LE VIE DELL’ERRARE
di Guido Celli
illustrazione di Fabrizio di Baldo

LI
Un fiume erra nella sua parte d’acqua
un vulcano nella sua parte di lava
un monte nella sua parte di frana
e una lumaca nella sua perla di bava.

Errare è nell’umano la parte di camminare
che ha l’andrà nel va quando andava
la forza sottaciuta che ha il camminare
quando smarrisce il dove di dove stava.

LIV

L’errare non ha per l’andare
la cortese saliva dei compiacimenti.

Non ha per il ragionevole
il servizievole incenso degli argomenti
né per l’ottemperare
la lingua madida dei complimenti.

LVII

Ogni rito è un solco
in cui smarriamo
l’irrituale instabile
di un altro modo.

Ogni norma è lo sguardo
di cui diventiamo
nell’invisto suo visibile
custodi, guardiani.

Solo l’errare potrebbe
toglierci lo stiamo
che ci fa dimenticare il Sole
dietro la lancetta dei soffitti
che ci coincide e inchioda
i passi alla ruota dei tragitti.

LX

Forse errare non è neppure cosa
che appartenga al solo camminare
ma un d’essere esistenti nell’esistenza
una maniera d’esistere nel qui e nel quando
negli adesso del per sempre come stando
in un continuo iniziare senza inizio
che se si ferma non sta fermo, non sosta
incessante continua ad essere perché esiste
ed esistendo, nel vivere, acché la vita esista.

LXI

Io vorrei, errando
partorirmi ogni volta
neonascere camminando
come da un sasso.

Io vorrei, dimenticando
sentire lo strofinìo
dell’anca contro il cielo
a ogni singolo passo.

LXII

Io vorrei, errando, andarmene
dai sto vengo vado resto torno
io vorrei, errando, non esiliarmi
dall’orizzonte, dal respiro del Sole
quando all’alba dico giorno.

Io vorrei, errando, tornarmene
al fiore del biancospino
io vorrei, errando, ritrovare
a scheggia di luce in sterno alla pietra
il filo d’oro in tuorlo al mattino.

Io vorrei, errando
ridiventare diventando
del nudo muto Mondo
erba, senza destino.

LXV

Un adulto quando corre il suo camminare
lo fa sempre e soltanto per uno scopo: 
si allena, si avvantaggia, dimagrisce
sfugge, gareggia, è in ritardo, insegue
(un bus, un accordo), obbedisce.

Un bambino quando corre il suo camminare
lo fa per il corpo, per dare febbre ai piedi
per volare usando le ginocchia come ali
senza alcun fine se non lo scoprire
che il Mondo va a velocità mai uguali.

E per adulto intendo chi ha
l’ennesimo sguardo in cancro al corpo
chi dà traguardo a un vivere 
ossato a forma di percorso
e per bambino chi ha
la fame in fiamme al suo sentire
le cosce in strafogo a un morso.

LXIX

Errare è, qualcuno direbbe, sbagliare
mischiare posizioni al sentire.
A me pare, invece, che unire
l’ognuno al tutto sia indovinare.

Non si tratta più di frazionare
il vedere dall’udire, ma sentire
il Mondo insieme, abolire
l’osceno dogma del separare
il dissociante affogo dell’ubbidire
è smettere di spezzare 
in due il cammino, ardire
di non dimezzare il vivere
in andare e tornare.

Errare è l’altro Mondo
che dimentichiamo
vivendo di abitare.

LXXV

Errando dimentico il volto
sigillato e statico dei mesi
l’espunzione del vegetale
dai viatici mercantili
l’assedio storto delle segnaletiche
la vocazione diafana delle antenne
e m’immergo nel pulviscolo
di luce sgombra degli spartitraffici
e lì nell’aguzzo delle lamiere
vedo il nitore, l’aorta forestale
delle lische d’erba azzurra
in diamante al mattino
lì tra le verbene dei campi edificabili 
il crampo lunare dei fossi
in benda alle vertebre dei valici
lì nelle pozze delle aiuole da riporto
il grappolo minerale dei pesci
in fiume all’arco di un segreto.

