Progetto C.A.S.A. Comunità Agricola di Solidarietà Attiva
La lotta della Palestina riguarda innanzitutto la terra. La sua rivendicazione è gesto politico, se la coltivi la difendi, se ne raccogli i frutti, li lavori e li trasformi è resistenza
di Mondeggi Bene Comune
L’inverno è entrato nelle ossa.
A Mondeggi è finita la raccolta e l’olio è al caldo, al sicuro nei tini, ed è pronto per la consegna.
Sono a casa accanto alla stufa, cerco di buttare giù due righe per iniziare questo reportage che avrà il compito di descrivere quella che è stata la nostra esperienza nella Palestina Occupata. Un viaggio che è stato l’inizio di un percorso di lotta, di un progetto pensato e agito assieme alle contadine e ai contadini palestinesi. La Palestina non è solamente un luogo geografico da visitare. Ogni città, paese e appezzamento di terra non completamente annientato dall’occupazione israeliana, è come un cuore, un polmone, un’arteria, un piede, una mano, un braccio che alimenta e nutre la resistenza del popolo palestinese. Una trama di piccole e grandi resistenze situate, che compongono quel complesso dedalo di esistenze che ogni giorno si oppongono alla apartheid di quello stato/regime nazional-religioso terrorista che si chiama Israele.
La lotta della Palestina riguarda innanzitutto la terra.
La sua rivendicazione è gesto politico, se la coltivi la difendi, se ne raccogli i frutti, li lavori e li trasformi è resistenza.
Per Mondeggi Bene Comune agro-ecologia significa soprattutto agire una pratica di resistenza declinata in costante attivismo politico. Non esiste agro-ecologia senza lotta dal basso, presenza, confronto, partecipazione.
In linea con Mondeggi, il Progetto C.A.S.A. (Comunità Agricola di Solidarietà Attiva) ha creato un nucleo di persone provenienti dal mondo agricolo, che offre la propria competenza per facilitare le operazioni in campo, in luoghi dove il tempo di esecuzione materiale del lavoro fa la differenza tra portare a casa il prodotto e garantirsi un reddito, o essere costretti ad abbandonare tutto, cedere alle intimidazioni e lasciare la terra.
Comunità agricola di solidarietà attiva, ponte diretto tra contadini e contadine, come presupposto di base tra persone di una stessa classe. Membri di più organizzazioni che fanno del lavoro agricolo condiviso uno strumento di lotta all’occupazione. Un’azione dal basso, condivisa, auto-organizzata, autofinanziata. L’agroecologia diventa così agro-resistenza, opponendosi alla subordinazione economica e riconquistando l’identità e la connessione con la terra.
La prima staffetta di C.A.S.A. è formata da contadini e contadine di Mondeggi, della cooperativa agricola Arvaia di Bologna, e persone vicine al mondo agricolo. Fiducia e timore viaggiano insieme, su binari paralleli. Si inizia dall’Italia, con una formazione da parte di due volontari di Operazione Colomba, l’unica che ci ha convinto per attitudine e approccio. Parliamo di come si sta sul campo, regole di sicurezza, gli attori dell’occupazione, come interagirci, descrizione approfondita del contesto, regole sociali, cosa fare in caso di arresto e/o deportazione, o attacco dei coloni. Voliamo verso Tel Aviv a metà ottobre, con storie diverse e divisi tra noi, passiamo i controlli di sicurezza. Un’ora di treno e siamo a Gerusalemme, in un ostello dalla parte Ovest, dove fingiamo di non conoscersi, precauzione non troppo eccessiva ve lo assicuro. Troviamo infatti molti internazionali, una convention europea degli amici di Israele e altri volontari da tutto il mondo per unirsi all’esercito israeliano e combattere i terroristi. Schifo, ribrezzo, rabbia. Ma siamo qui per fare altro. Un giorno solo, dobbiamo resistere.
Essere a Gerusalemme significa stare dentro una contraddizione costante, fatta di falsa convivenza e pacificazione, ma che ha tutto il sapore e l’odore dell’apartheid obbligata, quindi accettata e solo in ultimo pacificata. È apartheid il muro. La divisione spaziale del perimetro che crea obblighi, divieti e in un’unica direzione. E sappiamo qual è.
