Seedsaver, avanguardia di sovranità

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di Teodoro Margarita

Non è il petrolio e nemmeno il carbone, nemmeno l’acciaio, l’elemento da dominare, da possedere e detenere, in questo momento della Storia dell’Umanità: è il cibo.
Il petrolio e tutte le altre fonti di energia si possono trovare o sostituire. Si lo so, sono provocatorio, volutamente, ma lasciatemi proseguire.
Il petrolio si può estrarre dalle rocce, si trova ovunque. Io dico che la posta in gioco del momento presente è il cibo.

I cambiamenti climatici terribili che stanno arrivando, che sono già in atto, per una popolazione mondiale di 7/8 miliardi di persone, fanno della questione del cibo, la questione dirimente.
La Cina, e con lei tutte le potenze rampanti, Corea, Giappone, India, stanno acquistando terre in Africa, il land grabbing che spoglia i paesi della loro sovranità alimentare trasferendola altrove.
Il cibo che si può ottenere dalla terra: senza agricoltura non è possibile. E la sola agricoltura che si pratica oggi, su vasta scala, richiede estensioni inaudite.
Estensioni che esistono solamente in continenti come l’Asia e l’Africa e l’America Latina. L’agricoltura dopo la rivoluzione verde si è fatta agroindustria ed è l’attività umana più famelica di terre, di acqua, di energia. Non sembrando, all’orizzonte, che si voglia invertire il paradigma, che si voglia praticare agricolture sostenibili, il land grabbing serve a trasferire cibo da un continente all’altro.
I Cinesi acquistano terre in Mozambico, Etiopia, dappertutto, quando il suolo è stremato, l’acqua esaurita, acquistano altrove e lasciano il deserto.
Altri, non agiscono diversamente, gli Americani hanno creato il deserto, con questo sistema, negli anni Trenta, direttamente in casa loro, nelle pianure del Midwest, rettificando, parzialmente, il tiro: anziché coltivare in linea retta per milioni di ettari, hanno adottato le curve per impedire ai tornado ed ai venti dominanti di portarsi via, letteralmente, il suolo. Ma neanche hanno ottenuto risultati efficaci, l’estate scorsa centinaia di morti sulle autostrade provocati dalle dust bowls, le tempeste di sabbia, lo hanno ricordato.

Certamente, quando dico cibo dico anche acqua ma le cose sono connesse: non esiste agricoltura senza acqua.
E la guerra in Siria è anche una guerra per l’acqua, l’Eufrate e il Tigri, son là e le sorgenti del Giordano, sul Golan occupato.
Questa agricoltura sta uccidendo la terra, questa “agricoltura” non è coltura dei campi ma l’esatto contrario: la distruzione, l’estinzione di ogni fertilità, di ogni ricchezza umifera, l’agricoltura estensiva che si pratica dagli anni Cinquanta ed anche prima, è una pratica di sterminio sistematico di biodiversità, di umanità.
E continua. Questa agricoltura, agrochimica, agroindustria, già perniciosa, assassina, di per sé, ha aggiunto il capitolo Ogm. Oggi muore il mondo.

Con l’inserimento del gene Terminator nelle piantine di riso e di cotone, con il suicidio di massa di migliaia di contadini impossibilitati a comprare le sementi nuove, queste Ogm essendo autosterili, il cerchio del dominio totale, dell’asservimento delle periferie del mondo da parte delle centrali economiche, finanziarie, le tecnoplutocrazie, hanno chiuso definitivamente il cerchio.

C’è una possibilità di rompere l’assedio? Esiste una possibilità di riprendersi in mano, prima in Occidente e poi, a cascata, nel resto del mondo, la Terra in mano?
Io dico di si. Io spero di si.
Partendo dal seme riproducibile, partendo dal seme, culla della vita, partendo dalla fragilità di un seme che ha conosciuto uomini, che ha viaggiato nelle stive delle navi, che ha valicato montagne nelle bisacce dei pellegrini, che ha ascoltato le novene nei conventi, che ha ascoltato le canzoni indie sulle Ande.
Partendo dal buon seme, partendo dalla sua cura, dalla sua custodia, dalla sua condivisione, che ne è l’unica arma sicura di difesa, si può tentare di invertire la spirale di morte.
Se è vero che sono due o tre le varietà di grano, il Creso, sopra tutte, con le quali si fa il pane nel mondo, le quaranta che si coltivano in Cilento, sono l’alternativa.
La buona qualità del seme e la pratica di un’agricoltura diversa possono ridare autonomia ai popoli.
Thomas Sankara, l’avranno, certamente, ammazzato per questo, voleva un orto comunitario in ogni villaggio, voleva che ci fosse un pozzo in ogni villaggio.
Thomas Sankara non avrebbe venduto le terre migliori del suo paese ai Cinesi o ai Sauditi, si sarebbe tenuto le proprie semenze e Novartis e Syngenta sarebbero rimaste fuori dal Burkina Faso.

Partire dall’autoproduzione, partire, mettendo le mani nella terra, qui in Occidente, nel cuore della bestia, partire dagli orti di condominio con le buone semenze, significa invertire la rotta.
Esistono migliaia, ormai, solamente in Italia, di persone che hanno cominciato.
Se tutti questi gruppi arrivassero a capire che questi nuovi e liberati orti necessitano di semi buoni, avremmo posto le basi solide per la loro continuazione.
Farsi seedsaver, capire e cercare, imparare a moltiplicare i buoni semi delle varietà locali o comunque riproducibili, comprendere come funziona un seme, è la base per diventare un vero contadino.
Zappatori senza padroni, nuove figure di intellettuali della terra, io credo che abbiamo bisogno di questo.
Le ideologie tramontano, resta la necessità imprescindibile della libertà e dell’autonomia. Senza, restano il dominio e l’asservimento.
Io credo che nel seme, nel buon seme condiviso, nel buon seme sicuro ci sia racchiuso il germoglio fertile per un possibile e libero futuro.

 

Incontro | Domenica 1 dicembre 2013 ore 17 | Leoncavallo s.p.a. | Milano

Semi di biodiversità

Biodiversità, conservazione delle sementi, autonomia e indipendenza dell’agricoltura contadina.

Incontro con Marianna Fenzi (ricercatrice in Messico), Riccardo Franciolini (Rete Semi Rurali), Sandra  Spagnolo (ricercatrice in Piemonte), Teodoro Margarita (Civiltà Contadina), Sandro Passerini (agricoltore).

Last modified: 20 Ott 2019

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