Di Sabbia e Sudore – La Terra Trema meet Nino Barraco

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Spesso partiamo per andare a trovare i vignaioli e i piccoli produttori che partecipano a La Terra Trema.
Sono viaggi importanti che assecondano la voglia di trovare il luogo di sapori e di profumi assaggiati, di narrazioni ascoltate. Sempre torniamo a casa sazi, nella pancia e nel cuore, pieni di immagini, accenti e sensazioni nuove.
Il più delle volte, per raccontarle, ci hanno aiutato preziose fotografie.
Questa volta il mezzo è mancato, certo con rammarico. Abbiamo dovuto fare uno passo in più, appuntare, trascrivere, ricordare.
Nino Barraco, quindi, lo raccontiamo a parole.

Di Sabbia e Sudore – La Terra Trema meet Nino Barraco – Agosto 2009

L’appuntamento con Nino Barraco è all’uscita Campobello di Mazara della A29 Palermo – Trapani – Mazara.
Noi lasciamo alle spalle tre giorni intensi a Palermo. Prima di partire birra, pane ‘ca meusa, pane e panelle, crocche di patate, volti e voci da Franco ‘u vastiddaru di piazza Marina.

Con Nino lo scambio di telefonate si fa intenso più ci avviciniamo al momento dell’incontro. È preso dai lavori in campagna, in continuo movimento tra una vigna e l’altra, e noi dobbiamo incastrarci nei suoi spostamenti.

Le sue vigne. Sono la prima cosa che vuol farci vedere. E noi lo stesso.
Ci siamo persi a pensare ai vini di Nino, singolari e impossibili; verso di lui ci ha mosso la curiosità di dare contesto, territorio ai sentori, colori, profumi conosciuti a La Terra Trema l’anno prima.

All’uscita a destra e poi a destra.
Nino ci aspetta al ciglio della strada, il sole picchia su una fiat punto rossa da combattimento.
È lì. Finalmente abbracciabile e sorridente.
Dalla macchina esce con lui Vicenzo, il padre. Una stretta di mano e poche parole pronunciate in dialetto stretto. Si capisce quanto sia importante Vincenzo nel lavoro di Nino.
Nino ci strabilia. Lo avevamo lasciato al Leoncavallo e rivisto a Milano, elegante, preciso, aria e guisa da intellettuale, strani occhiali, geometrici neri e arancioni.
Oggi solo gli occhiali sono gli stessi. L’aspetto e i modi sono quelli del lavoratore indomito: cappello di paglia, scarpe antinfortunistiche, una storica t-shirt e pantaloncini imbiancati da strati di polvere.

Nino sale in macchina con noi per raccontarci quel territorio e quel vigneto straordinario che stiamo andando a conoscere, lascia che sia il padre a guidarci “Ninoo! ‘Unn’aiu patenti Nino!“.

Imbocchiamo strade sterrate e polverose. Canneti e mucchi di rifiuti scaricati abusivamente sul ciglio della strada “senza vergogna“.
Dopo un filare di canne finalmente lo sguardo si apre alla vigna. Mai vista e immaginata così. Una duna di sabbia rossa, una spiaggia rovente su cui, da più di trent’anni, viti verdi e rigogliose, scendono come un tappeto. È il vigneto del Grillo, fogliame fitto che protegge bei grappoli d’uva, quasi pronti per la raccolta.
Nino ci porta alla bocca gli acini, dolci, il sole è stato caldo e costante “forse bisogna anticipare la vendemmia“.
Prima degli anni ‘60 intorno era solo dune di sabbia e canneti. La mafia ne ha fatto deserto, per estrarne abusivamente sabbia e poi ha abbandonato tutto. Negli anni a seguire i contadini hanno piantato le viti.
Oggi ecco un vitigno estremo.
Filari che resistono tra sabbie bollenti, le scarpe devono avere la suola spessa per lavorarci.
Durante la vendemmia, ci racconterà l’indomani a cena Antonio (amico di Nino che lavora da lui quando serve), non si può continuare oltre la mezza perché è impossibile sopportare il caldo, le gambe si ustionano al contatto col terreno, per rinfrescarti c’è solo il tuo sudore. Scherzando ci dirà: “una buona percentuale di quello che c’è nelle bottiglie di Grillo è sudore di chi ci ha lavorato in quella vigna“.

