NISCEMI, IL MUOS, LA FRANA, L’ITALIA

Quel che accade a Niscemi è sintomo di un male esteso e profondo, di una nazione-rovina che vive uno stillicidio quotidiano. L’Italia è un paese fragile e in frantumi, invisibile agli occhi delle istituzioni alle loro politiche. Una ferita aperta sulla pelle di intere popolazioni.
di Federica Frazzetta

Da dove iniziare a raccontare Niscemi dopo il 25 gennaio 2026, quando una frana di 5 km ha generato quasi 1700 persone sfollate e tenuto col fiato sospeso una città di più di 25mila abitanti? Mi sono chiesta se fosse il caso di partire da quel giorno di ottobre del 1997, quando la città fu interessata da un’altra frana, a cui seguirono 10 anni di attesa per i primi indennizzi seri e 30 anni di mancati interventi per mettere in sicurezza il territorio. Mi sono chiesta se fosse il caso di partire dalla piazza centrale di Niscemi, solitamente piena di persone che passeggiano fino al Belvedere che domina la Piana di Gela, occupata invece dai mezzi di soccorso e dal lavoro instancabile dei vigili del fuoco. Mi sono chiesta se fosse il caso di partire dal palazzetto dello sport Pio La Torre e dal lavoro instancabile dei volontari e delle volontarie di Niscemi e di tutta la Sicilia che, ancora oggi, gestiscono tutte le attività a sostegno delle persone sfollate. Parto invece dal 16 marzo 2026, quando una delegazione del NAS (Naval Air Station) di Sigonella ha portato al palazzetto dello sport un carico di alimenti da distribuire alla popolazione. Mentre il momento viene immortalato a favore di telecamera, dietro le quinte un brulicare di fastidio e indisposizione. Tutto questo, donazione e fastidi compresi, non accade per caso.

I militari statunitensi sono presenti sul territorio niscemese dal 1991, cioè da quando entra in funzione la base militare statunitense NRTF (Naval Radio Transmitter Facility), che occupa uno dei polmoni verdi della Sicilia, la Riserva Naturale Orientata Sughereta. A questa base si è aggiunto più avanti il MUOS, un sistema di comunicazione satellitare della marina militare statunitense che permette alla difesa USA di gestire i propri mezzi a livello globale: quel sistema, in altre parole, che permette oggi agli aerei senza pilota di partire dalla vicina base statunitense di Sigonella e partecipare alle operazioni militari in Ucraina, Iran, Libano e Gaza. La base del MUOS è stata contestata duramente dalla popolazione locale e non solo, facendo tutto quello che si poteva fare: blocchi stradali, scioperi sociali, sabotaggi, azioni legali, petizioni, assemblee, conferenze, persino l’occupazione in massa della base e delle sue antenne, più di una volta. Nonostante tutto questo, il MUOS è entrato in funzione nel 2016. Il movimento che tanto ha fatto (e molto continua a pagare) nell’opporsi all’ennesima infrastruttura militare in Sicilia, non solo si opponeva alla guerra e all’occupazione militare statunitense, ma ha da sempre denunciato l’incompatibilità radicale tra la presenza del MUOS, la città di Niscemi e la riserva naturale: troppi i rischi per la salute e l’ambiente di un territorio fragile dal punto di vista idrogeologico, ambientale, economico e sociale.  A preoccupare di più, le emissioni elettromagnetiche delle tre grandi parabole e gli effetti sulla salute. Nonostante gli sforzi, la base è in funzione. Una ferita che colpisce nel vivo una popolazione che dopo essersi mobilitata tanto, oggi subisce la presenza di quel mostro vicino casa, insieme ai tanti disservizi nel territorio (la carenza di acqua, un ospedale sempre sull’orlo della chiusura, l’assenza di una rete ferroviaria e di mezzi di trasporto pubblico, il lento e inesorabile spopolamento della città). Desertificazione e fragilità sono conseguenze ma anche precondizione dell’occupazione militare: i punti deboli diventano ricatti e promesse mancate, ma sono anche conseguenza delle scelte di gestione dei territori che diventano zone di sacrificio. Il senso di sconfitta è inevitabile. E così quella presenza, complici anche le tante denunce e multe, la si vuole dimenticare, ma non la si normalizza. La rabbia che ha accompagnato le prime passerelle politiche dei leader di governo e di partito dopo la frana è la rabbia sincera di chi subisce l’ignavia della politica, che prende la forma di trenta anni di immobilismo tra una frana e l’altra; la rabbia di un territorio che porta le cicatrici di promesse mancate, di disservizi, e di un’occupazione militare che è stata permessa passando sui corpi e la volontà delle persone che hanno bloccato per mesi i lavori di quella base di morte. Responsabilità politiche, a tutti i livelli, che hanno nomi e cognomi che difficilmente si possono dimenticare. Una rabbia che, appena espressa, accetta di essere zittita dalla promessa degli aiuti economici in tempi brevi, di decreti per i ristori e di ordinanze che promettono soluzioni e normalità: le fragilità meritano di essere amministrate con cura e responsabilità, invece spesso diventano arma di ricatto, strumento di costruzione di consenso. È così per la classe politica italiana, ma anche per il comparto della difesa. Ogni nuova infrastruttura che compone la geografia dell’occupazione militare della Sicilia è stata sempre accompagnata dalle promesse di lavoro, benessere e sviluppo; ogni nuova infrastruttura militare è stata progettata e installata in luoghi considerati “vuoti”, cancellando l’esistenza di piante e animali che popolano un’area, i paesaggi che caratterizzano la nostra identità, il sistema di relazioni che abitano un territorio ben oltre l’esistenza di una città o un paese. Questa è la stessa storia che si ripete da decenni, dalla più anziana Sigonella alla più recente scuola di addestramento per piloti di F35 a Trapani, passando per il porto militare di Augusta, l’hub militare dei Nebrodi e delle Madonie, gli alloggi militari in contrada Xirumi, il MUOS… e così via. La donazione di beni alimentari dei militari di Sigonella va letta in questo continuo tentativo di vestire un rapporto di potere coloniale e militare con gli abiti di un rapporto di amicizia, di collaborazione, di alleanza. 

