LORO OLIMPIADI, NOI UTOPIADI
Di Luca Trada, Laboratorio Collettivo Politico Off Topic
Le Olimpiadi Milano-Cortina sono finite da pochi giorni e già si è alzato il coro entusiasta a celebrare i Giochi «dell’armonia e della bellezza», senza nemmeno attendere i dati ufficiali. Dopo mesi di bombardamento mediatico, per vendere la narrazione retorica delle «Olimpiadi sostenibili» e accendere lo spirito olimpico nelle località interessate dalle gare, spirito che a Milano perlomeno abbiamo visto ben poco, serve ora proseguire con la costruzione a posteriori del consenso nazional-popolare per nascondere i veri scopi che i Giochi, come abbiamo sempre denunciato, hanno avuto: spostare enormi investimenti pubblici nelle tasche dei gruppi privati che si sono spartiti la torta degli appalti e della gestione delle strutture e attivare, al contempo, un dispositivo di governance dei territori, che bypassasse norme, controlli, regole democratiche, ridefinendo le caratteristiche urbanistiche, economico-sociali e ambientali dei territori stessi.
Questo da sempre sono i grandi eventi; lo è stato Expo2015 così come le precedenti Olimpiadi italiane di Torino 2006: occasioni per grandi trasferimenti di ricchezza dal Pubblico al Privato e dal basso verso l’alto della scala sociale, agevolati da una gestione emergenziale e commissariale degli appalti e dell’organizzazione, e sostenute da una potente macchina comunicativa che prefiguri benefici a posteriori secondo il collaudato schema dell’economia della promessa. Un sistema che ha bisogno continuamente di tenere alta l’aspettativa sul futuro, non a caso chiuso un grande evento subito si pensa o si rilancia sul successivo, per evitare che il bluff venga svelato. Non è casuale che a Olimpiadi ancora in corso il Governo abbia istituito il Commissario Unico per i lavori sugli stadi interessati dagli Europei 2032 e che siano spuntate le nefaste candidature della Lombardia o di Roma, per le Olimpiadi del 2036 o del 2040. Parlare di successo e rilanciare sull’ennesimo inutile grande evento per coprire una realtà dei fatti ben diversa e che molti media esteri, meno coinvolti e servili di quelli nostrani, hanno saputo vedere e svelare: flussi turistici senza impennate con stanze d’albergo e alloggi vuoti; impianti e tribune con diversi posti disponibili per il caro biglietti; località olimpiche militarizzate e popolazioni locali confinate da zone rosse degne di un teatro di guerra; soprattutto le macerie economiche, sociali e ambientali che lasciano e che confermano come le Olimpiadi Milano-Cortina siano stati «Giochi Insostenibili» e non certo a costo zero e senza impatto su paesaggi e territori come sbandierato fin dal 2018 quando partì la candidatura italiana. Ciliegina sulla torta: la pista da bob costata oltre 120 mln di euro si sta già sgretolando con danni stimati per oltre 1 mln di euro.
Spesa pubblica per profitti privati
Forse non sapremo mai il vero costo delle Olimpiadi 2026; “saranno a costo zero”, dichiararono nel 2019 a Giochi appena aggiudicati. Poi le cifre sono lievitate decreto dopo decreto e oggi le ipotesi più attendibili fissano la spesa attorno ai 7 mld di euro, considerando non solo le opere e gli impianti già realizzate, ma anche quel 30% circa di infrastrutture finanziate, che valgono oltre il 60% della spesa totale, i cui cantieri non sono ancora partiti. Opere presenti nel dossier di candidatura e considerate necessarie e per le quali il Governo ha protratto al 2033 l’operatività della Società Infrastrutture Milano-Cortina, la società di scopo che ha gestito appalti e fondi per le opere olimpiche. Tra queste, per esempio, la variante di Longarone, in provincia di Belluno, prevista e finanziata già per i Mondiali di Sci di Cortina 2021 e i cui cantieri non sono mai partiti, con costi nel frattempo triplicati e cresciuti a oltre 400 mln di euro. La proroga dei poteri di SiMiCo (Società Infrastrutture Milano Cortina 2020-2026 S.p.A. n.d.r.) fino al 2033 non può che alimentare la crescita dei costi generati da un dossier olimpico che conteneva di tutto e di più, con interventi previsti al 90% per opere viabilistiche e spesso valutate inutili e dannose dalle stesse popolazioni locali (vedi tangenziale di Sondrio o di Bormio). Come se non bastasse, al dossier olimpico sono state collegate altre opere, cosiddette di contesto, inutili per le Olimpiadi e in territori peraltro lontani dai siti di gara, ma che con la scusa dei Giochi e delle procedure e dei finanziamenti che avrebbero attivato, sono state tirate fuori dai cassetti e ri-finanziate, come il completamento della Pedemontana Lombarda o la tangenziale Magenta-Abbiategrasso-Binasco.