E noi, che abiti indossiamo? Gli unici possibili: quelli di una menzogna che ha permesso il passaggio. Abiti falsi che neanche nelle nostre stanze possiamo toglierci, non si sa chi c’è intorno. La tensione e l’allerta sono la mappa in questa dimensione, che chiamare “città”, per le nostre abitudini, è riduttivo e complesso allo stesso tempo. È una terra di confine imposto, come tanti altri confini attraversati, ma nessuno come questo.
Per fortuna presto saremo in viaggio attraverso la Palestina occupata. È impressionante vedere quanto siano aumentate le colonie. Strade tappezzate di bandiere israeliane, lavori di edilizia ovunque, nuovi avamposti. Dal quel 7 ottobre 2023 il governo ha dato via libera a un’invasione via terra, incalcolabile, inarrestabile.
Ci stiamo dirigendo verso l’Area C a completo controllo amministrativo e militare israeliano. Coloni nazional religiosi, esercito IDF, Border Police, Milizia Golani e Polizia sono gli attori di questa apartheid assassina nella Palestina occupata.
L’unico abito che indosseremo d’ora in poi sarà quello di C.A.S.A., di una comunità agricola di solidarietà attiva, tradotta nella pratica in abbigliamento da lavoro, acqua, vestiti lunghi per coprire braccia e gambe. Documenti sempre con noi, power bank (magari due, il cellulare sempre carico). Abiti da lavoro che diventano abiti di resistenza.
La prima tappa è a Burin, ad accoglierci uno dei rappresentanti della cooperativa Land and Farming in Burin. Con lui, sul sedile del passeggero, un internazionale con un braccio rotto, non sorride, sguardo fisso in avanti. Vive vicino Ramallah con altri dodici internazionali che non escono più di casa, gli attacchi dei coloni sono troppo violenti. Hanno anche quasi spaccato una testa con una pietra – commenta il contatto – Due ore e ci vediamo, è necessario fare un incontro. È proprio sul campo la nostra seconda formazione, inderogabile per atterrare bene. Se la scelta è di stare a fianco della comunità agricola palestinese, non esiste improvvisare, ci si coordina con i/le palestinesi, sono LORO che decidono, non noi. Sembra banale, ma se ci è stato detto più volte e con certa veemenza, lo immaginiamo legato a precedenti. Infatti, ci rendiamo presto conto che non si tratta di salvare nessuno. I palestinesi si salvano da soli e decidono loro in qualsiasi momento. Noi siamo solidali e testimoni della resistenza alla brutalità oppressiva, dando così insieme un messaggio chiaro all’occupante sionista: non hai nessun diritto di prendere la mia terra, e non siamo soli. Siamo sotto Nablus vicino ad Yitzhar una delle colonie più violente dell’area, le cui terre adiacenti sono quasi del tutto inaccessibili, poco distanti le olivete che resistono. Così iniziamo il lavoro assieme alle famiglie. Non siamo gli unici internazionali, ci sono più organizzazioni, con tanto di arresti e deportazioni subiti nell’ordine di decine di persone. Il fatto di essere molto veloci nel lavoro ha indubbiamente attratto l’attenzione delle famiglie contadine che non ci hanno messo molto a interessarsi a noi e a scambiare riflessioni sul tema. Abbiamo scoperto che esistono molte varietà di ulivi ed alcune simili alle nostre: il Sirri dalla Siria, il Rumi, tra i più antichi, il Baladi o il Masraa, e poi il Nabbali, con la miglior resa di tutti. Tutte riconoscibili e molto intuitive, per loro ovviamente. Quando arriviamo al frantoio, quasi tutti sanno fare le distinzioni dalla forma dell’oliva, la varietà e la resa (Nisbi), che normalmente è del 16% – niente male -. Il frantoio è gestito collettivamente, lo scambio è in olio, nessuno prende una lira, nessuno