Si svolge in Sardegna, centro del Mediterraneo, ed è un percorso autentico e indipendente. Il festival di musica e arte d’avanguardia “Contemporary”, mette in mostra le ultime ricerche isolane ed è un punto di riferimento e soprattutto di scambio tra l’isola e il resto del mondo. Coinvolge materialmente il territorio e la comunità di Donori (CA), coinvolge materialmente una cantina giovane e validissima.

testo di Silvia Schirru
foto di Archivio Contemporary

Voci interiori che nel tempo divengono più vivaci ed esuberanti in un piccolo centro di periferia, che per posizione geografica difficilmente viene attraversato e vissuto, se non da chi da sempre lo abita, per inerzia o per scelta.  La condizione geografica è una variabile determinante. Vivere in un piccolo paese di duemila abitanti a trenta chilometri dalla città. Trenta chilometri di campagna, zone industriali e “cattedrali nel deserto”. Le dinamiche culturali, politiche, sociali ed economiche della contemporaneità si riflettono in quell’angolo di Sardegna, al centro del Mediterraneo. Un’isola che nei secoli è stata sfruttata, dilaniata nelle viscere, data in pasto al miglior offerente con la perenne promessa tradita di una buona sistemazione lavorativa. Emergono le dinamiche dello sfruttamento delle zone rurali per il puro profitto a svantaggio della ricchezza culturale, paesaggistica, storica, legata all’operare in campagna. Gli effetti della modernizzazione selvaggia, dello sfruttamento, frammisti a miti e credenze, possono diventare un mix letale con deleteri riflessi sul territorio, sulle relazioni. Da qui l’urgenza di coltivare un legame alternativo col territorio. Stare, resistere, trasformare l’uva in vino con una visione attenta, a tutela e difesa della campagna e di chi la attraversa. Raccogliere i frutti per trasformarli in qualcosa che aiuti a trasmettere una visione rispettosa. L’uva. Il vino. In campagna, in vigna, si fa il vino, i pensieri si moltiplicano, nascono i progetti che gradualmente prendono forma. Così è nato un progetto di arte d’avanguardia. È nato perché quelle voci interiori con le mani fradice di mosto sono state condivise per resistere, con urgenza d’apertura. Progettare. È necessario sottrarre campo agli speculatori dell’industria, in agricoltura e così anche nell’arte.

Attraversare gli spazi responsabilmente con l’osservazione, la sperimentazione, la domanda, il dubbio, la riflessione che alimentano l’urgenza di trasformazione che impone il superamento di schemi precostituiti e paludamenti culturali. L’urgenza di condivisione diviene innesco di un processo in cui la fruizione deve cedere il passo alla complicità, non c’è spazio per il mero consumo. Il vino non è esclusivamente una questione gastronomica, di mercato.  Ma oggetto, mezzo per la trasmissione di una visione aperta, accogliente, inclusiva, fatta di discorsi che fluttuano in una dimensione (non dicotomica) attenta alle polarità insite nei fenomeni come quella leggera, volatile, che spinge i profumi di erbe selvatiche, salsedine e granito. Rinunciare a un altrove di opportunità e in cui sarebbe impossibile realizzare i progetti figli di questi paesaggi umani. Stare in paese, qui e ora, agire per la disintegrazione della convenzionalità. Disintegrazione che fa da stimolo per ridare valore all’autenticità delle persone e delle cose. RESISTENZA che non si piega all’omologazione. 