Per uno strano scherzo del destino, lo stesso giorno in cui il sindaco di Niscemi ha firmato il provvedimento di restrizione della zona rossa, ridando ad alcuni/e la possibilità di rientrare a casa e riprendere le abitudini lasciate sospese da fine gennaio, USA e Israele attaccano l’Iran. Immediatamente, il dubbio che la base vicino casa possa entrarci qualcosa tarla i pensieri di molti/e. Dopo tutto il dolore, l’inquietudine e lo spaesamento vissuto letteralmente sull’orlo di un precipizio, lo spettro della guerra si affaccia all’orizzonte. MUOS e Sigonella, due infrastrutture strategiche per la difesa USA, rendono la Sicilia un obiettivo militare, e il recente missile iraniano diretto a Diego Garcia conferma che l’isola rientra nel raggio di azione dei missili di Teheran. I dubbi sul coinvolgimento del MUOS sono confermati non solo dalle attente osservazioni di Antonio Mazzeo (attivista insegnante e giornalista), ma anche dall’attivazione dello scudo antimissilistico attorno al MUOS e dalla vigilanza attorno alla base dei militari statunitensi e italiani, quella delle grandi occasioni. In questo clima di allerta, il 7 marzo 2026 l’immagine di una possibile frana sotto le parabole del MUOS, scattata e resa pubblica da attivisti/e, raggiunge una alta eco mediatica. Cosa possa accadere se, improvvisamente, una di quelle parabole in funzione crolla è difficile immaginarlo. Eppure, che il MUOS non fosse esente dal rischio idrogeologico della zona era già noto già dal 2024, quando la marina militare USA e il Ministro della Difesa si confrontavano sul rischio idrogeologico dell’area attorno al MUOS. Nel settembre 2025 la Regione Sicilia approva la richiesta di lavori straordinari di manutenzione al MUOS. A febbraio 2026 la Pizzarotti (impresa global player nel campo delle infrastrutture e delle costruzioni in Italia) riceve l’incarico di fare i lavori, una notizia che assomiglia ad uno schiaffo in pieno viso per una comunità che sta facendo i conti con una frana non ancora stabilizzata, frutto dell’assenza di interventi per mettere in sicurezza il territorio. Lo smottamento del terreno sotto il MUOS denunciato dagli attivisti solleva un gran polverone: piovono articoli di giornale, il sindaco scrive ai militari di Sigonella, ma nulla riceve una risposta. Fino al 16 marzo 2026. La visita dei militari ha anche il chiaro obiettivo di mettere a tacere dubbi e osservazioni, rabbonire (per l’ennesima volta) l’amministrazione locale e mettere una pietra tombale sull’ennesimo abuso (supicchiaria, diremmo a Catania)

