Il carcere come istituzione totale[1]
Testo diNicola Valentino
Immagine di Nicola Valentino, Carcere di Rebibbia, 1991

Necropolitica[2] dell’istituzione
“Se vivi vivi se muori muori”

Durante la mia esperienza di prigionia, insieme ad altri compagni detenuti abbiamo immaginato un metodo per raccontare ed analizzare questa istituzione totale, un metodo che parte dall’esperienza che i reclusi e le recluse fanno, o per meglio dire dalle loro scelte narrative dell’esperienza detentiva. Con metodo, abbiamo preso ad utilizzare i racconti anche minuti della quotidianità carceraria, come analizzatori dell’istituzione. L’esperienza quotidiana raccontata, confrontata, può aiutarci a vedere, a rivelare ai nostri occhi, i dispositivi che caratterizzano l’istituzione, i dispositivi, anche i più nascosti, attraverso cui essa opera. Questo metodo, elaborato in carcere, successivamente è diventato patrimonio della ricerca della cooperativa Sensibili alle foglie.

Se solo si guarda il catalogo editoriale della cooperativa, si vede come il nostro sforzo sia ancora oggi quello di accogliere e valorizzate le narrazioni esperienziali di persone che a vario titolo attraversano o hanno attraversato questa istituzione e di portarle all’incontro con la società. Ma non solo. Se si presta attenzione al nostro lavoro di ricerca denominato Archivio di arte ir-ritata si vede come il nostro intento sia stato, fin dalle origini, quello di raccogliere le narrazioni esperienziali, anche quando avvengono attraverso le più svariate creazioni simboliche: disegno, pittura, scultura, scrizione, scarabocchio, tatuaggio.  

Il carcere come pena corporale

Questa modalità di attenzione all’esperienza, agli accadimenti della vita, rimette al centro il corpo della persona, che agisce, ma anche si genera e rigenera, in relazione sociale con altri corpi e con il vivente nel suo complesso. Questo sguardo sull’essere umano come creatura sociale, come frutto del suo vivere insieme agli altri, ci fa esperire e considerare che la reclusione carceraria è a tutti gli effetti una pena corporale. Nel testo che restituisce la ricerca fatta da noi in carcere utilizzando le narrazioni esperienziali – il suo titolo è: Nel Bosco di Bistorco[3] – vediamo come il carcere, attraverso i suoi dispositivi, sottopone il corpo recluso a torsioni.

Usiamo la parola torsione per dire che il corpo non subisce solo azioni deprivanti, ma anche violazioni dolorose che agiscono su ogni senso e ogni linguaggio: sulla sessualità, sul tatto, sulla vista, sull’udito, sul gusto, sul pensiero, sul linguaggio. Per fare un esempio: la tattilità non è solo privata delle carezze delle persone che ami, costretta ad una anestesia emotiva, ma viene invasa dalle mani delle guardie nelle perquisizioni e/o da pestaggi punitivi.  

Con il momento dell’arresto il corpo viene preso e portato via dalla vita sociale; a Napoli chi assiste ad un arresto dice dell’arrestato: «so so’ purtat’», «se lo sono portato». E chi viene preso e portato via, avverte i pericoli di sentirsi totalmente nelle mani dell’istituzione. Il carcere quindi come primo atto recide, con il momento dell’arresto, ogni relazione degli umani con altri esseri umani. Vengono recisi i rapporti con i mondi in cui si è andata svolgendo la vita della persona e l’ambito relazionale si restringe all’angusto mondo carcerato, ma viene recisa anche la relazione con il vivente nel suo insieme.

A conferma di ciò, volendo esprimere il lato peggiore della sua esperienza reclusiva, un ragazzo, che ha partecipato a Milano ad un cantiere di socioanalisi del carcere per minorenni Beccaria, ha risposto che il lato peggiore della detenzione e che non si incontra più «neanche un filo d’erba!»[4].

Tra la vita e la morte

In carcere non è scontato vivere. Una donna, Lia Traverso, reclusa in manicomio, cioè in un’altra istituzione totale, viveva con la consapevolezza di poter morire da un momento all’altro. Lei si teneva in vita scrivendo su un quaderno il suo diario giornaliero, e in una pagina fa questa annotazione: «Può darsi che io manco riesca a finirlo questo quaderno perché potrebbe cogliermi la morte improvvisa»[5]. È come se durante la reclusione il corpo transitasse verso uno stato di prossimità alla morte, una condizione in cui l’unione dell’anima e del corpo  appare come contingente, precaria e sempre minacciata. La condizione che si crea è simile anche all’incompiutezza umana della nascita, che possiamo definire di prossimità alla vita, quando la neonata o il neonato possono morire se non maternamente accuditi. Per vivere, la persona reclusa deve quindi costantemente generare risorse che nutrano il corpo di energia e spinta alla vita, e che consentono alla condizione mortale, che il carcere induce, di non prendere il sopravvento.

