Un batter di nocche

Forse fu simile lo sgomento del giovane contadino bernese condotto per delirio presso l’ospedale cantonale di Münsingen, nel 1947. 

Ne racconta Ernesto de Martino ne La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali: il vecchio mondo conosciuto quel giovane rustico lo aveva visto crollare allo sradicarsi violento della quercia secolare messa al centro della masseria di famiglia. L’albero fu venduto, per volontà del padre e tutto precipitò da lì in poi, nel vuoto voragine che rimase al posto della pianta. Un buco nero che tutto travolse, che ogni cosa ingoiò e che nulla cui aggrapparsi lasciò al suo posto. Subentrò invece qualcosa di nuovo abitato da figure nuove, per quel ragazzo «un radicale mutamento peggiorativo e minaccioso del mondo, un dissestarsi dell’ordine cosmico, soprattutto della forza generativa vegetale della regolarità dei fenomeni astronomici e atmosferici». L’apocalisse.

Che avesse ragione o meno, se fosse, nei fatti, pensiero sano dire di quell’albero estirpato come di un segno di una fine, effettivamente tragica e di un sacrificio, mai più riparabile, compiuto nel segno di un progresso, se fosse questo è poco utile dirlo. Forse ha più senso guardare al dialogo, tra sopravvissuti del vecchio e i nativi del nuovo. Alla costrizione della reazione, al suo contenimento, perché (anche) lì c’è un emblema, da definizione: un «caratteristico delirio schizofrenico di fine del mondo», caratteristico nelle sue visioni, nel blaterare ossessivo, nella catatonia continua.

Forse fu simile. Apriamo questo 2021 con la consapevolezza d’aver di fronte un mondo nuovo, drasticamente mutato. Che l’apocalisse del mondo per come lo abbiamo conosciuto sia, alla fine, avvenuta, repentina e violenta. Blateriamo, in buona compagnia.
L’assuefazione alla crisi e all’emergenza ci ha condotto dritti dentro quella voragine originata dall’albero espiantato e ora sembra di galleggiare a stento nel mondo di sotto che da lì è emerso.
Apriamo questo 2021 con la consapevolezza che ce ne accorgeremo ancora, che non è abbastanza, che sarà sempre di più. Ma cosa farsene della consapevolezza? Serve usarla per ricalibrare misure, azioni, pensiero? Per ragionare su ripartenze? E da dove? Da dove vogliamo ripartire?

Questo Almanacco, il numero 20, è il frutto della catastrofica e maledetta epifania di un tempo, per questo nella forma e nella sostanza è diverso. Comunica con un battere di nocche su pareti, alla maniera di Darrell Standing, Ed Morrell e Jake Openheimer, alla maniera dei vagabondi delle stelle. È un toc toc più cupo, difficile e tormentato. Serve ascoltarlo bene. Perché la prima cosa da fare in questo mondo nuovo comporta uno sforzo enorme. Capirsi.


da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 20
16 pagine | 24x34cm | Carta Nautilus Classic gr 100 | 2 colori

Last modified: 9 Apr 2021

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