Una montagna enorme di denaro pubblico che SiMiCo e la Fondazione Milano-Cortina hanno gestito in maniera privatistica a beneficio di pochi grandi operatori privati: sviluppatori immobiliari e partner (Coima, Landlease, Fondazione Prada, Covivio, Eventeam) a Milano per il Villaggio Olimpico e il PalaItalia; costruttori come Pizzarotti e WeBuild; i signori della neve artificiale, come TechnoAlpin, per gli impianti nuovi di innevamento. Un vero e proprio meccanismo predatorio che impoverisce i territori, innescando processi che finiscono per negare il diritto stesso delle popolazioni a vivere città e valli montane. Emblematico il caso di Milano: PalaItalia e Villaggio Olimpico, una volta riconvertito in studentato, saranno di proprietà privata e gli introiti di eventi e concerti e le rette delle stanze finiranno nei bilanci di Eventeam e Coima. Eppure, nonostante le ampie agevolazioni e i finanziamenti ricevuti per realizzare le opere olimpiche, i privati chiedono a Governo e Comune di Milano la copertura degli extra costi per una cifra complessiva di oltre 100mln di euro. Non bastasse il Comune di Milano si è già fatto carico di 7mln di spesa per realizzare i percorsi di accesso al PalaItalia, altrimenti non vi sarebbe stato modo di raggiungere l’impianto, perchè l’operatore privato non li avrebbe realizzati. Tutto questo mentre le piscine e gli impianti sportivi comunali milanesi restano chiusi e abbandonati, o privatizzati, perché mancano i soldi per ristrutturarli.
Non torneranno i larici… e non solo
I Giochi che dovevano essere i più sostenibili di sempre verranno ricordati per alcuni numeri e sponsor imbarazzanti, all’insegna del peggior greenwashing, e per aver realizzato opere in ecosistemi fragili senza alcuna valutazione d’impatto ambientale. Se è stata emblematica la vicenda dei 600 larici secolari abbattuti a Cortina per un impianto destinato all’inutilità, visti gli scarsi numeri dei praticanti bob e slittino in Italia, sono anche altre le cifre che confermano i danni ad ambiente ed ecosistemi. Per impianti di gara e infrastrutture sono stati consumati circa 59 ettari di suolo, equivalenti a circa 80 campi di calcio. Decisamente peggiore il consumo di acqua per innevare le piste, stimato in circa 3-4000mc per ettaro ed equivalente a 380 piscine olimpiche e a cui andrebbero aggiunti i danni in termini di CO2 per produrre l’energia, tanta, che gli impianti di innevamento consumano. Se poi passiamo agli sponsor, ENI e Leonardo spiccano su tutti per il modo imbarazzante in cui sono stati rappresentati laddove simboleggiano quanto di peggio ci sia in termini di profitti fatti su energie e carburanti da fossili o sulla produzione e vendita di sistemi d’arma.
Ma questo non è tutto. Le Olimpiadi hanno contribuito ad alimentare progetti per caroselli sciistici, resort di lusso, altre amenità per aumentare l’offerta e l’esclusività delle località alpine e un modello di turismo della montagna insostenibile a prescindere dai cambiamenti climatici. Già oggi il 90% delle piste viene innevato artificialmente in Italia e senza finanziamenti pubblici gran parte degli impianti chiuderebbero proprio per gli alti costi della neve artificiale.
Analogamente l’onda lunga delle infrastrutture non ancora realizzate farà aumentare ulteriormente il consumo di suolo, oltre che riproporre un modello di mobilità su gomma.