vuole soldi dalle famiglie. Non si parla solo di resa, le olive al frantoio di anno in anno sono sempre meno. Quelle colline, che prima erano utilizzate dai palestinesi per olivete, ortaggi o pascolo, oggi sono inaccessibili, fisicamente occupate e violentate dai coloni sionisti. Parlano di una terra brutalmente occupata e violata anche sul piano simbolico. Le colonie, soprattutto nelle alture, hanno scelto di coltivare l’uva per produrre vino «haram» (peccato), esclamano i contadini! Biologico e super recensito nei canali israeliani. «Molte colonie hanno Airbnb», ci dicono. Agghiacciante. Insediamenti illegali con fanatici violenti che ospitano per la Holy Land Experience. La normalizzazione dell’occupazione è al suo apice quando andiamo a Wadi Qana, valle delle arance, nel nord-ovest, circondata da colonie. Ci vivono ancora delle famiglie palestinesi, ma le autorità israeliane l’hanno dichiarata area naturale protetta. Ci sono dei percorsi ciclabili e di trekking per i coloni, segnalati come percorsi naturalistici. Quando passano in bici, le famiglie palestinesi non possono uscire di casa, pena l’arresto. Follia. La loro terra, coltivata per la sussistenza, adesso è convertita in riserva protetta per gita colonica. Notiamo il cartello di indicazione del Parco Naturale, con figure stilizzate di una famiglia felice in bicicletta. Israele vive dentro una psicosi collettiva, è l’unica risposta che ci viene in mente.
Ci rincuora il fatto che il gruppetto di italiani contadini nel giro di pochi giorni comincia ad essere sulla bocca di tanti, il nostro contatto sorride e dice che dobbiamo accettare le pause, per la gente di qua, se ti fermi e riposi non è peccato. Quante risate gli abbiamo fatto fare, «the Italian Makkìna è pronta?» – ci dice l’autista – all’inizio di una delle tante giornate. Dopo poco tempo siamo stati/state reclutate per finire il campo a Beita, uno dei più esposti e pericolosi. Assieme ad altri internazionali abbiamo concluso in poco più di tre giorni il lavoro di una settimana. Si partiva la mattina, con l’aurora, a lavorare fino a che le prime macchine dei coloni venivano segnalate dalle vedette. A quel punto si raccoglieva tutto e via. I coloni escono con i quad, passano tra i campi, schiacciano le olive nei teli, chiamano esercito e polizia per far arrestare palestinesi e internazionali, entrano nelle case a picchiare le persone, lanciano molotov verso le macchine dei e delle contadine che cercano di fuggire, aggrediscono i bambini e le bambine per strada, capitozzano e incendiano le olivete… l’elenco è lungo, basta così.
Post 7 ottobre le cose sono nettamente peggiorate, i coloni sono praticamente al potere nel governo, a detta dei palestinesi non c’è mai stata così tanta impunità e violenza.
Il nostro viaggio è di supporto lavorativo ma anche esplorativo delle realtà agricole per attivare presenza di supporto al lavoro e protezione internazionale. Proseguiamo quindi verso il villaggio di At-Tuwani nella zona di Massafer-Yatta e nel vicino villaggio beduino di Umm Al Khair. La presenza internazionale esiste da moltissimi anni, un’area dove gli avamposti israeliani sono decuplicati negli ultimi tre. I campi di olive sono adiacenti alla colonia di Carmel. Il villaggio è sotto ordine di demolizione ed è stato recentemente teatro di un omicidio a sangue freddo da parte di un colono verso un abitante del villaggio, attivista da molti anni e referente della comunità: il suo nome era Awdah Al Hathaleen. Suo zio Haj Suleiman ucciso anche lui da un truck israeliano, letteralmente schiacciato mentre difendeva la propria terra di fronte a figli e nipoti.