La morte come analizzatore

Proviamo allora ad utilizzare la morte come analizzatore delle condizioni di reclusione in questo momento storico, per vedere se la condizione mortale che il carcere induce non stia prendendo il sopravvento e se ciò stia accadendo per intenzione istituzionale, cioè attraverso un progressivo e voluto peggioramento delle condizioni di vivibilità.

Porto un esempio: di recente mani anonime hanno affisso nei pressi delle prigioni napoletane un manifesto in cui i detenuti del carcere Secondigliano raccontano dell’arrivo di un nuovo direttore che ha preso dei provvedimenti restrittivi. Guardiamo attentamente questi provvedimenti, essi prevedono: meno telefonate con gli avvocati. Meno corsi di formazione, meno ingresso dei volontari. Quindi meno relazioni con l’esterno, meno occhi esterni che entrano in carcere. Chiusura anticipata delle porte blindate delle celle, con riduzione delle ore di riscaldamento. Quindi un incremento del disagio. Limitazione dei cibi portati a colloquio dai familiari. Eliminazione di alcuni prodotti alimentari, in una situazione in cui il cibo è già scadente. Quindi riduzione della possibilità di alimentarsi e di cibi di conforto. Il cibo che viene portato dalla famiglia (quando c’è) arreca anche un beneficio emotivo alle persone recluse. Tutti questi provvedimenti appaiono come volti ad incrementare l’invivibilità e anche a decostruire gli adattamenti vitalizzanti già consolidati dai reclusi. Incrementare l’invivibilità significa spostare il corpo verso lo stato mortale.

Alcuni dati sui Suicidi in carcere e le morti più in generale

In carcere ci si suicida 18 volte più che nel mondo esterno.

Nel 2024, con riferimento al XXI rapporto dell’associazione Antigone, sono state 91 le morti per suicidio di persone recluse. 155 le morti per cause non chiare, quindi 246 in totale risultano le persone che hanno perso la vita. Un record.

I tentativi di suicidio sono stati 1529. Bisogna considerare che il tentato suicidio viene punito in base all’art. 77 del regolamento penitenziario, l’infrazione disciplinare prevede la perdita dello sconto di pena della libertà anticipata. Quindi si risponde ad un tentativo di suicidio incrementando la condizione di invivibilità per la persona che lo ha tentato e prolungandole il carcere.

Un dato importante riguarda la morte per mancanza di cure. Il garante delle persone private della libertà del comune di Palermo osservava che a livello nazionale tra gennaio e agosto 2024 sono decedute 1400 persone per mancanza di cure.[6]

In merito alla morte per mancanza di cure mi sembra significativo ricordare un evento doloroso accaduto a Napoli l’anno successivo a quello dei dati che abbiamo evidenziato. Alhaji Konte, ventisette anni, originario del Gambia, attivo nel movimento migranti e rifugiati di Napoli, muore il 10 ottobre del 2025 per tubercolosi all’ospedale Cotugno trasferito dal carcere di Poggioreale. Una tubercolosi sopraggiunta in carcere, mai trattata e mai diagnosticata. La famiglia, suo zio vive a Napoli, e la sua comunità, vengono informati solo diversi giorni dopo la morte.

Nel rapporto di Antigone già citato, viene posta l’attenzione anche su un altro dato. Considerando solo i suicidi, se si aggiungono al 2024 anche i primi mesi tra gennaio e marzo 2025 in cui si erano suicidate in carcere già 33 persone, si arriva ad un totale di 124 persone. 91 persone nel 2024 più 33 nei primi mesi del 2025. Ebbene, di queste persone solo 17 avevano una patologia psichiatrica diagnosticata e 6 un passato di tossicodipendenza. Questo dato che viene rilevato è importante per osservare che il suicidio non può essere ricondotto a un problema della persona, ad una sua patologizzazione. A conferma di ciò, ad esempio, si può anche riprendere un dato del 2022. In quell’anno solo 11 tra le 85 persone che si erano tolte la vita avevano una diagnosi psicologica o psichiatrica.

Fra le 124 persone che si erano suicidate fra gennaio 2024 e marzo 2025, 16 erano state sottoposte in precedenza alla misura di “grande sorveglianza”, 7 si erano suicidate proprio durante la misura di “grande sorveglianza”, che consiste in un isolamento che potrebbe prevedere anche proprio la sorveglianza anti suicidio.  Inoltre il 75% delle persone suicidate era in una sezione a custodia chiusa.

Quindi, se un collegamento va fatto fra suicidio e condizione in cui versa il detenuto, bisogna farlo con l’isolamento. Bisogna sottolineare inoltre che nei reparti di isolamento il recluso non viene portato sempre per motivi disciplinari, di frequente viene trasferito in questi reparti chiusi perché considerato in vario modo, vulnerabile. Quindi lo si vulnerabilizza ancora di più. All’isolamento, ai ridotti legami con il mondo esterno, va probabilmente collegato un altro elemento rilevato da Antigone: le persone straniere del nord Africa si suicidano in percentuale di più. Il 46%.

