Testo e fotografie di Cosimo Terlizzi


“Vai sulla riva del fiume, siediti e aspetta. Un giorno vedrai il cadavere del tuo nemico passarti davanti”.

E quanto siamo Zen noi che aspettiamo questo cadavere del nemico, che non passa mai.

Sì, ho aspettato seduto sulla riva del fiume, che poi era il monitor del mio computer aperto sull’oceano del web, e il cadavere che ho visto passare è quello dell’ambientalista ucciso perché protestava contro il disboscamento della foresta. Uno dei tanti, come si legge in un rapporto della Global Witness: quattro attivisti uccisi ogni settimana nel mondo.

Il tempo lento della natura non coincide con la velocità dei delitti umani sull’ecosistema. 

La verità è che la nostra stessa terra, a partire dalla mia che è la Puglia, è il risultato di un ampissimo disboscamento del territorio a favore delle colture agricole, una fra tutte quella dell’ulivo, e di tutte le altre declinazioni dello sfruttamento.

Ho pensato per molto tempo, in modo davvero ingenuo, che la campagna dove vivevo fosse natura, e che l’ulivo, anche se ripetuto all’infinito, non fosse altro che un tentativo riuscito di addomesticarla, senza danno, in armonia con tutto.

Il velo mi cadde dagli occhi quando il mio compagno, Damien Modolo, che abitava vicino a una foresta in Svizzera, osservò con angoscia la distesa infinita di ulivi, e mi disse che no, non era natura ma monocoltura. Volevo credere come un bambino alla favola che mi è stata sempre raccontata della vita in campagna in contatto con la natura. Sapevo in cuor mio che non era così. Lo sapevo perché studiavo e amavo i documentari che parlavano di foreste. Chiesi a mio padre perché non faceva crescere altro che ulivi, perché l’erba l’avvelenava e la bruciava, perché arava in continuazione. Avevo dieci anni e quei tronchi in fila erano una foresta inanimata. Erano gli anni Ottanta, i figli nati dai genitori della seconda guerra mondiale, erano sedotti più che mai dai moderni metodi agricoli. Il mio paese, Bitonto, primeggia nella produzione dell’olio. Tanto che il suo simbolo è un albero di ulivo. Le uscite in campagna con mio padre erano momenti malinconici. Avevo innato un senso di protezione verso gli animali selvatici e gli insetti, sempre più rari, che osservavo e studiavo.

Capitava spesso che mio padre, come tanti suoi coetanei, uccideva qualsiasi animale che sospettava abitare la sua terra. Innumerevoli serpenti venivano infilzati dalla sua forca.

Sapevo che erano esseri preziosi, lo sapevo perché guardavo quei documentari del pomeriggio, e non capivo e non accettavo quella sistematica eliminazione di tutti gli esseri viventi non umani compresa la vegetazione ritenuta inutile. Cominciai a salvare il salvabile, in segreto.

Ma ero un bambino e quel mio piccolo zoo e giardino botanico era visto come un gioco. Questo continuo conflitto con mio padre, che vedevo come una recluta di un esercito armato di veleni, forche, motoseghe e cemento, mi portò con facilità ad andar via e a prestare servizio civile come obiettore di coscienza nelle oasi protette della Puglia.

Piccoli parchi naturali come Torre Guaceto e Le Cesine, ultimi lembi della macchia mediterranea e della foresta originaria, protetti dopo tante lotte degli ambientalisti. Intorno piantagioni intensive di carciofi, ulivi ecc.

È lì che sono entrato in contatto per la prima volta con la natura, e probabilmente ho ritrovato la mia. Scelsi di proseguire gli studi d’arte a Bologna in un periodo, la fine degli anni Novanta, in cui la città era una fabbrica d’idee e di vita. Ero all’improvviso un giovane e ingenuo comunista, gay e ambientalista, tre cose talmente lontane da mio padre che mi sono trovato dall’altra parte della barricata e per questo provai vergogna a chiedergli sostegno economico per gli studi. Ero poco più di un ventenne e in difficoltà economica trovai un posto nelle case occupate. Le case occupate più conosciute in Italia in quei tempi: Pratello n° 76/78.

Furono anni di crescita ma lontana da ciò che avevo a cuore: la terra. In effetti non vi era spazio per le tematiche ambientali, troppo presi sui diritti di espressione e diritti di esistere. Ma tutto ciò mi rafforzò come uomo. L’amore mi ha portato in Svizzera e lì a sposarmi con un’unione civile.

Civile è una parola che ritornava. Civile come cittadino, quindi non selvaggio o uomo di campagna, ma civile come cortese, gentile. Cittadino che segue le regole, il senso civico.