Questo significa il Mondo
quando è passo misto a sguardo 
e solo in ultimo alfabeto.

LXXVI

Errando abbandono il ghigno
isterico delle algebre, le ordinate 
catabasi dei giudizi, il torbido 
grandinare dei chiacchiericci 
la biografia breve, curricolare
del vivere in preda agli impicci
l’asma comoda, l’incubo
del sonno urbanistico della prosa
e senza vedere ascolto
l’umido d’oro delle argille
in pulso al tuono delle sorgenti
il gelido temporale dei fogliami
in fango ai vapori del castagneto.

Questo è somigliare il Mondo:
desiderare, errando, il vero
in fremito all’umido del suo feto. 

LXXVIII

E nel cristallo delle distanze
io vedo il fiore delle nebbie
gemmare come un freddo
ardere di fenicotteri.

Entro la pioggia con le gambe e vedo 
la febbre immobile del fiume 
nel balbettìo dorsale di un pesce: vedo
che ogni metro è un’epilessia di luce
ogni visione un magnifico, un congedo.

Porto ai nomi un gesto e rendo
il verbo un canto, vedo
nel fosforo dei boschi
il ribollìo, l’elica di luce
in gelso al mattino, vedo
il vivo della torba, il vero
inverno della felce, il fiato
cuspide del sasso, incedo
verso il nome che vedo
nell’antro del mistero
a cui tradendo credo.

LXXX

Ecco le luci
ecco il celeste odore del Sole
ecco le stelle in caldo alle cortecce.

In un’ala del ruscello trema
la sottile garza del salice
il plesso gelido di un enigma.

All’improvviso il grembo del prato
sparge una rugiada 
di rondini e burroni.

Mi si fissa tutto alle caviglie
e il Mondo mi fiorisce dai talloni.

LXXXII

Voce del verbo corpo
verbo del voce trovo
che sei in penombra alla neve 
l’orma in luce del rovo
nel tramonto molle del fogliame
il nero lume del ramo
e sul dorso calmo dei boschi 
il sisma solare del rame 
foce del verbo buio 
che del monte sei fienile
spirito, spina, ferita 
stretto ago per capre
e dell’erba tasca, fessura
scia in perla della lepre
voce del verbo luce
che nel crinale di roccia bianca
sei sciame stellare di felci
sfavillìo d’ombre nel limo caldo
verbo del mondo madre
voce del verbo sguardo
portami al cieco cuore del bocciolo
al rantolo sottile dei cespi
alla bruma fervida dei pioppi
rumina, dal fiato del bosco
la parola del verbo posto
delta, a ogni avverso pensiero
l’intera vertigine del Mondo
del cui vero serbi il mistero.

Voce del canto errare
noce del verbo vero.

Pubblichiamo qui il secondo estratto de “Le vie dell’errare” di Guido Celli, poema uscito a inizio del 2026 per Terre Blu. In aperta nemesi all’andare e al suo inseparabile tornare, l’errare assurge, nella doppia accezione di erranza ed errore, a elemento di antagonisitica salvezza rispetto al piano cartesiano degli obblighi, al cappio edile degli itinerari, all’asfissia delle nominazioni, alla predittività delle narrative; in ostilità ai disbrighi dell’andare e alle ribadite abitudini dei suoi dove, l’errare offre all’umano la liberazione dal pendolo ritmico dei suoi forzati percorsi, donando alle sue gambe la fresca dinamite dell’altrove, elargendo ai suoi passi il disincanto di un’incauta beatitudine; in contrasto alla profittevole traducibilità in mappe dell’andare, in attrito al garbo grammaticale delle sue obbedienze e in antinomia all’immediata desumibilità dei suoi programmi, delle sue scadenze e dei suoi appuntamenti, l’errare, non essendo decifrabile, non essendo governabile, non essendo preventivabile, non possedendo alcuna motivazione se non il suo sé stesso, permane puro slancio istintuale, sverbato canto sorgivo, alogico diaframma verso ogni forma del vivente, proemio innervato al pulso delle foreste.


Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 40
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 26 Mag 2026

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