Si è raccontata la frana di Niscemi come una emergenza, ma sarebbe meglio raccontarla come una emergenza annunciata. Non solo dopo la frana del 1997 nessun intervento strutturale è stato fatto per mettere in sicurezza l’area già interessata da fenomeni franosi, ma più recentemente sono stati ignorati dagli organi di governo locali e regionali gli studi, e le relative relazioni, che annunciavano a chiare lettere quello che poi è accaduto a gennaio. La frana rischia di essere (e in parte già lo è) il terreno su cui si svolgerà la campagna elettorale del 2027, a livello locale e regionale almeno. L’attuale sindaco, nell’impossibilità di ricandidarsi alla guida della città, già guarda al parlamento regionale, mentre alcuni dei suoi delfini sono impegnati nel comitato cittadino che si è creato dopo la frana, uno strumento che sta perseguendo bene lo scopo per cui è nato, contenere i malumori che, anche se non si vedono platealmente, ci sono. Sulle macerie di questa frana qualcuno farà carriera politica, esattamente come qualcuno più di dieci anni fa ha vinto le elezioni proclamandosi contrario al MUOS, per cambiare casacca appena finite (e vinte) le elezioni. Sul fatto che Niscemi rischia di spopolarsi, che i soldi stanziati fino ad ora non basteranno a ripagare, consolidare e risolvere, nessuno degli attori politici in gioco dirà nulla , perché per un altro strano scherzo del destino, tutti i livelli di governo coinvolti in questa faccenda (nazionale, regionale, locale) fanno parte della stessa squadra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) e ogni frizione è pubblicamente evitata per non ammettere debolezze interne alla grande famiglia della destra italiana: oggi c’è una frana, ma domani ci sono le elezioni.

Niscemi è un luogo periferico diventato noto per via della lotta contro al MUOS. Ma la storia di Niscemi credo che abbia le caratteristiche simili a tanti territori diventati zone di sacrificio per progetti militari, per infrastrutture industriali, per grandi o piccole opere nocive, in cui le fragilità presenti sono diventate ricatti su cui sono sorte altre fragilità, ma che hanno dato vita a diverse forme di resistenza e dissidenza non sempre note e plateali. La sfida, per chi ritiene che un mondo più giusto non solo è possibile, ma necessario, non è solo contrastare ciò che non va bene, ma costruire reti e progetti politici dal basso che riescano a tenere insieme conflittualità, efficacia e permanenza. Tornando al caso niscemese, la necessità di oggi è quella di non fare spegnere i riflettori, né sulla frana né sulla presenza del MUOS nel territorio, soprattutto oggi che la Sicilia, ancora una volta, diventa lo spazio in cui la geopolitica prende forma materiale e concreta a livello locale per via delle occupazioni militari presenti. Anche per questo, continua ad essere necessario scendere in piazza. Chiudo con le parole di un compagno con tanti più capelli bianchi dei miei, che l’anno scorso durante un’intervista sui movimenti siciliani contro le basi militari mi disse: «Federica, alla fine penso che bisogna stare dove bisogna stare, e fare quello che bisogna fare». 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 40
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 17 Mag 2026

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