La città come ossessione mi stava sempre più stretta. Avevo la sensazione di vivere in un grande cortile chiuso. Osservavo le catastrofi dalla televisione, in internet. Lottavo via social e mettevo le faccine tristi sotto gli articoli dei disastri ecologici e i cadaveri degli attivisti. A Bologna scendevo in piazza sì, ma anche lì tutta roba antropocentrica, e cosa cambiava? La verità è che bisognava tornare a lottare dalle nostre campagne. Era da lì che doveva cominciare la rivoluzione. Una nuova idea di rapporto con la terra. Dovevo trovare il coraggio di tornare e di mettere in atto ciò che desideravo.

In Puglia trovammo una terra con una Lamia e il sogno poteva cominciare. Una terra con il solito filare di ulivi, diserbata per anni. Povera di vita. Ulivi tra l’altro minacciati dalla xylella. La prima cosa che abbiamo fatto è resettare tutto. Dovevamo ripristinare una biodiversità. Dapprima l’aratura, poi la semina delle leguminose per azotare e utilizzare le stesse come pacciamatura. Poi la potatura e l’utilizzo dei rami e delle foglie per arricchire il terreno. Abbiamo lasciato che la primavera facesse emergere la memoria della terra, fatta di semi a riposo. Quindi man mano abbiamo osservato la vegetazione spontanea che ne usciva.

Tra calendule, cicorie, asparagi cominciarono a spuntare il lentisco, il leccio, il viburno e l’olivello, piante della foresta originaria. Prova che la terra ricorda!

Proteggevamo ogni piantina coi sassi. Capii che tutto ciò che avevo appreso durante gli anni nelle oasi naturali, potevo metterlo all’opera. Era quella quindi la mia missione, ristabilire equilibrio negli uliveti stessi. Era lì la novità, ovvero ritrovare la dimensione originaria in cui l’ulivo abitava, la macchia mediterranea, senza rinunciare alla raccolta delle olive, alla raccolta dei frutti per il sostentamento.  Non dovevano più entrare trattori, non dovevamo più inondare di verderame. Dovevamo fidarci della cooperazione con le altre piante e la fauna che richiamavano. Dovevamo lavorare assieme alle altre creature. Lo studio della vegetazione mediterranea mi portò a scoperte sorprendenti. La fillirea, il lentisco, l’inula viscosa, il cappero, tutte attiravano gli insetti utili che contrastano la tignola dell’olivo, la mosca, la cocciniglia. Scoprire ciò fu la prova che non si poteva rinunciare a quel bioma collaudato.

Cominciai a raccogliere dal ciglio della strada tutte quelle piante che mi sembravano perenni, santoreggia, ginestra spinosa, erano anche loro tracce della foresta originaria.

Una foresta che partiva bassa dalla spiaggia e diffondendosi nell’entroterra con alberi più alti. Negli anni i nostri contadini hanno strappato, bruciato, avvelenato tutto ciò che poteva infestare la loro terra di ulivi.

Facendo ciò hanno portato all’oblio una conoscenza ricchissima fatta di erbe commestibili, frutti selvatici,  piante officinali, una cultura secolare cominciata dalla notte dei tempi, ma che finiva con l’avvento dell’industria agricola. Sì, perché avevo ora un nome a tutto ciò: industria. Un’industria sotto copertura, fatta di terra e alberi, ma anche di grossi mezzi rumorosi, di benzina, di veleni, di attrezzi, di lavoro.

Osservai la macchia più attentamente. Ciò che appariva un unico cespuglio era composto da decine di specie vegetali a comporre un unico organismo perfetto. Imitai la natura tra gli ulivi con la creazione di isole verdi tra un ulivo e l’altro.

Ogni pianta è legata a una leggenda, a un mito, nella culla del mediterraneo. Dopo sei anni di lavoro questi corpi hanno preso vita. Nel loro interno insetti, lucertole, serpenti, ricci, volpi, uccelli di vario genere. Ognuno inserito nel progetto naturale.  Le ombrellifere attraggono i macaoni, i cardi i cardellini. I cespugli sempre più folti e intricati ospitano nidi di passerotti e i serpenti uccellatori. La terra sempre più ricca di lombrichi. Per dissetare tutti ho posto qua e là recipienti di terra cotta come piccoli stagni d’acqua. Sono arrivate le libellule e attendo che arrivino i rospi. Le api faranno pausa per dissetarsi anche loro. Sotto il muro di cinta che va sulla strada ho creato degli ingressi per i ricci e chi vorrà potrà usarli come passaggio.  I cespugli composti da decine di piante mediterranee creano veri e propri mondi, dove vi è sempre un ragno, una lucertola a dominare i loro scogli. Prede e predati si succedono. L’ulivo, arbusto soggetto a vari assalti patogeni, ora è inserito in un vero e proprio ecosistema.

Lamia Santolina è nata nel 2015 nella campagna di Carovigno (Br), è un luogo di ricerca artistica sul contemporaneo e sulla ruralità intensa come avanguardia.

Arida Raggiante, 2019 © Cosimo Terlizzi

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 20
16 pagine | 24x34cm | Carta Nautilus Classic gr 100 | 2 colori

Last modified: 16 Mag 2021

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