Il grande evento come dispositivo di governance e predazione di città e territori
Se Expo2015 servì a definire nuovi equilibri economici e politici e avviare la grande trasformazione di Milano che ha portato alla città esclusiva ed escludente di oggi, le Olimpiadi servono a dare nuova linfa a un modello di città che vive di eventi, grandi, medi, piccoli, oltre che di speculazione, immobiliare o finanziaria che sia. L’attrattività turistica ed economica delle città globali ha bisogno continuamente di essere alimentata. Rispetto a Expo, però, l’impatto dei Giochi rischia di essere peggiore. Da un lato per la dimensione più ampia di territorio interessata dalla macchina olimpica, Dall’altro, soprattutto, perché trovano una città che da 15 anni sta subendo processi acceleratori e di predazione, talmente vasti e profondi negli effetti che anche la narrazione mainstream e l’opinione pubblica più distratta hanno scoperto che esiste un problema chiamato “Modello Milano”, che va ben oltre le vicende giudiziarie legate all’urbanistica; una metropoli che fagocita tutto quanto può essere messo a valore, cementificato, privatizzato, che è più attenta ai turisti e ai flussi finanziari che ai propri abitanti, cui sempre più è negato il diritto all’abitare. Le Olimpiadi, da questo punto di vista, rischiano di avere un effetto devastante sui quartieri popolari e pubblici della periferia sud-est (Corvetto e Rogoredo, ma anche Molise-Calvairate), quartieri popolari peraltro sempre più minacciati da volontà di privatizzazione o rigenerazione (leggasi demolizione e ricostruzione su altri standard abitativi) e dai processi gentrificativi che la Milano città-evento genera e alimenta.
A supporto di questi processi, immancabile, una narrazione che prima crea il problema con il mantra securitario e della lotta al degrado, in nome del fantomatico decoro, e poi favorisce la sostituzione abitativa a colpi di rendering, brand di quartiere e nuovi immaginari, come sta accadendo appunto al Corvetto e dintorni. E dove non arriva la narrazione ecco i dispositivi repressivi, già abbondanti nei quartieri popolari milanesi. Le Olimpiadi hanno visto una crescita della militarizzazione della città, degli interventi repressivi al Corvetto, a San Siro, a Baggio, di una fastidiosa profilazione razziale nei controlli. Tutti si sono preoccupati dell’ICE, ma le Olimpiadi portano in nuce la necessità di una macchina repressiva e dispositivi securitari che garantiscano lo show, poi i giochi finiscono ma le truppe restano. Così come è assolutamente coerente con questo modello di eventi sportivi, dove comanda il business e non i diritti universali, la presenza della bandiera e di atleti dell’entità genocida sionista, atleti che rivendicano con orgoglio di essere stati operativi sul campo a Gaza, nonostante la stessa entità abbia ucciso negli ultimi anni migliaia di atleti palestinesi.
C’è lavoro e lavoro
Quante volte abbiamo sentito la favola dei grandi eventi che portano lavoro. Ma che lavoro? Aver gestito in maniera commissariale e in deroga alle norme gli appalti olimpici ha favorito assegnazioni al ribasso e scarsi controlli nelle catene del subappalto, in settori come l’edilizia e le costruzioni, già caratterizzati dal massimo sfruttamento e da minimi diritti, fino al caporalato. La fretta di terminare le opere in tempo, o più probabile la voracità di una classe padronale parassitaria dei fondi pubblici, ha portato a turni massacranti di 12 ore e condizioni di lavoro pessime nei cantieri olimpici e paghe ridicole, come testimoniato dai racconti dei lavoratori che hanno scelto di non farsi censurare. Condizioni di lavoro che hanno portato a due morti, ovviamente presto dimenticati da organizzazione e media. Il tutto non senza la complicità dei sindacati confederali che hanno accettato i contratti e la pace sindacale, firmando accordi preventivi, compresa l’accettazione del lavoro gratuito (18000 volontari anche questi spesso ritrovatisi in condizioni di sfruttamento) e assistendo supinamente alla soppressione dei diritti fondamentali a partire da quello di sciopero, prima negato ai lavoratori dei trasporti, che lamentavano le condizioni di lavoro che avrebbero dovuto affrontare con la carenza di organici attuali (il caro Milano impedisce di trovare tramvieri, ma non solo), poi ai lavoratori delle catene alberghiere con la scusa della zona rossa.
Nella Milano del lusso, lo sfruttamento e la precarietà imperano nelle filiere del turismo, della ristorazione, della logistica, dei servizi, dei service per eventi; le Olimpiadi, da questo punto di vista, non hanno certo portato alcunché di nuovo e di buono.
E lo sport?
