentino, Gramentino (di pecora, di grano della fregola, di fiori gialli, di camomilla e pera).
E poi il re rubizzo mediterraneo, il cannonau, altra creatura errante dei mondi (qui è cannonau, in Francia grénache noir, in Spagna garnacha o granaxa, nella toscana di Corinna de Il Cerchio, alicante). Peppino ne fa un vino fragoroso di spezie, bacche nere, forse anche di mirto, lo fa in purezza (uno in acciaio, uno in riserva – per botti in castagno – e un rosato).
Nel 2017 l’assetto delle vigne è cambiato, in parte. Una gelata bastarda ha quasi steso ogni cosa. Peppino ha fatto un lavoro certosino di taglio e cuciture. Le cicatrici sono ancora lì. L’impianto che era a cordone speronato è diventato ad alberello.
Oggi tutto sembra in salute, quest’anno ha piovuto bene tra aprile e maggio. Quando succede così anche «se poi non piove più, le piante reggono l’estate». Il problema si fa serio quando non piove neanche in quei mesi, quando la primavera è asciutta, l’inverno anche. Per questo è predisposto un impianto irriguo da usare in emergenza.
Intorno, un corollario arboreo secolare: piante di sughero, ogliastro, querce anche ultracentenarie.
Più di una volta sono venuti a proporre “rimboschimenti”, per conto dell’Ente Regionale. Rimboschimenti riqualificativi che prevedono l’abbattimento dell’esistente, di piante vive, talvolta millenarie, considerate «tara» dai progettisti delle azioni pilota di sperimentazione. Una prospettiva ch è un punto di fuga poco oltre il naso. Una visione strabica e alienata.



«S’est tremende sa terra»
A La Terra Trema, Peppino arriva nel 2015. Si presenta col sorriso briccone e le carte in tavola: «che sono queste manette? Il braccialetto, non lo metto». E via, una cantilena per tutti i giorni sul braccialetto di carta per il riconoscimento dei produttori e gli acab e i 1312 e i carabinieri e la sbirraglia.
Si ambienta bene però, tanto che l’anno dopo è eletto Roncola d’Oro.
Attorno a lui si delineano i contorni del suo territorio: i fratelli Podda, produttori di fiore sardo e pecorino (passeremo anche da loro: un bel numero di pecore sarde messe al pascolo semibrado tra le colline del Supramonte orgolese, località Orolai; un piccolo caseificio costruito da lavoro durissimo e senza sosta, condiviso coi giovanissimi figli); Piera Cadinu e i suoi liquori a base di mirto, elicriso, finocchietto selvatico, fiori di corbezzolo.
Il più delle volte Pensiero, pensiero politico, lo ha accompagnato, talvolta è arrivato col nipote, faccia di tolla, come lo zio.









Nel corso di questi anni, Peppino ha sempre portato a La Terra Trema il racconto delle terre di Barbagia (di Ollolai) e di Orgosolo, delle genti ostinate, forti, irriducibili, attente alla propria alterità, all’indipendenza culturale, morale e sentimentale dal continente Italia e, soprattutto, dalle sue istituzioni. Come accade sovente, quell’annotato isolamento, il carattere selvatico dei luoghi, tutto ciò che allo Stato e ai suoi apparati sembra nulla da sradicare diventa oggetto di aggressioni, di speculazioni, di svendita al ribasso. Le privatizzazioni e gli espropri, i Piani di Rinascita, la militarizzazione, l’estrattivismo, le grandi infrastrutture a favore dei capitali delle società multinazionali, delle profanazioni al vivente per conversioni al fotovoltaico e l’eolico che invece di essere futuro, energia sostenibile minano la natura profonda dei luoghi, sovradimensionate, enormi, sproporzionate. Ne sono sempre scaturite lotte coraggiose e chi veniva accusato di pensiero e modi arcaici, primitivi, fuori dal tempo è stato, invece, capace di conflitto, di battagliera difesa del patrimonio paesaggio di tutte/i, fisico e culturale. Con la capacità di dirigere anche le sorti, come per il Pratobello al battere della fine degli anni sessanta, quando l’opposizione di pastori e cittadinanza bloccò la realizzazione del poligono per le esercitazioni militari.






Bang
Paola Lai è cara amica di Peppino e dentro il Comitato Orgolese contro la Speculazione Energetica Ventu Hontrariu (Comitato che ha scritto anche su queste pagine). Con lei abbiamo attraversato Orgosolo e la Storia del mondo dipinta sulle sue pareti, a partire dal 1975. Quella stessa che Peppino ha incontrato sbarcando giovincello nell’ultracontinente. Orgosolo mostra un riconoscimento complice e alla pari delle lotte compiute da altri popoli: il massacro genocida in Palestina, il colonialismo famelico, l’eccidio dei nativi in America, il furto delle terre, il Vietnam, la Sicilia, Cuba, le uccisioni fasciste, quelle poliziesche, gli scioperi operai, le lotte contadine e quelle dei banditi barbaricini. Tutto è impresso, sulle case, sulle vite quotidiane.


«Scuola impropria», fa accenno Paola ricordando l’antropologo sardo Michelangelo Pira. Evocando un istruirsi comunitario, qualcosa che si impara sul campo che non è arte, non è tecnica, né estro creativo, ma complicità, solidarismo diffuso, compreso e coltivato, accudito, coeso. Le vestigia del massacro genocida del popolo palestinese a opera di Israele, ritornano sulle porte, sui muri di tutte/i. Il messaggio ai devastatori di tutti i continenti è esplicito, un coro cittadino.
E si dice, anche, senza malintesi se l’annientamento del patrimonio naturale, selvatico e arcaico passa anche per la feroce turistificazione, la colonizzazione, i brevetti sulle colture, le speculazioni edilizie, monetarie, culturali. Si dice, magari non in lingua inglese ma in modo che si capisca bene.
Se, in questa nostra incursione Sardegna è stata un corpo, Barbagia è stata cuore, Donori sarà pelle, tatto di dita.



