Un porto un pesce
Territori di pesca, comunità marinare e identità gastronomiche del pesce
testo di Tano Urzì, fotografie di Serge Collet

Scevre da logiche di guadagno, se parliamo di ricerca di senso e di valore dentro quel che chiamiamo cultura materiale, ci ritroviamo a parlare della buona volontà di (meravigliosi) visionari: Alan Lomax, Georges Lapassade, Carpitella, De Martino, Elsa Guggino, Camporesi, Fumarola, per citarne alcuni.
Fortunato è chi trova il suo mentore auspice.
A Tano Urzì nel 1999 capitò di incontrare Serge Collet, antropologo, del segno dell’acquario come lui.

Sono le quattro del mattino, un’ora prima dell’alba, ci incontriamo in barca e ci prepariamo per uscire in mare. Siamo nel mese di giugno, periodo propizio per pescare le masculine da magghia, di taglia giusta per conservarle sotto sale nei tipici cugnetti di terracotta, come un tempo si usava fare nelle famiglie dei pescatori della costa Etnea.  

Siamo a Ognina, borgata marinara a nord di Catania, l’antico Porto Ulisse, costruito dai Calcidesi nel VII secolo A.C. con una capienza di oltre 250 navi greche. Sito importantissimo per la Magna Grecia, che però subì altre occupazioni, in particolare quella dei greci di Gerone e quella dei Romani. 

Il colpo di grazia all’antica conformazione del golfo di Ognina avviene nel 1381 attraverso l’opera distruttiva di una grande colata lavica che, partendo da una fessura a bassa quota tra Mascalucia, Gravina e Tremestieri Etneo, con il suo furente flusso lavico, coprì completamente l’intero golfo, che dall’attuale Ognina arrivava fino al Caito (sotto la stazione centrale della ferrovia). Da quella manifestazione della natura deriva l’attuale formazione geomorfologica della baia e del porto di Ognina. Il porto coperto dalla lava era il porto dell’antica Katane. 

Si esce e si naviga verso sud, oltre Catania e il suo porto, lungo il golfo, uno dei tre principali e più importanti golfi degli oltre 1600 km di costa siciliana.

La flotta di barche che pescano le masculine (circa 15 tra Ognina e Catania) iniziano ad agitarsi e perlustrare il mare di terra e di fora. Siamo sulla batimetrica che va dai trenta ai quarantacinque passi1 di profondità. Quando ognuna di queste barche inizia a lampeggiare, significa che la boa della rete viene messa a mare ed inizia la fase di calata della rete. Tutto avviene in circa un quarto d’ora, mentre sull’orizzonte marino la luce dell’alba è già realtà.

La rete, menaide, viene posizionata con i suoi galleggianti a circa metà della profondità della colonna d’acqua (ventidue passi). Si resta fermi per venti, venticinque minuti in balìa della corrente e mentre il sole sta per uscire dall’orizzonte si inizia a tirare la rete.

Quando i segni di una buona pescata sono positivi, iniziamo a maneggiare con il salpamento della rete, una, due, tre, dieci, venti masculine ad ogni passo di rete che viene issato a bordo e da qui fino alla fine della rete si possono pescare anche un quintale e oltre di pesce. Ma non sempre è così. Può capitare, non di rado, che si pesca pochissimo pesce e, a volte, anche niente. Ma questo è e rimane uno dei pochissimi mestieri della piccola pesca etnea altamente sostenibile, perché cattura solo la specie bersaglio, la masculina, e non impatta su altre specie accessorie.

Nel Golfo di Catania

Questo sistema di pesca, un tempo diffusissimo in tutto il Mediterraneo, si ha notizia che venisse usato anche in tempi lontani, pur’anche al tempo dei Fenici; oggi resiste solo nel golfo di Catania ed ha permesso a circa sessanta famiglie di sostenersi e di resistere eroicamente all’illegale pesca a strascico, che seppur vietata dal 1991 da una legge regionale dentro le acque del golfo, viene praticata almeno otto mesi l’anno nei bassi fondali, rastrellando buona parte della fauna ittica di fondo (demersale) e non permettendo il normale ciclo riproduttivo di molte specie.

Dicevamo, masculina da magghia.
Essa è diventata nel tempo, icona identitaria del territorio di pesca del golfo di Catania, della sua gastronomia popolare e non solo. Il pesce simbolo della città di Catania e del territorio etneo. Diceva Giovanni Verga ne I Malavoglia: “le acciughe sentono il grecale ventiquattr’ore prima di arrivare, (….) è sempre stato così, l’acciuga è un pesce che ha più giudizio del tonno.. Ora di là del Capo dei Mulini, li scopano dal mare tutti in una volta, colle reti fitte”.

