Quando diviene necessario raccontare una lunga storia, complessa e articolata da centinaia di spunti e riflessioni, oltre che braccia, immaginiamo sia consueto avere degli attimi di smarrimento nel non riuscire a rinvenire immediatamente il bandolo della matassa, il giusto attacco. Ogni sfumatura del discorso potrebbe tradire una visione differente dalla tua, anche se al contempo è necessaria chiarezza, trasparenza e intuito. Potrebbe essere molto pratico raccontare di ciò che produciamo ogni giorno, a ritmo delle stagioni e dell’autogestione. Sarebbe parimenti opportuno dilungarsi sulle strategie che abbiamo affinato negli anni, al fine di rendere questo esperimento collettivo un fluire di libertà che si incontrano; o viceversa abbozzare un ritratto dei nostri stessi limiti, delle difficoltà che incontriamo nel rimanere in equilibrio in questa precarietà, tanto collettiva quanto individuale.

Testo e fotografie di Effe eRoger per i e le presidianti

Mondeggi è molto più di tutto questo.
Mondeggi è a tratti percepibile come illogicità, o utopia, o comunque qualcosa di indefinito che appare una forzatura, una dilatazione della realtà, di alcune vite, le nostre. Per chiunque a vario titolo la animi, Mondeggi è un cambiamento forte, fortissimo che permarrà sempre come cicatrice, o opera d’arte.
Una delle fortune del vivere all’interno di un’esperienza comunque significativa, è la possibilità di intercettare decine di altre realtà, di racconti, di cronache di lotta e resistenza da ogni dove. Una delle difficoltà è al contempo quella di non adagiarsi nella propria bolla, alienandosi da quella parte di mondo, di umanità, che semplicemente non vediamo, non udiamo. Coloro che abitano e vivono Mondeggi si adoperano per i più svariati fini, ma hanno al contempo la responsabilità di mantenere una visione d’insieme, di intersecare per l’appunto le esperienze, le relazioni politiche e umane, le provenienze e le età, al fine di sbloccare quell’autoreferenzialità che, a nostro modo di vedere, sta facendo vacillare il modello di Centro Sociale dei primi anni Duemila. Vivere la campagna oggi significa dunqueintersecare molte e diverse lotte e svariati temi di attualità politica: possono rimanerci aliene quelle stesse tematiche che centinaia di migliaia di persone vivono quotidianamente sulla propria pelle? Come è possibile rimanere estranei al fronteggiare tutte quelle numerose criticità che si prospettano nell’immediato futuro?

Capitalismo estrattivo
Se prendessimo ad esempio l’analisi che conduce nel suo lavoro Zibechi (2015), pensatore, scrittore e attivista uruguaiano, autore di numerosi articoli (scritti dall’America Latina, ma altrettanto significativi alle nostre latitudini), si nota come egli individui numerosi elementi che riconducono ad un’ultima fase, la più attuale in termini cronologici, del cosiddetto capitalismo estrattivo. Per natura, quest’ultimo è permeato di criticità, di vere e proprie crisi generalizzate e, perché no, globali. Coscienti che ognuno di questi temi necessiterebbe pagine fitte di spiegazioni e contestualizzazioni, dettagliarle non è mero esercizio retorico, bensì spunto di riflessione. Vuole esserlo tanto dentro al nostro contesto, quanto nella ricerca di un altrimenti, al di fuori dei nostri spazi e dizionari condivisi.
Innanzitutto, una crisi economica generalizzata è sotto gli occhi di chiunque, innescata dai più recenti paradigmi di sfruttamento, sorti a partire dalla fondazione della WTO e dalle declinazioni sperimentali prima, e programmatiche poi (come gli accordi NAFTA, CETA, TTIP). Altro che microeconomie circolari e mutuo aiuto, la piramide resta aguzza e la forbice affilata.
La guerra ai popoline diviene essenziale conseguenza: come articolano Harvey (2011, 2013) e  Bookchin (2016), coloro che vivono i territori, le campagne e i quartieri, non sono più un mero strumento attraverso cui estrarre valore. Oggigiorno questa estrazione si trasforma nell’espropriazione in quanto tale, nella liquidazione, nella finanziarizzazione. Quale differenza si intravede fra il D.L. “Salva Italia” e l’espropriazione forzata delle terre che colpisce contadine e contadini in Sud America? Semplicemente il permanere, sullo sfondo, di una garanzia dello stato di diritto. Quello stesso Stato che abbiamo visto di recente incarnato nei violenti sgomberi di spazi sociali e libere alternative a Torino, Milano, Bologna, Roma; o ancora nella ZAD di Notre-Dame-des-Landes, o nella foresta di Hambach. La medesima resistenza che ogni giorno fomentiamo; il medesimo stato di diritto che il D.L. “Salvini” propone anche per noi. In questo ambito, le popolazioni, gli autoctoni e le comunità intralciano le azioni e intaccano l’efficacia del controllo e della repressione.
Come non osservare poi, pressoché in ogni latitudine, una permeante crisi ecologica ed ambientale
Il modello agroindustriale sta distruggendo il pianeta –  e questo non lo diciamo noi (Bevilacqua, 2018) – a colpi di inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria. Antropocentrismo, petrocultura, artificializzazione della vita produttiva innescano un approccio bellico alla natura che stride con il concetto di replicabilità e di futuro. Specie se però l’85% della produzione alimentare mondiale (Garetti, 2019) è affidata alla produzione contadina, ai cosiddetti nuovi contadini consapevoli, categoria alla quale siamo ben lieti di ascriverci.

