Intervista di Guido Celli a William Frediani


Recentemente ho fatto leggere a certi miei amici alcuni passi del tuo ultimo libro edito nel 2022 da Sensibili alle foglie, “La Contaminazione dei corpi nelle istituzioni totali”, e mi ha colpito la reazione di chi, fra loro, lavora nel mondo delle disabilità o fragilità (sociali, psichiche). Per loro una casa di cura non può in nessun modo essere paragonata al carcere o al campo di concentramento. Come te lo spieghi?

Il regresso nel dibattito culturale e sociale dell’ultimo trentennio impone di doversi soffermare su definizioni fino a pochi anni fa assodate, oggi dimenticate dai più, prima di entrare nel merito di questioni delicate. Il rischio sempre in agguato è che persone direttamente implicate in quanto si racconta si sentano indebitamente chiamate in causa e ribattano con una loro personale definizione della situazione impedendo di fatto il confronto. 

Quando si paragonano una comunità di recupero, una casa di cura, un carcere, un ospedale psichiatrico a un lager nazista è ovvio che si sta paragonando la “normalità” all’abominio, e operatori e staff generalmente se ne risentono, sostenendo che simili accostamenti sono inaccettabili se non addirittura offensivi. È impossibile, dicono, mettere tutte queste istituzioni in un’unica categoria. Ora, se questo è comprensibile dal loro punto di vista emotivo e corporativo, può non esserlo però da un punto di vista più rigoroso. 

Cos’è l’istituzione totale, cosa si intende per istituzioni totali?

Il concetto di istituzioni totali non è invenzione recente ed è tuttora riconosciuto da tutta la comunità scientifica internazionale. La prima definizione più completa, per la verità mai superata, appartiene a Erving Goffman, il quale definì “totali” tutte quelle istituzioni “deputate a fornire una residenza a diverse categorie di persone socialmente indesiderate”.i La separazione avviene attraverso le barriere fisiche dell’istituto, vale a dire “porte chiuse, alte mura, filo spinato, rocce, corsi d’acqua, foreste o brughiere”.ii All’interno degli istituti, una gran massa di internati si trova di fronte a un ristretto staff che controlla (sorveglianti e dirigenti): i due gruppi sono ben connotati e si caratterizzano per il fatto che, mentre “lo staff tende a sentirsi superiore e a pensare di avere sempre ragione”,iii gli internati si sentono deboli e mantenuti in una condizione sostanzialmente ingiusta. Sono istituzioni totali le carceri, i campi di concentramento, i manicomi, gli ospedali, le case di cura, le case di riposo, i centri di detenzione per migranti, le comunità di recupero, gli istituti per disabili, i lebbrosari, le piantagioni, i collegi, le caserme militari, i monasteri e i conventi. 

Rispetto al mondo “libero”, dove gli individui compiono le loro azioni fondamentali (dormire, igiene, studio, tempo libero, lavoro, rete amicale e parentale, ecc.) “in luoghi diversi, con compagni diversi, sotto diverse autorità”, nelle istituzioni totali “tutti gli aspetti della vita si svolgono nello stesso luogo e sotto la stessa, unica autorità”, con attività quotidiane gestite secondo “un ritmo prestabilito” e “imposto dall’alto”.iv 

In simili non-luoghi imperversa una lunga serie di dispositivi e di meccaniche contenitive che agiscono nella sospensione delle libertà d’azione e di autodeterminazione dell’internato. Oltre alla pura e semplice detenzione dell’essere umano (reclusione, internamento, ricovero, residenza obbligatoria), vi si aggiungono inevitabili e pervasive condizioni – talvolta legali, più spesso extra legem – quali l’isolamento/sovraffollamento, la deprivazione sessuale e affettiva, la violazione costante della privacy e dei diritti civili, qualche torto “fisiologico”, la disconferma identitaria, l’infantilizzazione, la mortificazione, la contaminazione. 

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro sulla contaminazione dei corpi all’interno delle istituzioni totali e chi ne ha scritto prima di te, in maniera approfondita? 

Sulla contaminazione di natura fisica – definita come l’invasione o la vera e propria violazione del corpo dell’internato o di qualcosa che è strettamente collegato con il suo Sé – Goffman ha scritto una decina di pagine intrise di esempi, facendo una breve panoramica destinata a fare scuola.vA mia conoscenza, non esistevano libri espressamente dedicati alla contaminazione fisica nelle istituzioni totali, sebbene tutte le testimonianze di ex internati ne descrivano le manifestazioni. La memorialistica è dunque immensa, ma dispersa. Mi sono avvicinato all’argomento con l’idea di scrivere un piccolo vademecum sulle possibili dinamiche invasive dei corpi interne agli istituti. In breve, il lavoro di stesura ha assunto una dimensione orrorifica. Sono presto franato in un abisso infernale, costellato di pratiche e strumenti degni delle peggiori fantasie di un inquisitore spagnolo: spazi invivibili, infiltrazioni, sporcizia, muffa, cibo ributtante, urina, feci, urla, infestazioni, corpi nudi, espropri, sudori, sondini, flebo, cateteri, botte, torture, tatuaggi, letti di contenzione, siringhe, camicie di forza, topi, elettroshock, cavie umane, commistione di vivi e morti. Il mostruario istituzionale non conosce limiti all’immaginario quando si ha a che fare con internati considerati pericolosi, diversi, malati, incapaci, vecchi, in una parola improduttivi nell’era del profitto. 

