Ci incontriamo a Monza, come capita da qualche anno a La Volpe e l’Uva del Boccaccio.
Nonostante un certo protagonismo, le occasioni politiche di confronto intorno al vino, alla sua produzione e alla sua distribuzione sembrano farsi più rarefatte e ne approfittiamo quando capitano, quando c’è chi ci prova.
Ci racconta quasi subito del foglietto, che immaginiamo già sgualcito e piegato in quattro in qualche tasca. Il sorriso dietro la barba è come al solito sornione.
Lo sguardo no. Quello invece tradisce malinconia e pensieri.

Nella forma la narrazione non sorprende, è scandita nera su bianco seguendo per lo più tracce di un canonico participio passato scritto maiuscolo VISTA, CONSTATATO, ATTESO, CONSIDERATO, RITENUTA. Qualche tempo al presente appare in chiusa, un monito qui e ora AVVISA e DELEGA.
Il contenuto fa aggrottare la fronte. Tanto che, il documento, devi leggerlo più volte per carpirne bene il senso celato, appannato da tecnicismi.
Viene in mente il maresciallo dei carabinieri Antonio Capurro, in volto di Totò, e quella lettera al farmacista, letta, esaminata e censurata dinanzi a un postino sgomento (ne I due marescialli).

Eh eh eh… questa lettera puzza di abbruciaticcio… (…) una lettera commerciale? È in che cosa commercia costui? Lo sappiamo noi? No! Potrebbe commerciare in lanciafiamme, in polvere da sparo, in dinamite! Che ne sai tu? Tzz… Abbiamo ricevuto la gradita vuesse… vuesse… poi dice che uno… (…) Alloco! Volantini sovversivi, Vu Ess!

Ma la questione, a leggerla per bene, è grottesca, non buffa.  Siamo in località Courbaval nei pressi di Chiomonte, piena Val di Susa, pieno Kiomontistan dice qualcuno. Il documento consegnato a mano è suggello di un formale avviso orale, come si usa (fin dal medioevo feudale).
La persona a cui è notificato è un piccolissimo viticoltore impegnato da qualche anno a vinificare in una delle zone più calde d’Italia, non solo geologicamente per vigne in altezza, su terrazze, recuperate dopo anni di abbandono. Siamo nei famigerati dintorni dei cantieri del TAV. 
Lui è impegnato a vinificare qui e a battersi per questo territorio, agricolo, naturale e umano.
Come migliaia di altri abitanti che da decenni dicono forte, chiaro e tondo che quell’infrastruttura non la vogliono, che si mette a rischio la vita vera di loro stesse/i, che tutto è uno spreco (ambientale ed economico) fuori luogo.

Agli atti. Il soggetto imputato risulta di carattere violento, solito frequentare persone di dubbia moralità, pregiudicate, pericolose. Per questo, per i trascorsi, più o meno recenti, è a lui intimato di obbedire ad un elenco sostanzioso di divieti machiavellici, notoriamente.
Vignaiolo valsusino ti è vietato di possedere e/o utilizzare qualsiasi apparato di comunicazione radiotrasmittente, radar, visori notturni. Mezzi di trasporto modificati, armi anche di modesta capacità offensiva, riproduzioni di armi compresi i giocattoli, strumenti in libera vendita in grado di nebulizzare liquidi, prodotti pirotecnici di qualsiasi tipo pena l’arresto con multa. 

Il pamphlet nell’essenza è uguale per tutti ma la declinazione enotecnica per ognuna di queste interdizioni è significativa: niente pompa a spalla per i trattamenti in vigna, figurati una roncola, un pennato, un coltellino per tagliare il salice o forbici per la potatura, zero attrezzi per la cimatura. 
A tutto questo c’è da aggiungere, se va bene, il quotidiano sottoporsi a checkpoint di verifica per entrare in vigna e, se va male, la ricorrente possibilità di non entrarci proprio, di dover fare i conti per potatura e raccolta, con l’istituzione di zone rosse off limit con conseguente interdizione dai campi.
E così, sulla carta, la volontà questurina impone al nostro la pratica enoica estrema, che neanche il più sfegatato tra i naturali oserebbe. Il nulla in vigna. L’osservazione attenta, tutt’al più, alla fioritura del grappolo, all’invaiatura, queste sono concesse, come l’assaggio, ma solo sguardi e parole, potatura a dita, se proprio si desidera, preghiera a voce alta, autorizzata.
Se non fosse per la continua somministrazione di gas CS ad opera della stessa istituzione che prescrive potremmo anche crederci.

Il foglietto, già sgualcito e piegato in quattro, l’avviso orale, le denunce, penali e pecuniarie, possono lasciare in chi li riceve il tempo che trovano ma non è detto (e non è da tutti). 
Nella sostanza sono l’ennesima declinazione di una volontà sistematica che è intesa ad affossare e reprimere il volere e il sapere (contadino) di intere popolazioni, non solo singoli cittadini. Attraverso cibo e vino che consumiamo, quelli che ci fanno gioire, che ci accompagnano nel quotidiano, che inseguiamo nelle nostre città, tra bistrot e pizzerie gourmet, anche da qui passano sfruttamento e assoggettamento di intere popolazioni. Con costanza e premeditazione come solo il capitalismo finanziario può permettersi. 
In Grecia, a Notre Dame des Landes come in Val di Susa, nel Salento, in Palestina, sulla Pianura Padana, nelle campagne ragusane, ovunque, se guardiamo bene.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 13
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

In vigna


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Last modified: 10 Ago 2019

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