Le morti in regime di 41bis

In un resoconto del 2012 l’Osservatorio Permanente sulle Morti in Carcere rileva che dall’introduzione del regime detentivo del 41bis nel 1992, quindi nel quadro di un bilancio di venti anni 1992 – 2012, sono stati 39 i detenuti che si sono tolti la vita sottoposti all’isolamento e alla tortura psicofisica nelle sezioni adibite a questo trattamento. Una frequenza di suicidi 3,5 volte superiore rispetto al resto della popolazione reclusa, che, lo ricordiamo, si suicida con una frequenza già 18 volte superiore alla popolazione esterna. In 41bis quindi ci si suicida 21,5 volte più che nel mondo esterno

A sua volta l’Osservatorio sulla repressione in un articolo del 28 maggio 2012, commentando una relazione parlamentare sullo stato di attuazione della legge relativa al 41bis per il triennio 2009-2011, fa notare che nel 2010, quando si determina il maggior numero assoluto di persone sottoposte fino ad allora al 41bis (680), i detenuti che sono diventati “collaboratori di giustizia” risultano solo 8.

Nell’articolo si osserva che dopo la sovrapproduzione di “pentiti”, verificatasi fra il 1993 e il 1996, il 41bis si rivela inutile anche sotto il profilo della (in sé discutibile) produzione di “collaboratori di giustizia”. Il 41bis ormai produce più suicidi che “pentiti”! Nel circuito carcerario italiano il 41bis si configura come la principale fabbrica della morte sociale, affettiva, relazionale e anche fisica. 

Verrebbe da commentare che se questo regime ancora persiste, rinnovandosi senza l’efficacia di tortura agita per generare una collaborazione con organi inquirenti, significa che la funzione alla quale intenzionalmente si riconverte è quella di indurre la morte, di accelerare l’agonia, come si evince da molte morti che si sono verificate di persone mantenute in reclusione al 41bis anche molto malate o in fin di vita. Significative in tal senso sono alcune recenti vicende.

Nel dicembre del 2025 muore Vincenzino Iannazzo. Parliamo di uno dei tre detenuti al 41bis fatti rientrare in carcere con un “decreto antiscarcerazioni” varato dal Governo nel 2020.  A Iannazzo era stata concessa la detenzione domiciliare per motivi umanitari ai tempi dell’imperversare della pandemia da Covid. Il detenuto non solo aveva gravi patologie comprovate, che poi si sono rivelate fatali, ma al 41bis è stato lasciato a se stesso, disorientato nel tempo e nello spazio a causa della sua malattia. Vincenzo Iannazzo è deceduto in ospedale, sempre in regime di 41bis.

Il 10 aprile 2025 la Corte europea per i diritti umani, ha condannato l’Italia per violazione dell’art.3, ritenendo un trattamento inumano e degradante la scelta di prorogare il 41bis nei confronti di una persona reclusa con diagnosi di progressivo deterioramento cognitivo. Il ricorrente era Giuseppe Morabito di anni novanta, condannato per associazione di tipo mafioso e detenuto dal 2004.

A differenza dello Stato italiano la corte di Strasburgo ha ritenuto fondata l’incompatibilità del suo stato di salute con il regime del 41bis. Lo Stato italiano invece si ostinava a ritenere che il novantenne Morabito, in una condizione di deterioramento cognitivo, potesse continuare a dirigere la mafia dall’interno. In realtà è la morte di Morabito che l’istituzione persegue mantenendo la persona in un regime di tortuta psicofisica.

Sul processo esistenziale che può portare al suicidio c’è un documento che mi ha colpito per la sua drammaticità. È la lettera, resa pubblica, che Salvatore Grassonelli con condanna all’ergastolo e diversi anni trascorsi in 41bis, scrive alla moglie nelle ore precedenti al suicidio nel carcere di Poggioreale.

«Ti posso dire, (scrive rivolto alla moglie), che sono entrati due virus nel mio cervello a me sconosciuti. Uno mi dice di fare una cosa, l’altro mi diceva di non fare quella cosa. (…) Per me, fino a due mesi fa, tu eri l’essere umano che ho amato di più, ora al primo posto c’è lui (l’altro virus). Mi dice che dobbiamo farla finita, mentre fino a due mesi fa io vivevo per te e non c’era nulla che contasse più di te, ora, amore mio, per me conta solo non restare in carcere».[7]

In sostanza Salvatore Grassonelli mi porta a pensare che ciò che tiene in vita una persona reclusa è l’insorgere di una ragione di vita (vivere per qualcuno o per qualcosa) ma ad un certo punto può diventare più forte un’altra paradossale ragione di vita che è quella di togliersi la vita per non restare in carcere. Grassonelli, scrivendo alla moglie, rappresenta questa scelta come un dialogo-conflitto interiore fra due parti di sé. Un dialogo, per dirla ritornando all’esempio iniziale di Lia Traverso, fra stato vitale e stato mortale in un punto in cui essi si contengono l’uno nell’altro.