Come conseguenza di quest’ultima problematicità, è impossibile non chiamare in causa la crisi della salute. E nuovamente è necessario ripartire dall’agroecologia appunto, dalla produzione del cibo, del nutrimento, come approccio ad una questione troppo ampia per noi soli. Diveniamo dunque praticanti di un modello: siamo costantemente in contatto con una seconda generazione, indipendente, di medici, ricercatori, filosofi e divulgatori che contribuiscono alla riappropriazione di quelle tematiche che oggi sono completamente delegate a infrastrutture istituzionali. Ogni giorno siamo in esplorazione, in ascolto di approcci tanto seri quanto alternativi.
A loro volta questi ultimi sono spunto per approcciare un’ultima criticità, non meno sostanziale delle precedenti: la crisi sociale, dei rapporti umaniche permea un quotidiano atomizzato, frammentato, a cui noi diamo sempre la medesima risposta. La comunità.
A partire da essa, animatrice di tutto quanto detto fin ora, questa sperimentazione, questo anelito di cambiamento che a Mondeggi si respira, diviene un valido approccio – fra i molti possibili – al processo di liberazione da questo sistema.  Rifondando il concetto di contadinità, di agricoltura naturale, di micro e macro socialità, proviamo quantomeno a ristabilire un dialogo fra un territorio ed ogni sua parte, ogni suo bisogno o necessità.

Quella contadinaè dunque una tensione verso uno stile di vita liberato da ritmi di vita e di produzione artificiali, dalle relazioni di consumo e dal consumo a-critico in senso lato; dai bisogni indotti e, in ultima analisi, da quanto di questa società che non vogliamo più accettare, partendo sempre dal cambiamento di noi stessi.
Un qualsiasi cambiamento presuppone una storia da raccontare, e la nostra è complessa, pur relativamente breve. Dal 2012 il Diritto alla Terrasi scontra con la svendita su grande scala dei beni pubblici, e Genuino Clandestino ha le carte in regola per inserirsi al centro del dibattito. Sulla collina della fattoria di Mondeggi (duecento ettari, ovvero duecentottanta campi da calcio!) anni di gestione spericolata (Amorevoli, 2006) da parte della ormai sciolta s.r.l., hanno accumulato incuria, abbandono e un debito milionario, portando la tenuta di proprietà pubblica alla minaccia di liquidazione. 

Una comunità condivisa
Si intromette dal giugno 2014, a suon di orizzontalità applicata, il variegato Comitato “Mondeggi Bene Comune, Fattoria Senza Padroni”, un minestrone di persone che suggeriscono la riscoperta del loro territorio con aggiornata responsabilità. La comunità diviene esigenza prima e spazio poi; essa sperimenta nuove pratiche, reinvestendo continuamente nel progetto stesso, nonostante i continui attacchi delle istituzioni. Partendo da esigenze materiali condivise, le risposte meramente pratiche sono un pretesto per potersi immaginare un Bene Comune ed allargare la partecipazione su diversi ambiti. Le assemblee e le feste. I lavori, i laboratori, le olivete, la vigna. E ancora il forno, il trattore, gli animali e l’orto; l’accoglienza di scolaresche, di viandanti e associazioni locali (Qui Antella, 2019). Una natura un po’ più libera come cornice. Potrebbe continuare la lista di cose che già ci sono, ci saranno, ci potrebbero essere. Restituiamo fertilità ad una terra straziata dal precedente sfruttamento.

Le persone che oggi compongono l’esperienza di Mondeggi, pur avendo anche visioni distanti tra loro (e per noi questa è la ricchezza del progetto) sono state attaccate, denunciate, snaturate in questi anni. Ma la realtà dei fatti grida per loro: chi arriva a condividere gli intenti, nella diversità e nella pluralità, trova qui il proprio spazio di espressione; lo stesso che ha portato a restituire vita ad una collina abbandonata, a restituire una prospettiva diversa, per l’appunto. Una comunità che ha trasformato, attraverso la condivisione del lavoro di anni, l’abbandono in cura, il rischio incendi in presidio permanente e vivace, oltre ad aver congedato quei giri di spaccio e prostituzione che non facevano chiudere occhio serenamente alla giustizia locale benpensante. Questi gli antagonisti?