Come pensi sia possibile esercitare pratiche così mostruosamente deumanizzanti e socialmente indicibili all’interno di luoghi ritenuti necessari alla preservazione di una società che voglia dirsi “civile”?

Il punto chiave emerso nel corso della ricerca consiste nel fatto che tutti questi dispositivi deumanizzanti non costituiscono contaminazioni così inconcepibili come si potrebbe pensare con occhio esterno. All’interno dell’istituzione in cui compaiono, essi sono percepiti come normali, accettabili, al limite “necessari”. Le cavie umane sono una vergogna della nostra specie, ma nei lager nazisti o nelle carceri americane erano la regola accettata da tutto l’apparato. Gli elettroshock sono tuttora raccomandazioni mediche negli ospedali italiani. Gli ambienti insalubri delle carceri sono la norma. Le torture nelle caserme sono certamente illegali, ma quando avvengono è perché i poliziotti si sentono certi della protezione dei loro colleghi. Le recenti torture massive nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, per intenderci, sono state possibili perché tutti gli agenti vi hanno preso parte e le hanno ritenute una pratica ammissibile e, stando alle loro dichiarazioni, perfino liberatoria. 

Molte contaminazioni disumane non sono una consuetudine dentro le istituzioni totali, ma quando si verificano è perché l’apparato – operatori, guardie, SS, suore, poliziotti, militari, medici e infermieri – le hanno accolte come un’evenienza possibile nel luogo in cui lavorano.


Per quali vie agisce l’istituzione totale sui corpi degli internati?

L’istituzione totale aggredisce i corpi degli internati nei più svariati modi: li sveste, li perquisisce, li rapa a zero; li affolla in spazi ristrettissimi e malsani, permeati da puzzo rovinoso, con altissime probabilità di infezioni e malattie, in mezzo a topi, germi e parassiti, su giacigli sporchi, nel caos perpetuo di urla di disperazione e rumori rimbombanti; li sveglia continuamente di notte per le incessanti “conte”, inquinando con luce artificiale il loro sonno; li nutre con cibo scarso, disgustoso, insipido e monotono; li priva di rapporti sessuali e della possibilità di masturbarsi; li riempie di botte; li lega ai letti o li blocca in camicie di forza e museruole; li spegne con psicofarmaci, droghe ed elettroshock; li riduce in animali o cose.

L’istituzione totale parrebbe avere come compito o missione quello di cosificare gli individui che sono in suo ostaggio. Sono processi e pratiche così diffusi?

Sembra tutto inaccettabile e molto lontano dalle regole basilari d’umanità. E allora, per comprendere quanto siano diffuse le contaminazioni e quanto esse possano modificare i corpi degli internati rendendoli aderenti allo squallore istituzionale, basterà forse citare, in chiusura, un direttore di un penitenziario e un direttore di un ospedale psichiatrico italiani. 

“Le gravi condizioni igieniche e di vivibilità, peggiorate dal cronico sovraffollamento […] hanno trasformato la pena in una tortura legalizzata: i cosiddetti ospiti delle prigioni sono spesso costretti a vivere ammassati in celle anguste, con infiltrazioni d’acqua, umide, buie; fanno i turni per stare in piedi e sgranchirsi le gambe; mangiano a un passo dal water. In alcuni casi dormono a terra su materassi di gommapiuma fetidi e rosicchiati dai topi, tra scarafaggi e insetti di vario genere, a rischio di malattie infettive e malattie psicosomatiche”.vi 

“Le quarantaquattro donne internate, tutte con diagnosi di schizofrenia, venivano rinchiuse, isolate, legate, sorvegliate di continuo e costantemente sottoposte a tutti i trattamenti caratteristici della psichiatria. […] Esistevano mezzi di contenzione fisica di ogni genere, dalla camicia di forza alla maschera di plastica per impedire alle pazienti di sputare; venivano usati i tre fondamentali tipi di shock, vale a dire iniezioni endovenose di acetilcolina, applicazioni di elettroshock, provocazioni di coma insulinico; si usavano tutti i tipi di psicofarmaci; si praticava l’alimentazione forzata; si tenevano le degenti e le infermiere continuamente soggiogate dalla paura con metodi gerarchici”.vii 

  • i  E. Goffman, Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell’esclusione e della violenza, Einaudi, 1968, p. 369. 
  • ii  Ivi, p. 34. 
  • iii  Ivi, p. 37. 
  • iv  Ivi, pp. 35-36. 
  • v  Ivi, pp. 54-63. 
  • vi  S. Verde, Il carcere manicomio. Le carceri in Italia fra violenza, pietà, affari e camicie di forza, Sensibili alle foglie, Roma, 2011, p. 56. 
  • vii  G. Antonucci, Critica al giudizio psichiatrico, Sensibili alle foglie, Roma, 2005, p. 86. 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 28
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 21 Giu 2023

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