Da anni ormai, i grandi eventi sportivi come Olimpiadi o Mondiali di Calcio vengono utilizzati dai Paesi ospitanti per finalità che poco o nulla hanno a che fare con lo sport. Gare e prestazioni sono diventate utili specchietti per le allodole per guadagnare consenso nell’opinione pubblica, affermare prestigio o potenza di una nazione, nascondere problemi e crisi interne sotto il tappeto come fossero polvere. Scopo vero di questi grandi eventi, come già detto, è smuovere enormi investimenti pubblici e poter ridefinire territori ma anche equilibri e poteri economici e politici. E il modello di atleti e di prestazioni utilizzati per promuovere le Olimpiadi è esso stesso funzionale al pensiero dominante: bianchi, caucasici, normodotati, prevalentemente maschi, nonostante le tante parole spese su inclusione e concetti simili. Le Olimpiadi 2026 hanno confermato questo cliché, anche nella scelta di uno sponsor imbarazzante come la multinazionale farmaceutica Lilly, leader nella produzione di farmaci miranti alla prestanza e alla forma fisica secondo stereotipi dominanti e pregni di cultura patriarcale.
Lo sport vero, quello lontano dal business, paga anzi le conseguenze del gigantismo dei grandi eventi sportivi, che divorano gran parte degli investimenti che governo, enti locali e CONI effettuano. Abbiamo già detto del caso emblematico di Milano dove a fronte degli investimenti milionari per il PalaItalia, ma anche per le strutture temporanee in Fiera a Rho, la pratica degli sport su ghiaccio è morta parallelamente alla crisi di piscine, impianti e palestre comunali. Risultato: oggi a Milano lo sport dal basso viene praticato in palestre autogestite all’interno di spazi occupati o nei pochi impianti che ancora resistono, se no la pratica sportiva è appaltata ai circuiti delle palestre private e sempre più confusa con il fitness e la rincorsa di modelli di benessere fisico imposti dal pensiero unico dominante.
Non ci fermiamo
«Non ci fermiamo» è stato il motto con cui sono stati celebrati gli atleti delle Olimpiadi 2026. Non ci fermiamo, ribadiamo noi dopo le esaltanti giornate delle Utopiadi. Dopo l’edizione nell’autunno 2024 con l’occupazione del PalaAgorà, quest’anno abbiamo raddoppiato sforzi e appuntamenti e per quattro giorni Milano è stata attraversata dal vento anti-olimpico, a partire dalla contestazione alla fiaccola olimpica e alla presenza di Israele ai Giochi, passando per il corteo del 6 febbraio 2026 nel quartiere popolare di San Siro, a poche centinaia di metri da dove si celebravano i fasti olimpici nella retorica nazional-popolare della cerimonia di apertura, in nome del diritto all’abitare, fino al grande corteo di sabato 7 febbraio che ha visto la convergenza di percorsi di lotta metropolitani e non contro il modello di predazione di territori e beni comuni che le Olimpiadi portano con sé. Oltre 10000 persone hanno attraversato i quartieri a ridosso del Villaggio Olimpico fino al Corvetto, reti dello sport popolare, spazi sociali, comitati e cittadinanza attiva, sindacalismo conflittuale, escursionist* e alpinist* proletar* e non, reti per il diritto all’abitare. A fare da sfondo, l’occupazione del PalaSharp e tre giornate di sport popolare e festa nel nome di un’altra città possibile e quanto mai necessaria. Simbolico il luogo, una struttura pubblica per eventi sportivi e concerti, abbandonata ormai da anni, che poteva essere recuperata per le Olimpiadi anziché costruire un nuovo impianto.
Un’energia straordinaria si è creata nel palazzetto abbandonato e si è riversata il 7 febbraio per le strade militarizzate della città, energia che non vorremmo disperdere, consci che il vero lavoro politico inizia ora per evitare che le macerie olimpiche ci travolgano. Le convergenze costruite vanno alimentate e fatte crescere in potenza se si vuole avere impatto sull’eredità olimpica, la legacy come dicono loro, ma non solo, e fare in modo che dove il Pubblico ha investito, al Pubblico non tornino solo le briciole.
Vogliamo riprenderci ogni metro quadro di città pubblica sottratto, vogliamo evitare che i quartieri popolari diventino terreni di conquista per speculatori e razzisti seriali, vogliamo evitare gli scempi di territori e paesaggi laddove le opere previste nel dossier olimpico non sono ancora state avviate, vogliamo evitare che il post-Olimpiadi a Milano sia la fotocopia in peggio del post-Expo.
Con queste volontà e attitudini, vogliamo continuare la lotta per riprenderci la città e liberare le montagne.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 40
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 20 Mag 2026