Superare le barriere. La residenza artistica. L’urgenza di rimettere al centro le persone, innescare dubbi, perplessità, domande, grazie agli sguardi che trasmettono visioni differenti per restituire una visione alternativa della comunità, per riconoscere l’importanza del fare parte di un movimento in cui le persone desiderano davvero aprire la porta al nuovo. Durante la residenza non è tanto importante la realizzazione dell’oggetto/progetto artistico, quanto il processo che non sempre porta alla sua realizzazione. Aprire la porta al nuovo in questo modo significa, nel caso, anche fallire, significa concedersi il tempo del successo così come il tempo del fallimento in una società dominata dal culto dell’efficienza. Allora il fallimento declinato solo come sconfitta, insuccesso, sbandamento si espone a possibilità altre. Certo il fallimento per definizione è sconfitta, ma lo è anche il suo rovescio dominato dal neoliberismo rapace, aggressivo. Aprirsi alla possibilità del fallimento, dell’errore, significa darsi la possibilità di apprendere, crescere, significa concedere il tempo dell’insoddisfazione, della libertà. Praticare il fallimento per trasmettere una visione alternativa, il desiderio di fare parte di una comunità, che rivendichi la possibilità dell’errore, della perdita, del ripensamento del dubbio, dell’indecisione, dell’entusiasmo, della delusione. 

Lo spirito è di confrontarsi senza nascondersi. Mettere in piazza il lavoro, artistico, per renderlo argomento di discussione. Il manufatto artistico diviene mezzo per affrontare temi sociali, culturali e politici. È la risultante di processi in cui quello che conta sono le relazioni. L’arte, come l’agricoltura, che per definizione non può essere industriale, diviene mezzo di condivisione di valori, per la trasmissione di visioni alternative dell’operare umano e di riappropriazione degli spazi, di coinvolgimento delle persone. Gli artisti in residenza bevono e mangiano i frutti delle nostre campagne sul palco scenico del Monte Granatico, che è diventato una sala conferenze, attraversano il paesaggio rurale e il piccolo centro urbano, alla ricerca di elementi, di relazioni. Dialogano cercando di restituire al territorio i frutti del processo, visioni alternative senza pregiudizi.   

Prendere parola, emergere nel paesaggio come la musica diffusa in campagna fino a tarda notte, fatta di perturbanti dissonanze, provocanti, pungenti, che attivano lo scambio, che suscitano emozioni contrastanti. Un’atmosfera complessa e i linguaggi a tratti incomprensibili generano riflessioni e dialoghi. Le narrazioni sconvolgono lo svolgersi del tempo, impongono agli spazi dimensioni relative.

Trovarsi a estremizzare per dare una possibilità alla comunità che dagli anni Sessanta sembrava aver perso il legame con il territorio, con la cultura. Agire. Osservare come braccia, idee e progetti insieme possano riaccendere la fiamma del desiderio di appartenenza, di stare per costruire insieme, di aprire per creare relazioni fra linguaggi differenti. Occorre andare alla radice, eradicare politiche e convinzioni miopi che ostacolano uno stile di vita più connesso alla terra, all’operare umano, all’agire vero e concreto, con l’importanza delle relazioni, eradicare il virus di narrazioni markettare costruite a tavolino. L’esperienza. La lotta quotidiana contro una visione omologante che trasversalmente colpisce tutti gli ambiti della società, contraria agli schemi precostituiti, alle regole sbagliate. I territori non sono standardizzabili. Il vino è la sintesi del ciclo vitale della pianta che affonda le sue radici in quel territorio che per posizione geografica la condiziona. Le persone sono la risultante delle vite che per posizione geografica e storica vengono condizionate.  

Reclamare a gran voce l’intervento di mezzi e strumenti per la catalizzazione dell’intenzione a non piegarci davanti a soprusi che hanno chiari tratti di regime opprimente mascherato di buone intenzioni, distante dalla realtà, che ha la presunzione di ergersi a decisore delle priorità. Attraverso l’Arte, l’Avanguardia, il Vino, voci indisciplinabili divengono azione. 
Fare. 
Necessaria la robustezza delle idee, necessario dipanare. 

Esperimento.

Voci vivaci danno fiato a discorsi che minano il linguaggio convenzionale, spezzano i luoghi comuni aprendo la strada al nuovo. Emerge l’ignoto, ciò che ancora non si conosce, che dà respiro all’autentico. 

Energia.
Umanità.
Legami.
Punti luce.
Zone d’ombra.
Calore estivo.
Pietra, metallo, polvere, sterpaglie.
10 giorni di fine estate prima della vendemmia. 
10 giorni densi che sembrano 365. 
Poi la pioggia.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 18
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 19 Dic 2020

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