La sabbia è rovente anche se è pomeriggio inoltrato e il sole più basso – Nino scava con le mani e poche decine di centimetri più sotto la sabbia è molto più fresca.
Tra i filari spunta finocchietto selvatico, buono per la pasta con le sarde e un coniglio dello stesso colore del terreno, “qua è pieno di conigli e cacciatori“.

Il giro è veloce.
Nino deve raggiungere suo padre. Devono raccogliere i tralci di vite per le marze da innestare l’indomani su un impianto nuovo di Grillo.
Raccogliamo un po’ d’uva bianca buonissima per la sera e noi andiamo a farci il primo bagno siciliano a neanche un chilometro poco più sotto. Lasciamo i Barraco al lavoro sotto il sole.
Andremo a prenderli un’ora dopo per muoverci verso casa di Nino, una cinquantina di chilometri più su.
Nino corre nelle strade tra Mazara e Marsala, ha voglia di tornare a casa e noi inseguiamo la sua fiat punto rossa, attraversando fitte distese di vigne di un verde inaspettato. A casa ci aspetta Angela.
Adesso è possibile dare finalmente un volto alla donna che ci ha descritto tante volte a Milano. Nella bellissima casa col soffitto a volta in tufo, caratteristico dammuso, l’accoglienza che ci è rivolta ha pochi eguali.

Nel cortile il papà Vincenzo comincia a preparare le marze, togliendo dai tralci le foglie e la parte lignea.
È l’inizio di un lavoro delicato che va fatto con coscienza e precisione.
Il papà di Nino è in vena di chiacchiere e Paolo non perde occasione. Mille domande e mille cose da cominciare a capire. Ora appare la mamma di Nino, un sorriso curioso che ci dà il benvenuto.
Con loro si scherza e si racconta: il lavoro, la campagna, il nord e il sud. Cose serie e “babbarìe“.
La cena è speciale: sgombri sulla griglia, matarocco col pane secco e una bottiglia di Grillo appena imbottigliato, la seconda che Nino e Angela assaggiano.Vincenzo aspetta che Nino finisca di mangiare “ancora parrànu, assai dura ‘sta cena“.

L’indomani devono alzarsi presto.
Finito di mangiare Vincenzo arma Paolo di cesoie e lo accoglie al lavoro, poi ci mette tutti ad aiutare. Vincenzo scherza e Paolo fa fatica a seguire lo stretto dialetto.

La mattina dopo partiamo con Angela verso la vigna da innestare.
Nino e Vincenzo sono lì dalle sei e devono lavorare veloci, vorrebbero finire prima che il sole si scateni.
Oggi nuvole e venticello rinfrescano l’aria ma quando il cielo si apre il sole si accanisce e ferisce.

Arriviamo alla vigna addentrandoci nelle campagne dopo Petrosino.
Una traversa e ci immergiamo tra i vigneti.
È una riserva naturale, è una zona di uccelli di passo, di upupe, bellissime come grosse farfalle, Nino dice che qua nidifica l’uccello del paradiso.
Come capita spesso coi vignaioli della Terra Trema che abbiamo visitato, anche quella di Nino è l’ultima vigna della strada, quella in fondo, al limite.
Località Corleo, un paesaggio incredibile, la vigna finisce e allo sguardo si apre il mare.

Al lavoro con Nino e a Vincenzo ci sono quattro innestatori. Seduti in cerchio, all’ombra di una costruzione diroccata e del camion che manda musica a tutto volume in mezzo alla vigna.
Col coltellino tolgono le gemme dalle marze e le ripongono in ciotoline con l’acqua al fresco.
Rimaniamo il tempo della birra, unico lusso che si concedono oltre le battute, miriadi di battute, una di fila all’altra, spesso a scapito di Nino. Sono sorpresi e divertiti dall’incursione milanese e non ci vuole tanto a diventare il bersaglio di scherzi e battute.
Abbiamo il tempo di vedere innestare le gemme. Nino è armato di zappa, segue chi innesta e in ginocchio incide la piantina, posiziona la gemma, la lega ben salda e passa alle altre piantine. Gesti eseguiti con precisione, velocità. Un’arte tramandata da generazioni a generazioni.
Artisti veri, altro che i parrucconi vecchi e giovani delle gallerie di Milano.
Sono le dieci della mattina lasciamo Nino e la sua ciurma che ne ha ancora per qualche ora, seguiamo Angela, desiderosa di andare a mare.