«I tatuaggi che ho sul mio corpo me li sono fatti da solo. Davanti allo specchio. Per farli ho aperto un accendino, ho tolto la rotellina e ho tirato fuori la spirale di filo di ferro. Con l’accendino l’ho scaldata e poi l’ho usata come ago. Il primo tatuaggio che mi sono fatto è stato questo qua: “mamma”».[8] Così, un adolescente recluso all’IPM Beccaria di Milano, sembra raccontare la sua ragione di vita scritta sulla pelle.

Il carcere come istituzione di morte

Questa dimensione del carcere come istituzione di morte prende esplicitamente forma quando, con l’inizio dell’epidemia da Covid19 il Governo decide di sacrificare le persone recluse, persone per le quali era impensabile il distanziamento sociale che allora fu istituito come misura contro l’epidemia. Lo fa escludendo proposte di amnistia e indulto e la sospensione pena per le persone più fragili. L’unico provvedimento che viene varato nel marzo 2020 è la possibilità di concedere gli arresti domiciliari a persone detenute a cui mancavano 18 mesi a fine pena.[9]

In quel contesto epidemico il carcere viene inoltre blindato al suo destino: sospensione colloqui con i familiari, sospensione delle attività trattamentali con operatori esterni.

I detenuti si ribellano con rivolte in diverse carceri, nel carcere di Modena l’8 marzo 2020, bilancio: 14 morti tra le persone recluse, la più grande strage di detenuti nella storia repubblicana. Queste persone uccise dall’istituzione, provengono in prevalenza da altre parti del mondo, quindi senza solidi legami in Italia. Erano persone prossime ad uscire, che subiscono anche un processo di deumanizzazione, e denigrazione, venendo etichettate come “tossici”: è colpa loro se sono morti, hanno ingerito del metadone in grande quantità durante la rivolta. Non è responsabilità dell’istituzione, dice l’istituzione assolvendosi; ma non solo non li ha soccorsi, li ha pure riempiti di botte e trasferiti.

Ci sono inoltre varie testimonianze di proiettili sparati contro i detenuti a Modena durante la sommossa. C’è anche un video della Gazzetta di Modena che lo dimostra, si intitola Rivolta nel carcere di Sant’Anna: video-racconto, al minuto 1e38 si vede una guardia che imbraccia un mitra e lo punta contro la finestrella del blindo che porta dentro gli uffici del carcere, nell’audio si intuisce lo sparo.[10]

Emblematico è anche il racconto che Claudio Cipriani fa riguardo al trasferimento da Modena al carcere di Ascoli Piceno insieme a un altro detenuto: Salvatore Piscitelli, che fu lasciato morire in quel carcere salvo poi dichiarare, come istituzione, che era morto in ospedale. Come annota Cipriani: Salvatore fu assassinato. «Mi ricordo che dissi proprio: appuntato, fate venire un medico che bisogna portarlo in ospedale, che qua ci muore. (…) L’appuntato mi chiese: “Quale cella è?” Non appena gli dissi che si trattava della cella 52, dove Piscitelli era riverso a terra, rispose: fatelo morire! Si girò e se ne tornò nel suo ufficio».

Mortificazione del lutto

Ali, Hafedh, Lofti, Marco: sono alcune delle persone che hanno perso la vita nella strage perpetrata dallo Stato nel carcere di Modena. I familiari sapranno della loro morte fortuitamente solo dopo giorni e settimane. Nessuna istituzione li ha avvisati. Nessun riconoscimento della salma o restituzione degli effetti personali. Sepoltura e cremazione prima che i familiari venissero a sapere della morte.

Solo col tempo un comitato, che si è adoperato per rompere il silenzio su quelle morti, ha individuato la sepoltura di alcune salme in un paese della provincia di Modena[11]. Anche dopo il Covid, nel CPR di Ponte Galeria nel 2024 si svolge una storia simile: la storia di Ousmane Sylla, un ragazzo di 22 anni che si toglie la vita. Nessuna istituzione si è mai premurata di avvisare la famiglia della sua morte. In precedenza abbiamo narrato la vicenda di Alaji Khonte.

L’incremento dell’invivibilità del carcere si appalesa anche attraverso una mortificazione del lutto, un impedimento al lutto per le persone che muoiono in reclusione, come se non fossero degne di questa ritualità che è fondativa dell’umano sociale, soprattutto se queste persone sono originarie di altre parti del mondo.

L’analizzatore della morte ci fa vedere anche quindi una torsione del lutto. E non si può non fare un parallelo con le pratiche dello stato di Israele nei confronti dei palestinesi e delle palestinesi. Impedire il lutto attraverso il sequestro dei corpi è una pratica strutturale dell’occupazione coloniale della Palestina. Il 4 dicembre 2025 Israele ha consegnato i corpi di 345 palestinesi difficili da identificare per come era stato violato il loro aspetto fisico.  

Gli Induttori di morte

Prima di addentrarci in quelli che potremmo definire gli induttori di morte, alcuni racconti dei ragazzi del carcere per minorenni Beccaria ci possono aiutare a comprendere l’atteggiamento istituzionale che caratterizza la necropolitica dell’istituzione. 