A difesa
Verso sud discendiamo con un minibus privato, all’alba dell’alba; altri mezzi, pubblici, non consentirebbero. Il signore alla guida concede il tempo d’un caffè, insieme, in un bar di specchi e luci al neon che andrebbe bene per ogni after. Un viaggio condiviso. Persone dirette ai presidi ospedalieri cagliaritani, studentesse, pendolari.
In città ci raccoglierà Silvia, selvatica, nomen omen. Nel nome è il presagio.
Prima di arrivare a meta, rivolgiamo esercizio di devozione salutando la madonna di Sa Defenza, posta in una piccola chiesa di metà Settecento poco distante da casa e cantina; un tempietto messicano con bifora e campane; edificato, si dice, da un bandito barbaricino cui la madonna aveva fatto la grazia di una riuscita fuga dalla madama.





Sa Defenza è un viaggio verso Donori, nelle teste torte di Pietro, Paolo e Silvia, nelle colline strepitose dentro e fuor di loro, nei colori forti di una steppa acerba. Verso un futuro, ancora selvaggio e armato, contemporaneo, circondato da sterlizia e lentisco come un pezzo di Daniela Pes.
«Babbo vendeva le uve alla cantina sociale», un bel numero di ettari ricevuti in eredità a sua volta dal loro bisnonno, che transumava il gregge da Gavoi in Barbagia verso Donori e commerciava orbace, quel tessuto di lana grezza, tenace e resistente, tipico di Sardegna che finì come materia prima per le divise invernali dei gerarchi fascisti tanto da diventarne sinonimo.
Ricevuta l’eredità, su maistru Salvatore prosegue il lavoro da allevatore e a un certo punto decide di dedicarsi alle vigne che impianta e all’agricoltura.
I fratelli Marchi (Anna, Pietro e Paolo), amano quei luoghi, intorno al 2000, cominciano a prendere confidenza con le uve, sperimentano alla maniera dei garagisti. «Tremila, poi seimila litri, poi ventimila litri». Con entusiasmo ne fanno lavoro e motivo di difesa di quel vivace ecosistema familiare e naturale. Nel 2015 si dotano di una cantina efficiente e sul pezzo per le loro uve: vermentino, semidano, cannonau, bovale, barbera sarda, nuragus, moscato, malvasia.
Cantina grande (non grandissima, eh), nell’idea di Paolo, Pietro, Anna Marchi e Silvia Schirru, è un luogo da aprire alle sperimentazioni non solo enoiche, si può mettere a fermentare anche altro. Non di rado avvengono lì concerti, performance, dj set. Non contesti glam, fighetti, scintillanti. Piuttosto, avanguardia, ricerca rude, molesta, da decifrare come con sboccature e macerazioni malriuscite a cui dare un senso, farne biblioteca, archivio dove porre le prove, i tentativi, le verifiche, gli sbagli. «Volare alto», se è volatile alta.
Sulle pagine de L’Almanacco hanno raccontato di Contemporary – Festival biennale di arte e musica d’avanguardia a Donori che nasce anche intorno a loro. Oggi dicono di Tumultuosa che in loco porta artisti internazionali in residenza, nelle strade di Donori, al cospetto della sua cittadinanza non sempre pronta. Tumultuosa, eresia d’infanzia, ostile alla prosa.



We call it acieed oppure ä’sid miùuʅik
Su un sottofondo permanente di musica e natura brada, Sa Defenza è dunque luogo d’arte, tra campi, cave di minatori, boschi, magazzini e cantine. Di suoni, di oggetti d’artificio. Tra tutti, quelli accumulati da babbo Salvatore. Manufatti di un passato agricolo donerese, modernista, già industrializzato, tra caschi protettivi interstellari, trabiccoli, motori, trattori, riposti ovunque: in piccoli depositi, sul battuto di cemento di fronte casa, tra i cespugli. E ancora, le opere di Paolo, che sono potenti visioni di questi tempi e quelle donate da artiste e artisti, su pareti, muretti, nell’orto, tra cicerchia e asparago; macerazione e sedimento, deposito sul fondo delle moltissime iniziative culturali lì avvenute. La natura e le cose si rimescolano, si trasformano e rinascono, sovescio e feccia, come piriciolu, bevanda dei tempi di povertà, destinata a is serbidoris, ai lavoratori, prodotta dalle vinacce esauste, dagli scarti, come si aveva in uso.



Donori è sosta per due giorni, tra i silenzi, le fughe, la selva, i disegni, i sentieri, il grano. Due giorni sospesi tra le braccia dei Marchi, famiglia tumultuosa, tortuosa come tralcio, ramificazione di Silvia, Sole, babbo Salvatore, mamma Silvana, quelli e quelle che verranno.
A Sa Defenza, nel 2024, è toccata l’ultima Roncola d’Oro (assegnata con prepotenza dal pubblico) al Leoncavallo. L’ultimo bagno di coriandoli dorati per via Watteau. Dopo si sarebbe chiusa un’epoca e noi ci saremmo date al nomadismo.
Acieeed! Acieeed! Acieeed! Acieeed!
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Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 39
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 19 Mar 2026