Rimanendo sempre nel golfo e andando un po’ più a nord di Ognina, arriviamo ad Acitrezza, sito famoso per il suo paesaggio geologico, per i caratteristici Faraglioni e l’Isola Lachea, legati alla leggenda omerica di Polifemo.
In realtà questa è la prima manifestazione eruttiva che diede i natali a quello che poi diventò l’Etna. Qui, infatti, oltre cinquecentomila anni fa nasceva il vulcano che nei millenni assunse l’attuale conformazione superando i tremila metri e diventando uno dei vulcani attivi più importanti e studiati del pianeta. 

Acitrezza è sede di un’importante flotta peschereccia di pesca al pesce spada, anche se ormai in decadenza. Nasce anch’essa come una marineria di piccola pesca costiera, la pesca del territorio, la pesca di Padron ‘Ntoni, la pesca de La Terra Trema del film di Visconti.
Lì operavano, fin dal primo dopoguerra, con piccole lampare e piccoli ciancioli, nei mesi estivi, lungo la costa lavica, gruppi di pescatori che pescavano le ope (boghe) di piccole e medie dimensioni, divenute una golosità apprezzata dalla popolazione rivierasca. Nascono così ricette popolari che diventano patrimonio comune delle comunità costiere. Tra tutte, quella più diffusa era la cosiddetta Opi ‘cca nipitedda (boghe in umido con foglioline di nepeta).

Sistema tecnico e sociale

Cambiando orizzonte e spostandoci ancora più a nord, proprio all’estremo della costa jonica siciliana, arriviamo a Ganzirri, frazione di Messina.
Siamo sullo stretto di Messina, un ecosistema unico nel Mediterraneo.
Le sue caratteristiche legate principalmente all’elevata profondità, l’intenso idrodinamismo, con una bassa temperatura dell’acqua ricca di sali di azoto e fosforo, rendono queste acque simili a quelle atlantiche, tant’è che si trovano specie comuni in Atlantico.
Qui, tra Scilla e Cariddi, ciò che nel mito e nella letteratura indica le due sponde dello stretto, i pescatori delle marinerie di Ganzirri, Scilla e Bagnara Calabra, hanno condiviso e si contendono tutt’oggi una pesca antichissima di oltre duemila anni: la pesca del pescespada, anzi la caccia al pescespada come diceva e studiava negli anni ’80 Serge Collet, sociologo ed etnologo, antropologo di origine francese.

Il lungo lavoro di ricerca di Serge Collet è pubblicato nel libro dal titolo Uomini e Pesce. Si tratta di uno studio promosso dall’Unesco e dalla Maison des science de l’homme di Parigi, e realizzato in otto anni vivendo dentro quei luoghi, a Chianalea2, frazione marinara di Scilla, incantevole sede di un’architettura urbana a contatto con il mare, del tutto simile ai piccoli canali veneziani.
In questo incontro, lungo nel tempo, e insieme a quegli uomini e donne, famiglie e comunità, ha imparato la lingua, il dialetto calabrese e siciliano, è andato sul mare con i pescatori, condividendo le fatiche ma anche le ansie e le gioie di ogni stagione di pesca.
La ricerca, considerata dagli studiosi di scienze sociali un saggio di antropologia e di storia, è incentrata sul termine alieutico. Halieus che in greco significa pescatore e per l’autore è segno di un riferimento preciso alla tradizione greca antica dell’arte della pesca.
Così, nell’area compresa tra Scilla e Cariddi, una comunità umana ha messo a punto e utilizzato per quasi tre millenni una tecnica di pesca rimasta vitale nel tempo.
Più precisamente, a Chianalea, si è concentrata la comunità umana autrice e depositaria dell’arte millenaria di caccia al pescespada.
Attorno ad essa ruota anzitutto un sistema tecnico e sociale.
Al centro, vi è un complesso lavoro collettivo, che coordina l’avvistamento (si spìano i movimenti del pesce dai punti alti della costa) e il movimento sul mare di una squadra che insegue la preda e infine la trafigge mediante il suo uomo di punta, l’arpioniere.

Sistema tecnico perché nulla è lasciato al caso, e tutto è il frutto dell’esperienza, perfezionato e levigato da una pratica millenaria: dalla complicata punta dell’arpone alla barca, al modo di remare, alla disposizione dei punti di avvistamento a terra.

Sistema sociale perché la trasmissione degli strumenti di pesca, l’addestramento e la selezione degli individui, le regole di divisione e i rapporti fra i sessi, fra giovani e anziani, i criteri matrimoniali ed ereditari, il modo di vedere se stessi in rapporto al mare e alla montagna, mito, religione e cultura, ruotano tutti attorno a questo antichissimo dialogo/duello tra l’uomo e il galeotes, il pesce spada.