«Lo hanno preso in casa, lo hanno portato qua, lo hanno riempito di botte, lo maltrattano e lo portano in carcere a Pavia. Un carcere abbandonato da tutti quanti. Se vivi, vivi. Se muori, muori! Allo Stato non importa niente. In quel carcere nel 2021 o 2022 ho visto perfino dei ragazzi appesi con una corda!».[12]

«Quando sono entrato in carcere, nove mesi fa, facevi casino di brutto, ti davano tutto. L’aria, telefonare, andare di qua o di là, ordinare le sigarette, di tutto. Adesso è cambiato, il Comandante e anche il carcere è cambiato. Adesso tagliati pure, ti portano in infermeria, ti mettono un cerotto e ciao! Bruci la cella? Ti spruzzano l’acqua e rimani bagnato!».[13]

È come se il messaggio dell’istituzione si riducesse ad alcune parole dal significato chiaro: «Tagliati pure, a noi non interessa! Tu, non ci interessi, il carcere è questo, sta a te: se vivi, vivi, (ti è andata bene) se muori, muori». 

Si potrebbe dire che risiede in questa ostentata indifferenza, e in un implicito meglio morto che vivo, la necropolitica dell’istituzione.

Gli induttori di morte

Il sovraffollamento

La parola sovraffollamento, per comprendere bene la sua implicazione, andrebbe sostituita dal concetto di azzeramento degli spazi vitali, che genera anche un conseguente degrado degli ambienti.

Ciascuna persona ha necessità di uno spazio vitale intorno a sé che le consenta di non invadere lo spazio dell’altro e di non essere invasa. Questa soglia prossemica può variare in base anche ai diversi tipi di relazione che si istituiscono, ma esiste proprio come una soglia che evita relazioni invasive e che andrebbe maggiormente garantita in una condizione detentiva in cui le persone non si scelgono per convivere nella stessa cella, ma vengono assortite dall’istituzione.

Per rafforzare questo aspetto va detto che una delle forme di lotta più ricorrenti e quotidiane dei comitati di lotta dei prigionieri negli anni settanta e ottanta del Novecento fu proprio quella di rivendicare l’autodeterminazione della composizione delle celle.[14]

All’inizio degli anni Novanta sono stato recluso con altri nel reparto G8 del carcere di Rebibbia e proprio sulla base di alcune nostre rivendicazioni era stata attivata in quel reparto una sala per la socialità fuori dalla cella, dove siamo riusciti anche a conquistare la possibilità di avere, per poter scrivere, un paio di computer che ci erano stati portati da persone con cui facevamo colloqui. Ebbene, ho scoperto, che ora quella “saletta della socialità” viene detta dai reclusi del reparto “lo stanzone della vergogna” perché è stata trasformata, causa sovraffollamento, in cella comune, dove vivono una decina di detenuti con un solo bagno e senza armadietti e mobilio.

Significativa per comprendere la torsione dello spazio vitale della persona è la testimonianza di un ragazzo del carcere Beccaria a proposito dell’inesistenza nelle celle e nelle sezioni di uno spazio anche mentale in cui raccogliersi con se stessi:

«L’esperienza più brutta del minorile è prima di tutto che vivi tanta tensione perché vivi la vita degli altri. Vorresti anche stare con te stesso ma non sai cosa fare, non c’è molto, c’è casino fuori. Quindi ti trovi proprio a dover cercare un pezzo di fumo o la terapia che ti aiuti a sopportare il mondo. Questo io l’ho vissuto proprio sulla pelle ed è bruttissimo».[15]

Il contraltare di questa esperienza è l’isolamento di cui però abbiamo già detto. Mentre con il sovraffollamento si mortifica lo spazio vitale con l’isolamento si azzera la relazionalità del recluso con un incremento del sentirsi soli nelle mani del potere carcerario.

L’incapacitazione farmacologica

Dal XXI Rapporto di Antigone si ricava che tra i detenuti presenti nelle carceri visitate dall’associazione per stilare il rapporto, c’è una media di 12,7 diagnosi psichiatriche gravi ogni cento detenuti, mentre, una quota considerevole, il 20,5%, assume farmaci stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi, il 43,7% sedativi o ipnotici.

I ragazzi detenuti al Beccaria hanno fatto un elenco delle sostanze che vengono loro somministrate con il carrello della terapia, al bisogno, o a richiesta, per far dormire, per sedare o per spegnere “i tanti pensieri”. La lista include: Quetiapina detta “La Rosina”, Ritrovil, Lyrica 300, Tavor, En, Valium, Talofen. Queste sostanze con un particolare trattamento dei reclusi, vengono anche fumate, sniffate, e pure scambiate.

Altreconomia ha svolto una ricerca calcolando gli aumenti di spesa registrati per acquisto di antipsicotici da parte delle carceri per minorenni nel biennio 2022/2024. Ferrante Aporti di Torino + 43%; Casal del marmo di Roma + 32%; Nisida di Napoli + 237%; Pontremoli in Toscana + 435 %. [16]

In base a questo trattamento molti Minorenni giacciono nelle celle in stato catatonico.

