Le parole di Cesare Beccaria fanno luce da sole sull’oscena funzione dell’ergastolo, sul suo proposito crudele: non il terribile ma passeggero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà che, divenuto bestia da servigio, ricompensa con le sue fatiche  quella società che ha offeso. Più spietato della pena capitale. Gli uomini e le donne di questo tempo, 255 anni dopo, dovrebbero averne repulsione e invece l’ergastolo è ancora comminato nei tribunali in nome del popolo italiano. Ciò non esclude che porzioni di popolo possano dire: non in mio nome

ERGASTOLO E PENA DI MORTE
Istituzioni che inducono l’agonia[1]

di Nicola Valentino

Se ci volgiamo alla storia e osserviamo il presente, possiamo affermare che finora una parte dell’umanità ha vissuto e tutt’ora vive una condizione di agonia, non a causa di una malattia terminale, ma perché viene posta in agonia attraverso due istituti dei sistemi penali: la pena di morte e l’ergastolo. Questo configura per il prigioniero che la subisce una condizione di tortura propria delle pene capitali. 

L’agonia nel Braccio della morte
Nei bracci della morte degli Stati Uniti vivono oltre 3.000 prigionieri tra cui una sessantina di donne; per lo più poveri ed emarginati, in prevalenza afroamericani, nativi e ispanici. La pena capitale incombe ancora sulla maggioranza degli abitanti del pianeta dato che tra i paesi che la conservano figurano i più popolosi. In Europa solo la Bielorussia adotta la pena di morte. 
Lackey era recluso nel braccio della morte già da 17 anni quando nel 1995 ricorre contro lo Stato del Texas presso la Corte Suprema degli Stati Uniti. Sostiene che lo Stato utilizzi i Bracci della Morte come laboratori per esaminare la tenuta psicofisica dei condannati a periodi estremamente prolungati di attesa dell’esecuzione. 
Dati aggiornati al mese di Marzo del 2017 rilevano che circa il 40% dei condannati a morte negli Stati Uniti ha trascorso già venti anni nel braccio della morte. 

Nicola Valentino, dall’ergastolo.

Fino a morte del reo
L’ergastolo non va visto né come la forma lunga di una pena temporale (non ha un fine pena) né come un’alternativa alla pena di morte. L’ergastolo è una pena di morte. 
Sono circa 27000 le persone condannate all’ergastolo tra i paesi che fanno capo al Consiglio D’Europa, con un incremento del 66% nell’ultimo decennio. Gli ergastolani in Italia negli ultimi 16 anni sono quasi quadruplicati. Dati del giugno 2019 mostrano che risultano condannate all’ergastolo in via definitiva ben 1776 persone: tutte poste in una condizione di lunga agonia in attesa della morte. 
Se per una persona condannata ad una pena temporale anche lunga la libertà e il ritorno nella società restano comunque un diritto (esiste un fine pena certo), per un ergastolano, se mai ci sarà, l’uscita dalla pena potrà essere esclusivamente per concessione. 
Questo dispositivo prevede due possibilità: la grazia, elargita dal Capo dello Stato con la rarità che la parola stessa esige, e la liberazione condizionale, altrettanto rara e discrezionale, adottata solo dal tribunale di sorveglianza del luogo in cui l’ergastolano sconta la pena. La richiesta della liberazione condizionale da parte del recluso all’ergastolo sarebbe ammissibile dopo 26 anni di pena scontata e, qualora fosse concessa, aprirebbe dopo ulteriori 5 anni di libertà vigilata le porte all’estinzione della pena. 
Ma questo rapido quadro giuridico relativo all’esecuzione della pena, è bene ribadirlo, non è fatto di certezze ma di remote eventualità. A differenza di una condanna temporale, l’ergastolo costituisce una pena decisamente mostrificante per la persona che la riceve. La mostrificazione sociale di un imputato prepara l’ergastolo e la condanna all’ergastolo non fa che confermare l’immaginario sociale mostrificante. 
Visto che con l’ergastolo lo Stato si appropria della vita e della morte della persona condannata, esso può avvalersi anche del potere di affrancarla da questa condizione, dettando però le condizioni per questo affrancamento. 
Con una recente sentenza di giugno 2019 la Corte europea per i Diritti Umani ha sancito che la modalità ostativa dell’ergastolo viola i diritti umani e costituisce un trattamento inumano e degradante, anche perché equipara la mancanza di collaborazione con gli inquirenti ad una presunzione irrefutabile di pericolosità sociale del condannato. 

Vestire il lutto
La coscienza contro l’ergastolo ha bisogno di un rituale di lutto per maturare socialmente. Non intendo un lutto personale e privato, come quello che possono vestire i familiari che hanno perso un loro congiunto sepolto vivo all’ergastolo, ma un lutto civico come a dire che gli oltre 1700 ergastolani in Italia costituiscono una presenza luttuosa per la società, o meglio, per quelle porzioni di società che non vogliono che una persona venga condannata fino alla morte. Vestire il lutto per una morte sociale da pena capitale può costituire un modo per evidenziare ciò che viene celato istituzionalmente e culturalmente giustificato con la mostrificazione dei condannati. E’ con questo spirito che alcune associazioni promuovono dallo scorso 2 novembre, giornata dei defunti, un concerto contro le pene capitali sollecitando un movimento artistico che componga nuove parole e suoni per l’abolizione delle pene capitali.
Quest’anno il concerto sarà il 2 novembre a Roma in via Santa Croce n.56,  presso l’auditorium di Spin Time labs

Nicola Valentino

Fernando Eros Caro, dal braccio della morte.

[1]Nicola Valentino, Le istituzioni dell’agonia, sensibili alle foglie 2017

Nicola Valentino
Le istituzioni dell’agonia.
Ergastolo e pena di morte
Sensibili alle Foglie, 2017

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 14
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 5 Nov 2019

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