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Recensione a un libro da leggere: Prigionieri palestinesi, di Maria Rita Prette
Testo di Giulia T.
Per parlare di questo libro potremmo partire dalla sua appendice, che riporta in maniera aggiornata a dicembre 2025 (il libro รจ uscito a gennaio 2026), storie di repressione di Palestinesi in Italia accusati a vario titolo di solidarietร o partecipazione alla resistenza palestinese. O forse dovremmo dire, accusati di essere Palestinesi, che quindi per il fatto solo di esistere rappresentano oggi un ostacolo al progetto suprematista dello Stato di Israele, ma allo stesso tempo anche la riprova del suo fallimento dopo decenni di occupazione e pulizia etnica. Che la repressione israeliana colpisca in Italia non รจ da leggersi unicamente nei termini di una complicitร economica e politica dello Stato italiano con Israele e piรน in generale con il sistema dei poteri occidentali per egemonizzare il Medio Oriente e il mondo, che pure รจ un tema che rimane aperto. Secondo il prezioso spunto che ci offre lโautrice questa congiunzione รจ da leggersi anche come lโadesione dello Stato italiano a un modello di potere e a un sistema politico-economico che vede nel profitto e nello sfruttamento i soli valori da difendere, obiettivi che vengono perseguiti attraverso suprematismi che negano lโappartenenza allโumanitร di intere categorie sociali e di popoli ritenuti โsacrificabiliโ.
Questo modello, ci ricorda questo libro, non nasce in Israele e non รจ esclusiva prerogativa di Israele, tuttavia quello dellโoccupazione della Palestina ha rappresentato un laboratorio con una portata di massa nel quale per decenni Israele ha potuto sperimentare dispositivi di annientamento spesso con il favore tacito del diritto internazionale, fortemente ostacolati e in parte impediti soltanto dalla resistenza palestinese e da chi vi si รจ unito. Resistere a Israele in Palestina e nel mondo significa allora combattere un modello di potere non solo destinato a espandersi in altre aree geografiche, ma giร esistente come paradigma, seppur in minor scala, anche nelle democrazie occidentali, come lโItalia. Letto in questa prospettiva verrebbe da fare la considerazione contraria, cioรจ riuscire a resistere a tali paradigmi e dispositivi anche da questa parte di mondo รจ di fatto lottare al fianco della resistenza palestinese, cosรฌ come di altre resistenze di liberazione.
ร grazie alla resistenza palestinese che oggi, in ogni parte del mondo, possiamo conoscere approfonditamente e nella sua estrema estensione i dispositivi della nuova tendenza suprematista che caratterizza questa epoca. Come chiarito anche dallโautrice nella presentazione del libro tenutasi lโ8 maggio a Napoli, al festival Libbra organizzato dalla Rete delle Librerie indipendenti in Relazione, lโobiettivo non รจ passare in rassegna la galleria degli orrori, sia per la necessitร di un distacco emotivo e sia per non cadere in una sorta di assuefazione quasi voyeristica a cui ci ha abituate invece alla rappresentazione mediatica del genocidio. Lโobiettivo di questo libro รจ guardare ai dispositivi messi in atto da Israele e dagli Stati, cosa certamente faticosa ma necessaria, nellโottica di essere pronte ad affrontarli, per non lasciare che rimanere inermi ne consenta lโirrimediabile espansione.