In merito alla Quetiapina, uno degli antipsicotici contro schizofrenia e depressione fra i più utilizzati, è importante osservare che il National Institutes of Health (autorevole istituzione statunitense) sconsiglia l’uso della quetiapina, e di quasi tutti i farmaci psicotropi (molti antidepressivi, e tutte le benzodiazepine), su bambini e persone che hanno meno di 18 anni[, osservando che gli adolescenti che prendono Quetiapina «potrebbero essere maggiormente portati a pensare, pianificare o mettere in atto di farsi del male o uccidersi».[17]  È superfluo dire che in base a questo studio la somministrazione di questi farmaci senza specifico e rigoroso controllo medico in un carcere per adolescenti potrebbe costituire un vero e proprio crimine, perché, a ben vedere, succede che  l’istituzione da un lato induce uno stato mortale a causa delle condizioni di invivibilità, stato mortale che viene blandito con un farmaco che però può aggravarlo spingendo il ragazzo o la ragazza di minore età al suicidio.

Claudio Cipriani osserva che  questo uso smodato che l’istituzione fa di somministrazione degli psicofarmaci, non solo aumenta la dipendenza, la resistenza farmacologica dell’individuo, ma riduce anche la capacità della persona di fronteggiare la detenzione in maniera autonoma e rimanendo presente a sé stessa[18] e, si potrebbe aggiungere anche che consente alla condizione mortale di prendere il sopravvento.

Come viene osservato nella postfazione del testo di Cipriani da Giulia Travain, per molte persone detenute il problema in carcere non è farsi somministrare gli psicofarmaci, bensì farseli scalare o togliere, incluso il metadone (somministrato a chi ha un trascorso di tossicodipendenza, cioè circa una persona detenuta su tre).

Così racconta una detenuta di un carcere emiliano: «Il carcere non voleva che io scalassi così il metadone. A livello di terapia non ho trovato nessun problema, ogni psicofarmaco che chiedevo mi veniva dato, come ad esempio il contramal (analgesico oppioide) il ritrovil, o il talofen, mi venivano prescritti. Il vero problema è farseli togliere. Il medico del carcere, gli infermieri e gli agenti erano tutti contrari».[19]

L’Annoiamento

La noia come assenza di attività e in particolare di attività autodeterminate. costituisce una torsione radicale di quella attività specifica dell’umano che consiste nella possibilità di incidere, immaginando e agendo, sul contesto circostante. Porre l’accento su questa torsione radicale di un aspetto decisivo dell’umano è ciò che ha consentito a Bruno Bettelheim di approdare al concetto di situazione estrema riguardo ai campi di concentramento.[20]

Così scrive Francesco Costanzo da molti anni in carcere in una sua lettera a Paolo Bellati: … Sono stato trasferito a Como, sono in quarta sezione da ormai dieci mesi. Qui la vita è molto spenta. Si rimane chiusi in cella venti ore su ventiquattro. In questa sezione si urla molto in qualsiasi ora del giorno e della notte. (…) La noia è una cattiva compagnia qui dentro, per ammazzarla si ricorre ad antiche pratiche che sono: sniffare gli psicofarmaci, bere fino a diventare violenti e inalare il  gas fino a perdere coscienza.[21]

Pestaggi sistematici

I pestaggi organizzati diventano la modalità ordinaria che l’istituzione adotta per regolare richieste dei detenuti e conflitti. Come ha ribadito una guardia all’IPM di Milano: «Quando sbaglia uno pagano tutti». [22]

Razzismo istituzionale endemico

Dall’ONU, con un documento presentato al Consiglio per i Diritti Umani di Ginevra, è arrivata una doccia fredda per l’Italia: razzismo endemico dietro le sbarre. L’indagine condotta da tre esperti indipendenti con visite tra il 2 e 10 maggio 2024 a Roma, Milano, Catania e Napoli evidenzia un persistente razzismo sistemico contro le persone di origine africana che permea non solo le carceri ma l’intero sistema della giustizia penale. Un razzismo dalle molteplici forme: profilazione razziale delle forze dell’ordine, difficoltà per le donne di ottenere aiuto e protezione, fino alla separazione delle donne migranti dal resto della famiglia. Viene segnalata anche una mancanza di dati disaggregati su base etnica. Al CPR di Milano viene constatata la privazione di cibo, acqua per lunghi periodi, e qualità scarsa del cibo. Al CPR di Ponte Galeria a Roma si riscontra una “visibile angoscia dei detenuti maschi”. I Minori stranieri non accompagnati risultano vittime di pratiche illegali di detenzione. Sul Decreto Caivano viene osservato il suo particolare effetto sui minori di origine africana, per i quali vengono prese misure più restrittive rispetto ai coetanei italiani.[23]

Secondo il XXI Rapporto di Antigone al 30 aprile 2025, le persone detenute di nazionalità non italiana rappresentavano il 31,6% della popolazione carceraria, a fronte del 32% del 2024. Una cifra che, se rapportata alla presenza di stranieri regolarmente residenti sul territorio nazionale, non giustifica affatto l’allarmismo spesso diffuso. Si tratta perlopiù di soggetti giovani, economicamente vulnerabili, senza reti familiari o sociali di sostegno, condannati prevalentemente per reati contro il patrimonio. Tuttavia, accedono molto più difficilmente a misure alternative, anche per la cronica mancanza di mediatori culturali e per gli ostacoli burocratici legati alla loro condizione giuridica.

