L’agricoltura contadina ha una capacità propulsiva eccezionale, in parte relativa alla portata, estesissima, delle relazioni che innesca. Forte della sua natura può scardinare ordini enormi ma occorre che ci sia coscienza viva della misura delle relazioni economiche, sociali e culturali che stabilisce

Testo di LTT 
Immagine di Emanuele Poki

Quando, quasi vent’anni fa, abbiamo iniziato a occuparci di vini e agricolture abbiamo rivolto molta attenzione ai modi di produzione, attenzione che ancora oggi occupa uno spazio importante della nostra attività e che ha contribuito a generare e diffondere culture, immaginari, progettualità, dando luogo a un grande mutamento nel mondo agricolo, in quello vitivinicolo e nella miriade di attività ad essi attigue. 

Ugualmente, qualità e analisi sensoriale del prodotto, dei vini e dei cibi che consumiamo, sono questioni essenziali se si vuole dire di agricoltura come questione di civiltà, di cura e di cultura, di ecologia planetaria. Mettiamo, infatti, grande consapevolezza, oltre che piacere, nel roteare i bicchieri, nel cercare e riconoscere i sentori che da lì si sprigionano, al naso, alla bocca. 

Rimane il fatto che nella grande quantità di calici roteati e nelle mille sensazioni che i liquidi contenuti in essi ci hanno regalato abbiamo sentito soprattutto gioia, storie di resistenza e di rivoluzioni, gesta familiari, canti di vita e di terre.

È indubbio che nei modi di produzione e nei terroir siano riposte le chiavi atte a raggiungere qualità e proprietà organoletticamente eccezionali ma è anche implicito che siano da considerare numeri, misure, relazioni, pratiche messe in campo. 

È innegabile che i modi di produzione incidano e condizionino la salute dell’intero sistema pianeta. Che, oggi, inquinamento, avvelenamento, pandemie, povertà e schiavitù siano a essi strettamente correlati. Solo chi ripone interessi economici, speculativi e politici può provare a insinuare il contrario.

Modi di produzione, qualità del prodotto e analisi sensoriale hanno aperto la strada a tante possibilità e pratiche. Questi processi e queste prassi descrittive e interpretative del prodotto e della sua produzione hanno creato dibattito, indicato percorsi, aiutato e valorizzato le attività e il lavoro degli agricoltori. Questi aspetti hanno determinato la sostenibilità economica, l’esistenza di molte aziende e la qualità della vita di tante famiglie. Strategicamente se ne sono accorti anche gli operatori commerciali e il mercato.

Naturale, biologico, biodinamico, contadino e artigianale, sono modi di produzione che in alcuni casi sono diventati etichette che sì hanno aiutato a raccontare il lavoro, l’attività e le scelte dei produttori, ma hanno anche facilitato una trasfigurazione meramente commerciale e speculativa: vendere e guadagnare di più, molto di più, nascondendo altro, dicendo poco o nulla del prodotto e soprattutto di chi lo ha prodotto.

È dunque in questo ambito che serve essere consapevoli di aver concesso, nostro malgrado, a nuove forme di speculazione e sfruttamento la possibilità di cambiare forma, adeguarsi a queste nuove istanze. Le culture e gli immaginari quando si diffondono e si affermano rischiano di essere distorti e di diventare opportunità per l’apparato socio-economico capitalista in cui sguazziamo, volenti o nolenti. Sistema che si insinua in ogni forma di vita, anche nella più radicale e radicata, per questo è necessario non distogliere l’attenzione dai rapporti di produzione, che nella sostanza sono indice di qualità inalienabile. 

Definire la qualità delle forme organizzative del lavoro in agricoltura e in campagna, la qualità delle forme d’impresa e/o di attività, la qualità delle relazioni, dei legami, delle connessioni e delle complicità, i luoghi in cui avvengono sfruttamento e speculazioni, come/con chi e dove si distribuiscono i prodotti, sono le questioni che fanno la differenza se ci si vuole occupare politicamente di cibi, vini, agricolture e futuro.

Se Tavernello si propone con la sua etichetta “senza solfiti”, se Pasqua lancia il suo “vino naturale”, se il Vinitaly attrezza padiglioni per “Organic wines e vignaioli naturali”, se gli scaffali della grande distribuzione organizzata e le piattaforme e-commerce sono saturi di vini “biologici, biodinamici, naturali e artigiani” dovrebbe essere chiaro perché abbiamo sempre detto che i rapporti di produzione contano tanto quanto i modi di produzione e che, se si intende agire culturalmente e politicamente, questi contino molto di più.

Dice bene Jan Douwe Van Der Ploeg nel suo interessante libro I Contadini e l’arte dell’agricoltura. Un manifesto chayanoviano (ed. Rosenberg & Sellier, 2018) cercando di indicare come l’agricoltura contadina possa contribuire a rispondere ad alcune delle grandi sfide che l’umanità sta fronteggiando:

«Il mio obiettivo è di sintetizzare il nucleo centrale dell’approccio di Chayanov* e di ricollegarlo alle questioni attuali che sono centrali per molti nuovi movimenti rurali. L’osservazione centrale dell’approccio chayanoviano è che, sebbene l’unità di produzione contadina sia condizionata e influenzata dal contesto capitalista in cui opera, essa non è direttamente governata da esso. Piuttosto, essa è governata attraverso una serie di equilibri. Tali equilibri legano l’unità contadina, il suo funzionamento e il suo sviluppo al più ampio contesto capitalista attraverso forme complesse e a carattere indubbiamente distintivo. Questi equilibri sono principi ordinatori. Essi determinano e rideterminano la maniera di coltivare i campi, allevare il bestiame, organizzare i lavori d’irrigazione e le forme in cui si dispiegano e si materializzano le identità e le mutue relazioni. La gamma e la complessità degli equilibri coinvolti producono l’impressionante eterogeneità dell’agricoltura contadina e la sua ambiguità permanente. Da un lato il contadino viene oppresso e svalutato, dall’altro egli o ella è indispensabile e orgoglioso. La classe contadina soffre e resiste: a volte in momenti diversi a volte al contempo. Una confusione analoga e apparenti contraddizioni riguardano l’agricoltura nel suo insieme; a volte siamo testimoni di processi e di periodi di “decontadinizzazione” e a volte di “ricontadinizzazione”. Tutto ciò può essere ricondotto alle complesse interazioni fra differenti equilibri e a come ciascun equilibrio è presentato e rappresentato da attori differenti (i contadini, le loro famiglie, le comunità, i gruppi di interesse, i commercianti, le banche, gli apparati statali, le agroindustrie…).

L’agricoltura contadina è parte del capitalismo. Ma è una parte inquieta. Crea interstizi e frizioni. È la culla di una resistenza che produce alternative che agiscono come critica permanente ai modelli dominanti. Arriva dove l’azienda capitalistica non può arrivare».

*Aleksander Vasil’evich Chayanov (1888-1937):
Studioso russo che ha sviluppato parecchie tesi e ricerche in ambito agricolo e contadino, scomparso per mano della persecuzione stalinista con l’accusa di “cospirazione controrivoluzionaria”.


da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 18
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 11 Dic 2020

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