Il libro รจ quindi incentrato sui dispositivi legati alla prigionia dei Palestinesi da parte di Israele e di come il relativo paradigma sia mutato in maniera epocale e peggiorativa negli ultimi anni e ben da prima del 7 ottobre 2023, previa la necessaria immaginazione di cosa possa rappresentare il sistema detentivo in una condizione di perenne occupazione e di cosiddetta prigione a cielo aperto quale รจ Gaza. Se un tempo, per il progetto sionista, la detenzione fungeva da luogo di controllo e di contenimento dei combattenti nemici e come ricatto alla collaborazione, dal lato di prigionieri e prigioniere era anche inteso come una tappa inevitabile della resistenza in cui gli incontri e la solidarietร tra prigionieri, capaci di riconoscersi in questa condizione superando le differenze ideologiche esistenti, dava impulso vitale alla resistenza stessa. I tempi sono mutati e giร nel 2022 le carceri israeliane sono diventate luogo di isolamento totale, luoghi mortiferi e torturanti, veri e propri luoghi di annientamento che non lasciano piรน possibilitร di incontro e nemmeno di poter disporre degli oggetti, che lโautrice definisce di โnutrimento spiritualeโ, come lettere, fotografie, libri, che come ci ricorda anche Ahmed Saโdat e tante altre prigioniere e prigionieri sono stati altresรฌ fondamentali nel non sentirsi soli e mantenere accesa la propria fiamma di libertร . In una fase quindi di recrudescenza del progetto sionista, rispetto alla quale il 7 ottobre rappresenta una delle tappe della resistenza, la prigionia nelle carceri non รจ che uno dei dispositivi in uso da Israele e che vengono analizzati dallโautrice.
Lโanalisi dei dispositivi nel libro รจ svolta inevitabilmente a partire dai racconti diretti di chi li ha vissuti, una questione di metodo che ritengo fondamentale e che deve riconoscersi come giร di per sรฉ abbastanza rara quantomeno nel panorama editoriale formale italiano, dove forse ancor piรน raro del metodo รจ lโattenzione o lโinteresse verso lโanalisi critica e aggiornata della reclusione carceraria, psichiatrica, amministrativa e verso le forme di resistenza a queste ultime (in Palestina come in Italia). Merito che va invece riconosciuto a questo progetto editoriale e alle sue pubblicazioni, sia sul tema carcerario e psichiatrico e sia sul tema della Palestina, oltretutto in un contesto generale dove la censura (e, peggio, lโautocensura) sono sempre piรน dilaganti. Un altro punto rilevante di questo libro รจ il fatto di essere aggiornato praticamente quasi alla data della pubblicazione. Lโultimo capitolo infatti si chiude con la prima approvazione a novembre 2025 da parte della Knesset, quindi Israele, del disegno di legge che impone la pena di morte esclusivamente contro le persone palestinesi. Il 30 marzo la Knesset la approverร definitivamente, prevedendo che: โchiunque causi la morte di un cittadino israeliano con lโintento di mettere fine allโesistenza dello stato dโIsraele sarร condannato a morte o allโergastoloโ.
Questโultima รจ lโapoteosi dei dispositivi genocidiari di Israele, anche se probabilmente รจ anche lโevidenza di non sapere piรน come soffocare i semi di resistenza che continuano a germogliare nel mondo al fianco della lotta palestinese. Vedere anche questo aspetto non toglie chiaramente la portata concreta ed estrema di questo provvedimento, la cui approvazione da parte di Israele non รจ che la ratifica di pratiche di morte di fatto giร esistenti, come รจ raccontato nel libro da diverse prigioniere e prigionieri che ne sono sopravvissuti e dal lavoro di documentazione svolto dagli organismi Bโtselem (Welcome to hell, agosto 2024), Human Rights Council (More than a human can bear, marzo 2025), PHRI (Deaths of Palestinians in Israeli Custody, novembre 2025). Il fatto che sia messo nero su bianco non รจ che la riconferma sotto i riflettori del mondo occidentale e nel nome delle democrazie del diritto, nonchรฉ dello strapotere egemonico di scriverlo e disfarlo a proprio piacimento. Qualcosa che era giร avvenuto dโaltronde allโindomani dellโ11 settembre 2001 nella sua chiave dichiaratamente razzista e suprematista anti-islamica, di cui sono figlie la detenzione amministrativa, le sparizioni