Così scrive Claudio Cipriani raccontando i pestaggi e la strage di detenuti in prevalenza non italiani avvenuta l’8 marzo 2020: «Le guardie a Modena si accanirono quasi senza pietà sui detenuti stranieri di origine araba, quasi tutti senza familiari sul territorio, e quasi tutti irregolari. Sapevano che difficilmente avrebbero corso il rischio di eventuali ripercussioni sia legali che di altro tipo. Diversamente si guardavano bene dall’accanirsi contro di noi».[24]

A rafforzare il razzismo istituzionale sistemico andrebbe aggiunta, come rimarcato dai reclusi del carcere Beccaria di Milano, l’assenza in carcere della figura dell’imam che lede il diritto all’esercizio della propria religione e ostacola la potente risorsa che la preghiera e la comunità rivestono nel mondo islamico.[25]

Una legge che ti lascia come unica opposizione il suicidio

Il famigerato DDL1660 trasformato in decreto e poi approvato come legge dal parlamento il 9 giugno 2025 (n.80), non solo produce un aumento della carcerazione sociale, istituendo reati che costruiscono nemici interni (migranti, oppositori sociali), ma se ci soffermiamo sui provvedimenti relativi al carcere vediamo che viene lasciata come unica alternativa alla persona reclusa il suicidio o la morte in altre forme, dal momento che viene introdotta un’aggravante al reato di istigazione a disobbedire alle leggi. Se il reato viene commesso dentro un penitenziario o nei confronti di persone detenute la pena (da 6 mesi a 5 anni) può essere aumentata di 1/3. Si introduce il reato di rivolta in carcere e nei CPR che include anche la resistenza passiva agli ordini, e prevede la condanna da 1 a 5 anni. In sostanza, volendo fare un esempio, se si traduce in reato una forma di lotta come la “fermata all’aria” che i reclusi adottano rifiutando l’ordine di rientrare nelle celle dopo l’ora d’aria,   l’istituzione sta dicendo intenzionalmente: «Questo è il carcere che devi farti, se non ce la fai ucciditi pure».

La costante ri-generazione istituzionale della Zona Grigia

La Zona Grigia è un concetto che Primo Levi elabora in base alla sua esperienza di internamento in campo di concentramento. La Zona Grigia è voluta e generata dall’istituzione del campo, e gli internati per sopravvivere la riproducono divenendo anche pedine nella gestione del sistema di potere del campo, oppure sopravvivendo a scapito di altre persone in una situazione in cui procurarsi anche solo un tozzo di pane in più, può salvarti individualmente la vita. È un dispositivo che stratifica, frammenta e divide gli internati favorendo la prevaricazione e l’inimicizia.[26]

Cosi Luca Dolce sembra descrivere nel carcere odierno questo dispositivo che come vedremo si avvale anche della somministrazione a manica larga della terapia e del favorire istituzionalmente il traffico di sostanze stupefacenti.

«Perché qui dentro, per sopravvivere per avere anche accesso a piccoli privilegiin molti sono disposti alle peggiori bassezze. Ed è la stessa struttura del carcere a volere questo, creando la frammentazione fra i detenuti, essa incentiva l’attività di disgregazione e privilegio, esattamente come nella società fuori, ma qui la portata di queste dinamiche può essere totalizzante e incancrenita e a volte drammatica.

Uno dei metodi più significativi in questa opera di frammentazione e controllo da parte delle autorità carcerarie è la somministrazione costante e di manica larga, della droga che in termini più edulcorati viene chiamata “terapia”. (…) Il DAP, avendo oggi a che fare con masse di giovani stranieri e irrequieti, spesso isolati e poveri, per “colmare” le sue lacune stante il suo totale disinteresse verso queste persone, semplicemente le droga, le anestetizza, e inoltre non ha nessun problema a far sì che nelle sezioni circolino agevolmente le cosiddette droghe illegali, basta che la somministrazione di esse non crei eccessivi problemi di sicurezza alle direzioni»[27].

È forse ancora più esplicita la descrizione che ne fa un ragazzo del carcere per minorenni: «Si stava malissimo, c’erano sempre casini con gli agenti e tra di noi. Litigavamo spesso noi italiani contro egiziani, marocchini e tunisini. Una volta c’è stata una rissa grossa, gli agenti ci hanno lasciato scannare, solo dopo sono intervenuti dicendo che era una rivolta, ma non era una rivolta. Io ai primi tempi dormivo con il manico della scopa spezzato sotto il cuscino, avevo paura di essere aggredito, delle risse. Non sempre succedeva, ma cercavano di mettere italiani e stranieri in celle separate e da noi italiani ci mandavano gli stranieri bravi, quelli che non fanno più casino, che si sono adattati alle regole, che i loro paesani chiamano “infami”. Gli agenti usavano a volte anche noi ragazzi italiani per punire qualcuno che rompeva i coglioni. Ci dicevano “dai una lezione a quell’egiziano di merda che rompe i coglioni, vedrai che non ti succede niente, non ti arriva la denuncia».[28]


[1] Questo testo costituisce la relazione tenuta da Nicola Valentino il 7 aprile 2026 durante il ciclo di incontri “Viaggio di conoscenza e formazione sul carcere” promosso dalla Comunità delle Piagge di Firenze e dall’Associazione il Muretto. 