Durante il tragitto Angela ci ha raccontato il territorio con grande consapevolezza e amore.
Ci racconta di un territorio, delle gioie e delle sue ferite.
Ci fa notare con amarezza molte vigne abbandonate. Lavorare in vigna è duro e poco conveniente, i giovani non vogliono fare il mestiere dei padri. Il sistema delle mega cantine sociali, come in tante altre parti d’Italia, ha finito per svalorizzare il vino di qualità per quantità all’ammasso.
Le cantine sociali, spesso nate col politico di turno che faceva da “sponsor”, imbottigliano quasi niente, vendono sfuso e qualcosa viene comprato dalle grosse cantine che imbottigliano con la loro etichetta. Quest’anno conferire l’uva non basterà neanche a coprire le spese del lavoro in campagna.
Le istituzioni locali non sono state in grado di valorizzare un territorio votato alla viticoltura da migliaia di anni. Marsala, una città che col suo nome ha determinato un vino, è stata sfruttata nel peggiore dei modi, per il vantaggio di pochi e grandi produttori si è andati a discapito del lavoro in campagna e della qualità di un vino che porta con sé storia e cultura.
Quelli come Nino Barraco qua sono in pochi a capirli.

Con Angela scendiamo a Lido Torrazza.
Il mare sta erodendo la costa. Strade e case abusive si sfaldano.
La spiaggia la mattina è pulita e semideserta, l’acqua del mare è freddissima e trasparente.
L’unico orpello è un baracchino di legno, spartano e decoroso, Mare Chiaro, sulla spiaggia: conduzione familiare, cucina casalinga della mamma, prezzi molto bassi. Qui non si scherza, gustiamo pane condito e birra, al tavolo accanto calici di cristallo per il vino bianco, insalate e ricci freschi, non si scherza, qua, con il piacere.

La sera ci troviamo a cena da Ciccio, un amico di Nino, del menù se ne parla da ore.
Ciccio è a un bivio. Deve scegliere se nella vita farà il cuoco o il commissario di polizia.
E’ scontato: noi tifiamo per la prima ipotesi. La confusione, i tempi pazzi, i piatti strani fanno ben sperare. Schizzi di salsa e portate abbondanti non si addicono ai commissariati e Ragù di polipo e Norma con spada e mandorle per noi parlano chiaro: non può fare lo sbirro.
Nino, arnesi e calma da giapponese, preparerà il pesce crudo (triglie e gamberi, oli essenziali d’ agrumi).
La degustazione dei vini Barraco è quasi totale.
La cena, il clima piacevole, le chiacchiere appassionate della piccola comunità di amici e dello stesso Nino sull’agricoltura in Sicilia, ci fanno più felici e quelle bottiglie di Cataratto, Grillo e Zibibbo passate a Milano, alla Terra Trema ore ci raccontano meglio di questo pezzo di Sicilia reale che resiste.
Come se non bastasse capita la fortuna di assaggiare Milocca, un vino “nato da uno sbaglio“, un nero d’Avola vinificato dolce: “Si tratta dell’annata 2006 del Nero d’Avola in cui i lieviti non sono riusciti a completare la fermentazione, ecco perché è rimasto dolce. “Milocca”, il nome di questo vino, in dialetto indica questa tipologia di vini, in arabo vuol dire “cirasa” che è una tipologia di ciliegia, ma anche il sentore principale di questo vino“.

La mattina prima di partire Nino Barraco è tutto per noi. Lo seguiamo in alcune faccende che deve sbrigare e così vediamo dove vinifica. Avevamo capito che sto picciotto siciliano era in gamba, ma quando ci porta nel capannone, in affitto da una grossa cantina sociale costruita praticamente in un letto di un fiume, dove Nino tiene tutta l’attrezzatura per vinificare che “mi ci stava tutta sopra un camion la mia cantina nomade“, capiamo che è più di un vignaiolo è un capitano coraggioso.

Finiamo il nostro viaggio nelle terre di Nino nella campagna più vicino a casa, la più bella, dove ha lavorato il nonno. Il cerchio si chiude, qui il territorio si raccoglie in un modo che è selvaggio e logico, tra fichi verdi e neri, fichi d’india, gelsi, mandorle. Il sapore di questi frutti ci riporta ai suoi vini. Qui c’è un pezzo di futuro, un impianto di moscato innestato l’anno scorso, “voglio fare un moscato secco“. Logico e selvaggio.

Paolo Bellati e Laura Alemagna

Le autocertificazioni di Nino Barraco

Last modified: 11 Nov 2019

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