E io ti mangio

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Decoro e rigenerazione, parole ricorrenti, lusinghiere, accattivanti ma in termini umani hanno costi inaccettabili se le città si fanno, per gli esclusi dal mantra, luoghi di esilio e di condanna.

testo di Laura M. Alemagna
fotografie di Eat the Rich

“Ci sedemmo dalla parte del torto
perché avevamo capito torta”
Eat the Rich

Mangè, mangè, | nu séi chi ve mangià”
Mangiate, mangiate, | non sapete chi vi mangerà
‘A çimma (Fabrizio De Andrè)

 

Mangiarsi Bologna. Ultimamente non è difficile.
Tortellino, tagliatella, mortadella. Logotipi, pittogrammi, payoff.
La Città si è fatta marchio, brand, progetto di marketing territoriale e intorno al cibo, al consumo di cibo, ha ordito molte delle sue politiche.
La Città è del cibo e le cose si scontrano, si mescolano grossolanamente, come i tavolini dei ristoranti che inondano le strade, gli odori dei bistrot che si susseguono, infiniti, lungo le strade, il rosso del centro contro il grigio delle mura sui BLU.
È qualcosa di diverso che valorizzazione di tradizione territoriale, di sapere locale ben divulgato, è qualcosa che mistifica, che disperde e ridonda.

Coppe di gelato, fritto al cartoccio, apericena. New jersey, cellulari coi motori accesi, lampeggianti blu.
Lo sciame di consumatori del sabato scorre su via Ugo Bassi, cono in mano, macchine neanche una, ogni cosa in sicurezza, l’app sullo smartphone rassicura sulla misura perfetta della tagliatella: ottomillimetri.
La città delle tentazioni dette da Piero Camporesi, il pozzo di vertigini, emporio di lusinghe, la città delle zdore e dei mattarelli sembra persa nel girone del cibarsi inerte, della consumazione preformattata a ogni battito di ciglio, scontrini in vista, in fila ordinata, composta e la guardia giurata solerte che scruta e saluta con la testa.

Ordinanze antidegrado, decoro e sicurezza, daspo. Selfie, al Zigànt, le Due Torri.
Bologna oggi è coagulo del commercio gastronomico. Sembra già troppo così e invece chiede di più, chiede Fi.Co. e i suoi milioni di turisti, quelli che Oscar Farinetti le ha sussurrato, sibilante, alle orecchie, il gattone; quelli che porteranno baiocchi; che imporranno l’onore di infrastrutture, servizi, risorse pubbliche da indirizzare per bene.
Ed è così che Bologna, istituzione, non osa addentrarsi più di tanto nel suo passato vizioso e si ripulisce. Le ordinanze anti-alcol tracciano mappe geografiche e temporali per il consumo di bevande alcoliche. In via De Carracci, nel tratto compreso tra Fioravanti e Matteotti non è possibile sorseggiare pubblicamente.
Chi è dentro, chi è espulso non interessa.

In Italia vogliamo chi ha appetito non chi ha fame dice in nero sotto un foglio di acetato rosso lo scarabocchio laconico di Maicol&Mirco. Come dar torto, per placare questo appetito (non per placare la fame ma per placare l’appetito oggetto economico) in Italia serve dirottare risorse, serve adeguare gli spazi e le politiche. Serve la GDO, serve l’impresa farinettiana, servono l’appoggio delle banche, serve ripulire quanto è intorno a questi nodi nevralgici, serve disinfestare dal conflitto, dal contrasto, serve eliminare ogni contrappunto.
Ci prova Bologna, ci prova, vorrebbe riuscirci. Fortunatamente, fortunosamente non riesce.
La gente alla buona, grossolana e triviale che affollava i mercati o frequentava le bettole, quella che giocosa ascoltava Giulio Cesare Croce, non molla il passo, Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno vivono, la memoria fisica dell’irriverenza continua a scuotere gli animi di questa città e del suo cibo libero, biologico, democratico a marchio registrato.
C’mon baby eat the rich.

Rigenerazione, privatizzazioni, tornelli. Bandiere XM24, zucchine e porri, fornelli accesi.
Siamo a Bologna sul finire di aprile, per presentare l’Almanacco e la voglia è di parlare con le persone che animano la Rete Eat The Rich.
Siamo all’XM24, le cucine prendono vita dopo un’assemblea dolorosa. I fogli di via si sprecano in città come Bologna, ogni occasione si fa utile per depredare dal tessuto sociale focolai di conflitto politico e per farsi strada e spianare la città, i quartieri, anche questo, con XM24 sotto sgombero.
La Città sceglie di erigere ancora le sue fortificazioni arcaiche, Bologna entro le mura ti mette alla porta, fuori dalla cerchia delle Quattro Croci, secondo un principio abominevole, medioevalista di protezione e difesa. Fogli di via.
Le cucine prendono vita. Ora come un mantra per non pensare occorre tagliare cipollotti, zucchine, asparagi, patate.
Non si butta via nulla e bisogna far andare i fuochi. Qui la cucina ritorna ad avere un senso. Qui, lontano dalle vetrine del cibo si traccia una storia delle materie prime, del senso politico del nutrirsi, qui si ragiona sulla accessibilità al cibo, sulla fame e sull’appetito. Qui cose, cibi e sapori trovano una traccia, sanno dove hanno origine, sanno dove erano le radici.
Chiediamo a Eat the Rich di raccontarci di questa Rete che la compone, che racconta moltissimo di Bologna, che si muove oltre le sue mura, chiediamo di come fu che sì mangiò l’oppressore.
Di come avvenne che quell’inopportuna di Cappuccetto Rosso non si fece sbranare, si gettò sul Lupo e ne fece un boccone:
– “O nonna mia, che denti grandi che avete!
– “Gli è per mangiarti meglio


leggi Verso una rete di cucine in movimento
testo e fotografie di Eat the Rich

 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 05
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per continuare la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 20 Ott 2019

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