[2] Con il concetto di Necropolitica si fa riferimento a: Achille Mbembe, Necropolitica, Ombre corte, 2016

[3] Renato Curcio, Stefano Petrelli, Nicola Valentino, Nel Bosco di Bistorco, Sensibili alle foglie, 1990.

[4] Paolo Bellati, Renato Curcio, Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile, Sensibili alle foglie, 2025

[5] Lia Traverso, D’ogni dove chiusi si sta male, Sensibili alle foglie, 1996.

[6] https://qds.it/decessi-carceri-pino-apprendi-negato-diritto-alla-salute/

[7]Stralci della lettera sono pubblicati in Salvatore Curatolo, Ergastolo ostativo, percorsi e strategie di sopravvivenza ,Rubettino, 2022

[8] Paolo Bellati, Renato Curcio, Neanche un filo d’erba. Socioanalisi narrativa di un carcere minorile, Sensibili alle foglie, 2025

[9] Sulla base di un rapporto dei Garanti delle persone private di libertà: a giugno 2020 erano 284 le persone contagiate su 60000 persone in detenzione. Fuori dal carcere le persone contagiate erano 238000 su 60 milioni. Quindi in proporzione l’incidenza del contagio era analoga se non leggermente maggiore. In Mauro Palma, Daniela De Robert, Emilia Rossi, Caro Parlamento, Editoriale scientifica, 2025

[10] Luca Dolce, prefazione in Claudio Cipriani, Next stop Modena 2020. Viaggio tra le carceri, Sensibili alle foglie 2025

[11] Sara Manzoli, Morti in una città silente, Sensibili alle foglie,

[12] Paolo Bellati, Renato Curcio, op.cit.

[13] idem

[14] Maria Rita Prette (a cura di), il Carcere Speciale, Sensibili alle foglie

[15] Paolo Bellari, Renato Curcio, op. cit.

[16] Paolo Bellati, Renato Curcio, Op. cit.

[17] National Institutes of Health, Medline guidelines for Quetiapine, su nlm.nih.gov.

[18] Claudio Cipriani, op. cit.

[19] Giulia Travain in Claudio Cipriani, op. cit.

[20] Bruno Bettelheim, La fortezza vuota, Garzanti, 1987

[21] Francesco Costanzo, Paolo Bellati e Laura Alemagna, L’ipocrisia del carcere. Dal minorile agli istituti per adulti, Sensibili alle foglie, 2024

[22] Paolo Bellati, Renato Curcio, op. cit.                                                                                                                                                                      

[23] Lanotiziagiornale.it, 8/10/2024

[24] Claudio Cipriani, op. cit.

[25] Paolo Bellati, Renato Curcio, op. cit.

[26]Primo Levi, I sommersi e i salvati, Einaudi 1986

[27] Luca Dolce prefazione in Claudio Cipriani, op. cit

[28] Paolo Bellati, Renato Curcio, op.cit.

L’immagine che accompagna questo testo è un’opera di Nicola Valentino compiuta negli anni di detenzione a Rebibbia (1991);  è una delle opere dell’Archivio di scritture, scrizioni e arte ir-ritata di Sensibili alle foglie.
L’archivio è ospitato a Napoli, nel rione Materdei, in Vico della Neve 21, presso la Casa dell’arte ir-ritata.

Le opere custodite e raccolte dal 1990 sono circa un migliaio, diverse centinaia sono gli autori e le autrici.
Vi si trovano manoscritti, disegni, dipinti, tracciati sui più diversi supporti, e creati da centinaia di autori e autrici, la cui vena espressiva si è manifestata nel chiuso di una istituzione totale (braccio della morte, ergastolo, carcere, ospedali psichiatrici giudiziari, istituzioni psichiatriche, istituzioni per anziani, per migranti), negli attraversamenti della più generale difficoltà del vivere sociale o in momenti di sofferenza relazionale.

L’intento della Casa risiede nel favorire che le creazioni simboliche (nate sfidando contesti di mortificazione e di morte), trovino casa nel cuore e nella mente di altre persone.
L’archivio lavora per la valorizzazione sociale e culturale di quei linguaggi espressivi che vengono autonomamente prodotti da persone costrette a segnare il passo, o perché si trovano in un contesto istituzionale mortificante e afflittivo o perché attraversano un momento critico della vita relazionale che richiede un guizzo creativo.
Questi atti creativi rappresentano per chi li produce una risorsa vitale e per la società il documento significativo di una reazione non acquiescente ad una condizione mortificante e mortale.

Last modified: 27 Ago 2026

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