Di Giuseppe Caleffi, illustrazioni di Andrea Rossi

Il nostro racconto parte dal lontano 1820, fine novembre, quando un pescatore di Gualtieri, tale Carlo Simonazzi, recandosi nella golena del Po, nota, sulla riva sinistra dell’affluente Crostolo, una vite piena d’uva, ancora: “eccezionalmente rigogliosa, tutta carica di sani e numerosi grappoli di uva nera”. Meravigliato di tale prodigio – siamo a fine novembre! – e con curiosità tipicamente contadina, decide di trapiantarla nei suoi terreni, rendendo partecipi della sua scoperta altri contadini.
E così inizia la leggenda dell’uva Fogarina, un uvaggio che già dal ritrovamento porta dentro di sé un alone di sacro e misterioso: uva resistente al gelo, donata ai gualtieresi dal fiume Po, soprattutto di qualità organolettiche uniche per quel periodo: “…color rosso rubino vivacissimo, schiuma rossissima, limpido alla perfezione, ricco di quel suo speciale profumo aromatico che sta tra il lampone e il ribes, con un’acidità fissa grandissima su 13°/14° per litro, preziosissimo tipo per taglio per rianimare e vinificare vini scialbi e bassi, o anche per vini eletti ma mancanti di acidità”.
Dopo anni di prove si capisce che il terreno che la Fogarina predilige è proprio quello del suo ritrovamento, quello golenale soggetto alle piene del Po. Il buon vino, si sa, nasce dalla qualità dell’uva, dal terreno, dall’esposizione al sole, dal sudore di chi la produce. Ma forse non solo… c’è altro, che solo l’anarchenologo Luigi Veronelli poteva comprendere!
Ci racconta infatti Gino Veronelli che tornando a far visita a un vignagnuololui sì, camminava la terra! – notò che aveva recintato il vigneto. Ne chiese il motivo e si sentì rispondere: “Sai Gino, di notte vengono ragazzi e scopano nel vigneto, quindi… ho preferito chiudere”.
“Guarda”- gli rispose Gino con signorilità anarchica – “che stai sbagliando, ho la presunzione di credere che se due ragazzi fanno l’amore nel vigneto, quell’anno l’uva darà certamente un vino migliore”. E guardate l’esempio che porta per spiegare la resistenza dei barolo di Monforte. Nientemeno che l’eccidio milanese dei Catari perpetrato nel lontano 1028: “Ne son passati di secoli. I miei contadini hanno compiuto miliardi di gesti sulla terra delle vigne e nelle cure dei vitigni. Per secoli e secoli la terra ha fatto suo l’orrore di quell’evento milanese che si rivela nell’assaggio del vino”.
La vite “sente” la storia, gli accadimenti che la sfiorano, la vita degli uomini, il posto dove è ubicata, i racconti…
Il Po, nella bassa reggiana, non portò solo la Fogarina ma, verso la fine dell’ottocento, idee che parlavano di giustizia, di libertà, di socialismo e anarchia e gli uomini, contadini, braccianti o scarriolanti che fossero, di queste discutevano nelle pause di lavoro sotto al piantedi (fino a pochi anni fa nella Bassa i filari di vite erano a pergola e intervallati da piante che sorreggevano i pali offrendo così nell’estate la desiderata ombra). Così la Fogarina condivise questi ideali e divenne un vitigno ribelle.