forzate, la revoca della cittadinanza e le deportazioni, nella democratica Israele tanto quanto nei democratici Stati Uniti, cosรฌ come nella democratica Italia. Unโeccezionalismo, o meglio una norma nella logica di guerra al nemico, di cui troviamo perรฒ origini anche se guardiamo piรน vicino a noi, se pensiamo a quanto riservato negli anni โ70 prevalentemente a prigioniere e prigionieri rivoluzionarie, sotto la parola valigia di โterroristaโ, che da quegli anni sono ancor oggi in essere senza soluzione di continuitร e si aggiornano continuamente, come nel caso dellโestensione per la prima volta del 41bis a un anarchico, Alfredo. Una logica che ha giustificato torture e dispositivi ancora in essere di annientamento fino allโabiura o alla collaborazione, quali appunto il 41bis e lโergastolo ostativo. Dispositivi riguardanti chiaramente anche altre categorie sociali intrise di strumentale propaganda statale come nemiche, come quella dei โmafiosiโ, per dei versi, o dei โterroristi islamiciโ o, ancora per altri versi, dei โclandestiniโ. Ferme restando le differenti applicazioni, la de-umanizzazione e la nominazione, ci dice lโautrice, stanno alla base di questi dispositivi. E cosรฌ arriviamo oggi allโassociazione tra โpro-palโ e terroristi. Come Mohammed El Kurd descrive molto bene, negli ultimi tempi si รจ assistito alla totale corrispondenza tra Palestinesi e terroristi, sui cui corpi e sulle cui vite tutto รจ consentito; non diversamente da quanto in Europa ogni migrante รจ una potenziale minaccia alla sicurezza dello Stato e potremmo continuare allโinfinito con le sovrapposizioni.
Concludo ritornando allโinizio. Sono oggi diversi i prigionieri palestinesi in Italia (e solo quelli di cui abbiamo notizia e che mi scuso per non citare uno a uno qui) accusati a vario titolo di complicitร nella resistenza palestinese che hanno visto lโimpiego di una serie di dispositivi, piรน e meno consolidati in Italia: processi dello Stato italiano al servizio di Israele per fatti avvenuti in Palestina; detenzione in Alta sicurezza e in carceri territorialmente isolate; reclusione in Cpr; revoca della cittadinanza; applicazione di misure cautelari differenziate davanti ad analoghe accuse. Potrebbe sembrare la applicazione esemplare di un ulteriore passo nella repressione di portata globale e di alleanza degli Stati oppressori che segna una sorta di nuova giurisdizione basata sul potere della forza.
Questi spunti di riflessione sono frutto del coraggioso tentativo fatto in questo libro di guardare ai dispositivi del genocidio e di riuscire perรฒ a prendere atto di quanto il medesimo paradigma si annidi anche in taluni dispositivi giร esistenti anche qui, con concreti esempi. Come un invito ad ampliare la nostra visuale, considerando che tanto quanto la resistenza palestinese restituisca a tutto il mondo un forte respiro di libertร , anche la resistenza al qui ed ora sui territori in cui viviamo รจ un modo di porvisi al fianco, rispetto a un sistema di potere globalmente fondato su valori nemici della libertร .


Maria Rita Prette, Prigionieri palestinesi, Sensibili alle foglie, 2026.
Come le testimonianze dei prigionieri rilasciati negli scambi documentano, la sovradeterminazione del contesto genocidario sul trattamento dei prigionieri oggi, in Palestina, conduce a tre vie cieche: la sparizione forzata, la reclusione in campi di tortura, la morte โ per sfinimento o per impiccagione โ e il trattenimento dei corpi congelati come ostaggi da scambiare qualora si rendesse nuovamente necessario. La spettacolarizzazione della pratica della tortura e l’uso sproporzionato della forza sono elementi di una strategia volta a dissuadere i palestinesi dal โrialzare la testaโ dopo aver osato sfidare il mito dell’invulnerabilitร di Israele. Il dispositivo per farlo impunemente risiede nella narrazione โpalestinesi = terroristiโ. Un invito a rifiutare le nominazioni che i poteri istituiti attribuiscono a individui o popoli, e che intendono trasformare degli esseri umani in nostri personali nemici.
Da LโAlmanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 41
20 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org
Last modified: 10 Ago 2026