Ulteriori approfondimenti negli archivi e nelle biblioteche danno contezza della vitalità nelle epoche di questa pratica, descritta da viaggiatori e da incisori nel Seicento e nel Settecento, con testimonianze cinquecentesche e documenti scritti anche per il periodo medievale.
Emerse per questa via tutta una problematica inedita: l’appropriazione feudale dei prodotti della pesca e la sua permanenza in vita.
Collet ne diede conto in un saggio sul terzo del pesce spada pubblicato nel 1985, discusso nel seminario di Maurice Aymard alla École des hautes études en science sociales a Parigi.

Nell’antichità
Ma questo etnografo e storico sprofonda sempre di più nel tempo: più la si studia, più la caccia al galeotes rivela la sua antichità.
Occorre servirsi dell’archeologia, e dello studio del mito, per poterla capire in pieno, come un frammento di una cultura alieutica diffusa forse in tutto il Mediterraneo.
Il termine finale di questo lungo processo di affinamento del rapporto tra l’uomo, il mare e la sua preda è la comparsa della barca a motore e la conseguente idea che alimentando i confini oltre ogni limite e orizzonte l’obiettivo diventava la ricerca del massimo profitto commerciale.
L’atto di morte dell’antica tecnica comincia dunque a essere scritto negli anni che seguono il 1950. La nascita, invece, si perde nel mito: Collet suggerisce come già la leggenda omerica testimoni la conoscenza di Scilla come luogo di confronto sanguinoso tra i guerrieri della terra e quelli del mare, tra uomo e pesce.
Quello che viene dopo, la trasformazione dell’imbarcazione antica, il luntru, nell’attuale passerella chiamata feluca, anche se può essere considerata la sorella maggiore, rompe comunque definitivamente l’antico sistema tecnico e sociale che sovrastrutturava questa attività.
L’avvistatore/conducente dell’imbarcazione a motore sta sulla torretta verticale a circa venticinque metri sopra la coperta dell’imbarcazione, mentre l’arpionatore sta nella punta della passerella orizzontale pronto a colpire il pesce con l’arpione, anch’esso a circa venticinque metri oltre la prua.

Il senso finale di queste ricerche, senza alcuna retorica, dovrebbe essere denuncia dura per chi lascia spegnere nell’oblio culture materiali plurimillenarie, senza opporre azioni di governance. Il mondo contemporaneo ha distrutto in pochi anni un equilibrio tra uomo e natura che i cacciatori dello stretto hanno saputo praticare e gestire così a lungo; tra il loro sistema tecnico e il nostro, non è affatto chiaro quale sia il primitivo. Il messaggio di questo studio è anche che abbiamo tanto da imparare dalle culture che studiamo.  

Ho conosciuto Serge Collet a Palermo nel marzo del 1999 quando lavoravo come responsabile del settore pesca nell’Ufficio di Gabinetto dell’Assessorato Regionale alla Pesca. Mi fece una lunga intervista, oltre quattro ore, per un programma di ricerca sull’etica della pesca che lui coordinava per l’Istituto di Etnologia dell’Università di Amburgo. Ma in quella intervista, lui che si aspettava di incontrare un burocrate, incontrò un pescatore. Un pescatore come lui avrebbe voluto incontrare. Un piccolo pescatore costiero. L’esperienza di piccolo pescatore, vissuta a fianco di mio padre, trovò immediatamente sintonia massima con il lavoro che Serge aveva svolto in giro per il Mediterraneo e così abbiamo intrapreso un intenso rapporto di amicizia e professionale. Insieme abbiamo collaborato, intersecandoci, su vari programmi e condiviso le prime esperienze sul filone dell’etica della pesca, delle aree marine protette e della difesa della piccola pesca responsabile e sostenibile. Purtroppo lui dall’agosto del 2015 non è più con noi. Se n’è andato mentre stava svolgendo studi di archeologia sulle comunità marinare minoiche a Creta.  

[1]Il passoè un’unità di misura che si usa a mare e corrisponde all’estensione delle due braccia tra 1,60 e 1,80 mt.

[1]Chianalea (a Chjanalèa) ossia Piana delle Galee, è il nome di un’antica imbarcazione ovvero sinonimo arcaico di pescespada.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 13
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori

Last modified: 18 Agosto 2019

2 Responses to " Un porto un pesce | di Tano Urzì "

  1. Barbara Collet ha detto:

    Che bella sorpresa, grazie! BC

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