Grazie alle sue caratteristiche organolettiche la Fogarina cominciò ad essere esportata in tutta Italia, finanche in Francia, contaminando e mescolandosi a tanti vini (il termine tagliare a me non piace), metticciandoli possiamo dire, e chi se non i grandi idealisti contaminano con le proprie idee le società che vogliono rivoluzionare? Come poteva nascere un vino come il Rosso unito che, mi spiega Claudio Solito: “nasce da un progetto tra viticoltori provenienti da territori lontani, ma vicini nei valori e nel modo di sentire che vogliono confrontarsi, rompere stereotipi culturali ed affermare la superiorità della sola e unica madre terra. Mescolare la passione per la vita/e e i suoi molteplici linguaggi per dare l’avvio ad un’unica musica”, senza il precedente della Fogarina?
Quella sua schiuma rossissima poi è inequivocabilmente un segno preciso e provatevi poi a stapparla: la Fogarina, come tutte le persone libere, non ama essere rinchiusa, per cui se dalla cantina nelle calde giornate estive sentirete dei botti, tranquilli, è la Fogarina che se ne fuoriesce dalla bottiglia, così come farà quando andrete a berla in compagnia. E qui gustatevi il momento in cui il vino, ormai libero, vi si offre. Naturalmente con i bicchieri pronti.
E durante il fascismo, udite udite, qual è, caso unico, quella cooperativa che non subisce la traumatica chiusura? Sì, proprio la Cantina Sociale fra produttori di uva Fogarina.
Nel febbraio 1945 è il pittore Antonio Ligabue che, invitato a cena in un’osteria locale dal comandante tedesco gli rompe una bottiglia di Fogarina in testa: “Quell’atto di giustificata violenza e di legittimo risentimento morale non fu solo un’esplosione di protesta occasionale d’un animo violento perverso o pazzoide, ma fu un grido di ribellione al grido di continue imposizioni che la sua sensibile natura non riusciva a tollerare”. La Fogarina come il sampietrino sessantottino.
A Gualtieri, dopo la guerra, Celestino Caleffi segue la zia Giovanna aderendo al movimento anarchico e la vita della casa cambia completamente. Da tutta Italia giungono militanti anarchici per incontrarsi con Giovanna: Sante Pollastri, Aurelio Chessa, Nibbi, Furlotti sono alcuni dei nomi che a tutt’oggi ricordo. E con quale vino accompagnavano le interminabili discussioni, i ricordi, le vicende dei compagni, ma anche le canzoni che, io bambino e senza capirne il senso, spesso chiedevo di riascoltare? Già lo immaginate: con il lambrusco e Fogarina vinificato da Celso Caleffi che, in questo non molto veronelliano, diceva che a casa sua si doveva bere il suo vino che, inutile dirlo, era il migliore!
Strani personaggi questi anarchici descrittici spesso come terroristi, violenti, ma che io vedevo arrivare sempre con prodotti tipici, vino e poi caterve di giornali e libri.
La Fogarina, poi, è l’unico vitigno ad avere una canzone dedicata, probabilmente scritta dal compagno Cachi, al secolo Scansani Vasco, già autore della “Bella Ciao delle mondine” che ci racconta: “E come è bella l’uva Fogarina e come è bello saperla vendemmiar, a far l’amor con la mia bella a far l’amore in mezzo al prà”. Ricordando ciò che raccomandava Veronelli all’amico contadino e questo amoreggiare nei prati, comprendiamo la bontà del vino che ne deriva!
Purtroppo, però, la storia ci insegna che fino all’oggi alla rivoluzione è sempre seguita la restaurazione e a questo destino non sfugge il nostro vitigno. L’acido tartarico viene prodotto chimicamente e la Fogarina non è più richiesta. Per poter sopravvivere, come tutti i ribelli, deve nascondersi, e la Fogarina lo fa riuscendo a mimetizzarsi fra i filari di vite, aiutata in questo da quei contadini che non possono resistere al suo gusto inconfondibile.
È grazie a questo suo sopravvivere in clandestinità che io, nel 1997, sono riuscito a trovarla e a procedere agli innesti che hanno permesso a mio cugino Alberici Amilcare prima, e alla Cantina Sociale poi, di vinificarla. Scusatemi ma solo un libertario poteva farlo!!


Nel 1919 Antonio Ligabue arriva a Gualtieri: non portato dal Po, non sull’onda di ideali, ma perché espulso da uno stato, la Svizzera. Altri cavalieri erranti, molti anni prima subirono la stessa sorte. Ci consegnarono una canzone/poesia “Addio Lugano bella” e un momento unico d’affermazione libertaria, ma anche con Ligabue qualcosa di grande si prepara. Lui è solo, senza il conforto di ideali e il sostegno di compagni, italiano di madrelingua tedesca per giunta, catapultato in una situazione drammatica, il dopoguerra di Gualtieri… Aiutato sì dal mondo contadino che lo ospita nei fienili, ma non capito dal Paese, che lo deride per quelle sue incomprensibili tradizioni svizzere e per l’ostinazione di presentarsi come grande artista, Ligabue, raggiunti drammatici livelli d’esasperazione si rifugia…nella Golena, quella stessa che abbiamo visto fornire l’habitat alla Fogarina, preparare le lotte del biennio rosso. La golena per Ligabue è però esilio dalle persone, rifugio alle incomprensioni; vive in un casotto, deposito d’attrezzi, con l’unica compagnia degli animali che colà vivono e con i quali riesce a dare e ricevere quella comprensione-affetto che l’uomo gli rifiuta. È qui, comunque, che pone le basi della sua arte: sarà attraverso i suoi quadri che, millenni dopo Esopo, usando gli animali come simboli, parlerà agli uomini. Da ribelle.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 00
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 14 Set 2020

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