Il 30 dicembre scorso, ahinoi, la Città Metropolitana di Firenze ha emanato un nuovo avviso di asta pubblica, con cui sancisce la volontà di svendere in corpo unico la proprietà, Villa del ‘400 compresa. Per la seconda volta, un bando pende minaccioso sul futuro della terra e del progetto: c’è da essere sfacciati per lanciare sul mercato una proprietà dei cittadini tutti, declassando a merceun Bene Comune dall’enorme potenziale sociale. È chiara la scelta di non prendere in considerazione il valore degli interventi di recupero che la comunità ha effettuato, autorganizzandosi e autofinanziandosi. Pecunia non olet. Se un’offerta valida si presentasse all’asta, potremmo noi stessi opporre (o proporre) quasi cinque anni di precedenti, per arrivare ad affermare come il valore sociale del progetto sia l’ultima variabile ad essere considerata dai liquidatori. Considerato il costo di queste terre (quasi 10 milioni di euro a base d’asta), è necessario ricordare come esse difficilmente possano perdere valore (e edificabilità) se mantenute produttive e curate; specialmente se sorgono, ben collegate dalla rete di strade locali, vicino ad aree di interesse economico, come la città di Firenze o l’altrettanto famigerata e turistificata zona del Chianti. Nuovamente, per due spicci avremo svenduto – grazie Sistema Italia! – un altro pezzettino di territorio, un’altra fetta di responsabilità e possibilità per un diverso immaginario del futuro.

Noi, invece, vediamo nella comunità una finalità politica, sociale, una tappa necessaria per la riappropriazione e la liberazione, per una nuova prospettiva. Oggi, anche attraverso questo articolo, il nuovo obiettivo è uscire dai nostri contesti abituali, farci sentire e conoscere. Impattare nuove sensibilità, gridare che, sì, è ancora possibile. Fare i contadini e fare radio, scrivere ad almanacchi e bollettini, divulgare un crowdfunding, fare un presidio o una festa, seminare un futuro. Parlare di noi, venirci a conoscere.
L’ennesima annata agricola sta iniziando con la potatura della vigna, delle olivete, il crescere del grano e dell’orzo nei campi, con il pane caldo appena sfornato. La comunità di Mondeggi non starà certo con le mani in mano. Un numero enorme di iniziative, progetti e desideri sta prendendo corpo o è in attesa di farlo, e non basterà una nuova iniezione d’incertezza a farci vacillare. Coloro che hanno ridato vita a Mondeggi e da cinque anni si prodigano affinché questa esperienza viva, non hanno intenzione di abbandonare la nave quando è previsto mal tempo.
O alla vetta arriviamo cantando, 
o non arriva nessuno.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 12
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori


BIBLIOGRAFIA 

Amorevoli M, 2006, “Villa Mondeggi Lappeggi affonda”, in https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2006/07/25/villa-mondeggi-lappeggi-affonda.html

Bevilacqua P., 2018, Il cibo e la terra. Agricoltura, ambiente e salute negli scenari del nuovo millennio, Donzelli, Pomezia (Roma)

Bookchin M., 2016, Per una società ecologica, Elèuthera, Milano

Garetti G.L., 2019, “Conversione ecologica dell’agricoltura: due convegni in Toscana”, in La Città invisibile, rivista del laboratorio politico per Unaltracittà – Firenze, numero del 23 gennaio 2019,  http://www.perunaltracitta.org/2019/01/22/conversione-ecologica-dellagricoltura-due-convegni-in-toscana/

Harvey D., 2011,L’enigma del capitale e il prezzo della sua sopravvivenza, Feltrinelli, Milano

Harvey D., 2013,Città ribelli. Dal diritto alla città alle rivoluzioni urbane, Il Saggiatore, Piacenza

Qui Antella, 2019, “Associazione di scopo per Mondeggi”: alla Cdp di Grassina 770 a cena per sostenere l’iniziativa, http://www.quiantella.it/2019/02/16/associazione-di-scopo-per-mondeggi-alla-cdp-di-grassina-770-a-cena-per-sostenere-liniziativa-fotogallery/

Zibechi R., 2015, Alba di mondi altri. I nuovi movimenti dal basso in America Latina, Museo dei by Hermatena, Riolo (Bologna) 

SITOGRAFIA

https://buonacausa.org/cause/mondeggi

https://comune-info.net/autori/raul-zibechi/

https://genuinoclandestinofirenze.noblogs.org/

https://it.wikipedia.org/wiki/Villa_di_Mondeggi

http://met.cittametropolitana.fi.it/news.aspx?n=282787

https://mondeggibenecomune.noblogs.org/il-percorso-fatto/

https://mondeggibenecomune.noblogs.org/la-fattoria-senza-padroni/

Last modified: 7 Ottobre 2019

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