Prima di alzare i calici

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di Giobbe, arrestato No TAV.

L’uva era quasi matura: la notte ne prendevamo una brancata da ficcare in bocca, succhiando succo, bucce e semi ancora verdi. Sfidavamo le schioppettate per una cena a lume di stelle, ma ancora era niente. 8 settembre 1943, quell’anno il torchio rimase asciutto. I fili di ferro reggevano le pergole piegate sotto il peso dei frutti mentre noi salivamo in montagna, con altri fardelli sulle spalle. Il mosto correva a brente ma era sangue, torchiato dai rastrellamenti e dalle imboscate. Dovemmo aspettare aprile di due anni dopo, per festeggiare la fine di questa vendemmia di uomini.

Di nuovo a casa. Non avevamo ancora consegnato le armi: avevamo requisito ai tedeschi, poi agli inglesi. Ora requisivamo ai bottegai che facevano incetta di farina, olio e vino. Ammassavano nelle cantine per far salire i prezzi: la giostra ricominciava, giustizia era ancora da venire. Il fiore della resistenza non durò a lungo, tornarono i prefetti che già furono podestà, i questori mondati dalle camice nere.

Noi tornammo ai campi. Non li avevamo prima, non li abbiamo avuti dopo. Si affittava a mezzadria, ci si indebitava per una terra rossa e pietrosa dove però si viveva guardando avanti. Mia figlia muoveva i primi passi sul sentiero che di lì a poco avrebbe fatto per andare a scuola. Ma anche quell’anno il torchio rimase asciutto: flagellati dalla grandine raccogliemmo solo debiti. Con le lacrime agli occhi lasciammo tutto, migrammo alle fabbriche. Della nostra vita contadina rimase poco più di una valigia.

Anni agitati, tutto ancora era da conquistare. La città non era amica, ma non ancora disumana come divenne poi. Ci si aiutava. Dispensa sempre vuota, scioperi lunghi settimane che smagrivano lo stipendio. Eppure tenevamo duro, si scendeva in piazza con la celere di Scelba che mieteva vittime come se il tempo fosse passato invano.

A me che schivavo le poltrone, anche quelle del sindacato, trovarono il mio posto: seduto dietro a un cellulare, tenuto sottobraccio da due agenti, arrestato durante uno sciopero dei tanti.

Ricordo l’autoblindo in fuga per la città, ed io dentro. Misi la mano in tasca per prendere il fazzoletto, la fronte grondante di sudore. Una Breda 35! Bomba a mano a percussione, duecento grammi, calotta metallica e nastro ritardante in ottone. Le riconoscevo a occhi chiusi. Mi avevano messo una Breda 35 nel paltò! Si metteva male, mi volevano incastrare. Con quella addosso sarei finito dritto a San Vittore.

Scendemmo davanti alla questura, c’era agitazione, gente che gridava, disordini, anche lì c’erano operai che picchettavano. Mi vedono scendere, gridano, io do’ uno strattone: è fatta! Mi butto in mezzo agli altri, il cordone si chiude: sono salvo. Il giorno dopo, in officina, smonto l’innesco. L’ho scampata, io.

Gli anni passano, ogni epoca vuole i suoi tributi. Abbiamo smesso di combattere ma la guerra è andata avanti. Contro di noi. Contro i figli già grandi a cui, a volte, sopravviviamo. La guerra del Potere può essere molto subdola, dove non bastano le galere e i manganelli arrivano altre armi per bruciare un’intera generazione. La cantina resterà vuota ancora a lungo. Attende giovani mani che tornino a riaprirla. E quel giorno arriva. I figli dei figli tirano fuori il vecchio torchio, riallacciano il filo con le antiche generazioni. Tornano a combattere.

Delle vecchie campagne è rimasto poco. Non è il bosco che se le è mangiate. É il cemento. Sono i veleni di quelle fabbriche in cui i nostri vecchi hanno combattuto. Sottoterra ogni tanto troviamo qualche granata, capace ancora di fare male. Ma non è quello che ci fa paura. É l’aria, è l’acqua, il tributo del progresso a cui ci siamo inchinati. Esiste un modo per sminare questa terra disseminata di veleni?

Occupiamo terre e vecchie case abbandonate. Ritiriamo i fili dei vigneti lasciati andare, e anche quelli della storia di famiglia. Riprendiamo un discorso interrotto tanto tempo fa. Il torchio è pronto per tornare a dare un vino che parla la lingua delle nostre madri: Avanà, Griza, Biquet, i vitigni di una Valle che resiste. Lavoriamo sodo, su questi pendii il gesto è ancora quello antico, laddove la macchina non può arrivare si va ancora a mano.

Ma non ci lasciano il tempo di portare il frutto a casa, il raccolto se lo portano via i gas: ortoclorobenzalmalononitrile, un nome che è una bestemmia, sono i lacrimogeni al CS. Le ruspe spianano, scavano, fanno un deserto. Arrivano le trivelle, la “talpa” che scava uranio e amianto, svuota le falde. Muore il fiume, muoiono le fonti. Noi ci difendiamo come possiamo. La nostra vigna è distrutta, qualcuno distrugge le loro ruspe.

Resistiamo, come sempre. Come sempre, per loro siamo “terroristi”.

La cantina è di nuovo chiusa, il torchio è riposto in un angolo, asciutto anche stavolta. Può aspettare.

Ci sono cose che vanno conquistate goccia a goccia, prima di poterle gustare. Come il vino. Come la libertà.

Abbiate coraggio: qualcuno ha lottato per noi ieri. Oggi tocca a noi. Scegliamo da che parte stare prima di alzare in alto i bicchieri.

Last modified: 20 Ott 2019

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