Assieme al villaggio abbiamo concordato come lavorare in un campo che non raccoglievano per intero da anni. È una grande responsabilità e, seppur con timore, abbiamo accettato. Il campo è proprio sotto la colonia di Carmel, meno di cinquanta metri dalla recinzione di acciaio. Quattro famiglie si sono unite alla raccolta. Dovessimo dirvi che è stato un momento di gioia mentiremmo, raccogliere le olive guardandosi fissi alle spalle, non perdere mai di vista le vedette, voci basse, pochi sorrisi, bambini e bambine cantavano a voce sommessa. L’occupazione occupa anche la mente, mentre con violenza distrugge le terre e la vita. Tutto è stato raccolto, niente lasciato appeso, nemmeno per gli uccelli: un giorno di lavoro e solidarietà tra contadini e contadine.
Nel vicino villaggio di At-Tuwani, abbiamo pernottato nella Guest House sotto ordine di demolizione, adiacente alla casa del coordinatore del comitato di resistenza popolare nonviolenta delle colline a sud di Hebron, con suo figlio che da anni assieme ad altri giovani forma gli Youth of Sumud, i giovani della resistenza. Nel villaggio ci sono diversi internazionali vista la situazione. Siamo in Area C e circondati da colonie, tra cui Ma’On, molto pericolosa. Da sempre, ma soprattutto dopo il 7 ottobre, i palestinesi non possono più girare nelle loro terre, né coltivarle, né pascolare. Il governo ha dato ai coloni pieni poteri, possono addirittura vestire gli abiti dei soldati, armati come i soldati e pattugliare, detenere, interagire con la polizia. Ogni colono gira armato e commette i suoi crimini di fronte ad esercito e polizia, impunito. Nei villaggi vicini di pastori nemmeno la notte possono dormire tranquilli. Dopo una giornata ad abbeverare degli ulivi e risistemare i terrazzamenti, parliamo con Operazione Colomba per capire come possiamo essere utili. Risultano fondamentali le veglie notturne perché i coloni arrivano anche al buio, ormai. Ci spiegano che proprio la notte prima sono entrati in dieci nelle abitazioni-grotte di alcuni pastori, con bastoni hanno colpito la famiglia per scacciarli e uno di loro ha usato spray urticante su una bambina di quattro mesi. Passiamo la notte a fare turni nel vicino villaggio di Tuba, la famiglia ci racconta quell’episodio, noi ammutoliti dall’imbarazzo. La notte passa lentissima ma senza incidenti, la mattina prima dell’alba torniamo ad At-Tuwani. Tutto senza luce, perché non dobbiamo esporci, per non esporre loro, le famiglie.
Sembrano passati mesi, non settimane, assorbendo il più possibile e combinando pratica e contenitore politico. «Teoria collettivizzata e lavoro di campo devono stare insieme» – ci dicono le realtà incontrate. Lavorazione della terra e diritti della comunità, garantendo accesso scolastico e lavorativo, spazi condivisi, in una dimensione comunista, con un legame di classe che parte dal lavoro agricolo come bene comune contro lo strumento-oppressione.
E le donne? Che ruolo hanno?
Una compagna palestinese, da anni attiva nella protezione di donne che vivono violenza di genere dando loro accesso a studio e lavoro e futura indipendenza economica e di vita, ce lo trasmette con forza e determinazione «Qui l’attivismo rurale combina azione diretta e progettualità a lungo termine anche in senso anticapitalista ed egualitario. Le donne rivendicano essere soggetti attivi, nonostante il pericolo incessante dei coloni. Noi donne siamo le radici che tengono agganciata tutta la comunità al territorio. Con gesti e azioni quotidiane meno evidenti ma presenti e costanti, permettiamo a tutti e tutte di non dimenticare mai chi siamo». La compagna sottolinea «coinvolgendo attivamente anche la componente maschile non violenta, come compagni dalla nostra parte».
Rientriamo testimoni di un livello devastante di oppressione, e avendo toccato con mano la resistenza continua e la forza del popolo palestinese che a testa alta in ogni gesto e azione rivendica il suo spazio di diritto. Dobbiamo essere partigiani; la rabbia e la frustrazione devono mutare in lucidità e coraggio. Essere spettatori e spettatrici non è più un’opzione.
Per supportare il progetto C.A.S.A.
www.mondeggibenecomune.org
Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 39
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 27 Mar 2026


