The Harvest | di SMK Videofactory

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THE HARVEST
Lo sfruttamento dei braccianti Sikh dell’Agro Pontino raccontato da un docu-musical di SMK Videofactory

di SMK Videofactory
fotografie di Michele Lapini

Ogni film documentario deve la propria nascita a precisi momenti in cui le storie di alcune persone acquisiscono un significato inatteso, diventano opportunità di raccontare luoghi, situazioni, porzioni di una società. Come figure di un affresco che i documentaristi hanno poi il compito di riordinare nello spazio-tempo del racconto cinematografico.

Quando nel febbraio del 2015 ci siamo trovati nell’Agro Pontino per il primo sopralluogo, abbiamo presto capito che quel contesto ci proponeva una sfida davvero stimolante: un’intera comunità di uomini e donne, nonostante gli sgargianti colori dei loro abiti, sembrava sparire nelle pieghe delle contraddizioni di quel territorio. Sono Sikh d’origine punjabi, che da decenni abitano e lavorano nelle campagne pontine. 

Non vi è un modo oggettivo di rappresentarli: la loro forza lavoro è inghiottita dal plexiglas delle serre, per 10-12 ore giornaliere, sei giorni e mezzo su sette; durante il loro scarso tempo libero (le notti, più quella mezza giornata a settimana) si riposano nelle loro abitazioni, spesso in vecchi palazzi di zone abbandonate dagli italiani, oppure si ritrovano nei templi Sikh, dove pregano, meditano, discutono. Neanche si può ricostruire la loro esistenza a partire dai dati ufficiali: sui loro contratti di lavoro compaiono spesso meno della metà delle reali ore di lavoro, così che la loro paga oraria si riduce a una media di tre euro l’ora. 

Si trattava allora per noi di raccontare una realtà che si nasconde, di smascherare quella normalità che scorreva placidamente ai lati dell’Aurelia quando per la prima volta ci siamo trovati a percorrere la distanza da Latina a Sabaudia. 

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Ciò che desideravamo raccontare era in qualche modo la banalità del male presente nel sistema di sfruttamento di lavoratori extracomunitari che regge intere aree produttive dell’agricoltura italiana: se le immagini dei ghetti di Rosarno hanno conquistato, per la loro violenza, gli schermi televisivi in occasione dei picchi delle proteste dei lavoratori tenuti in condizione di semi-schiavitù, è necessario comprendere che il problema dello sfruttamento dei lavoratori in campo agricolo ha una dimensione strutturale. L’impiego di braccianti avviene secondo pratiche ricattatorie silenti in molti territori a vocazione agricola (fra Ferrara e Veneto, nelle vigne piemontesi…) e a farne le spese sono lavoratori anche italiani, ma soprattutto migranti, ancor più vulnerabili per via della normativa corrente sui permessi di soggiorno. Parte del gioco che regola il fenomeno del caporalato si basa infatti sulla necessità da parte dei lavoratori di avere un contratto valido, pena il ritorno in una condizione di clandestinità. Altra parte del ricatto risiede nei debiti che molti migranti sono costretti a contrarre per arrivare in Italia, con il risultato di annullare gran parte dei loro proventi durante i primi anni di lavoro.

Questa debolezza strutturale del lavoratore migrante ha fatto sì che prendesse forma un sistema di sfruttamento piuttosto articolato, in cui i contratti diventano scrittura vuota: le ore riconosciute legalmente in busta paga sono spesso circa la metà di quelle realmente lavorate. Fra il lavoro regolare e il lavoro nero esiste insomma tutta un’ampia zona grigia che sfugge ai troppo sporadici controlli dello Stato e in qualche modo finisce per “normalizzare” il fenomeno.

Da qui una riflessione importante: la violazione dei diritti dei lavoratori stranieri assume un carattere sempre più simile alle condizioni lavorative di tanti giovani precari italiani, in un fenomeno complessivo di contrazione delle tutele. Da questo punto di vista il film intende veicolare la consapevolezza che la questione del rispetto dei diritti in ambito lavorativo è ormai un universo interconnesso, in cui non è più possibile pensare solo per categorie da tutelare, ma in cui occorre spezzare ogni anello della catena che pone il ricatto come arma utilizzata dai datori di lavoro per abbassare i profitti del lavoratore. Nonostante questa lunga premessa in cui si è osservato quanto sia esteso il fenomeno dello sfruttamento dei braccianti in Italia, The Harvest inquadra un ambito territoriale molto preciso, l’Agro Pontino, con l’idea di provare a raccontare questo fenomeno “da vicino”: il film vedrà infatti la partecipazione di diversi personaggi, attraverso le cui vite quotidiane racconteremo la brutalità del sistema di sfruttamento che subiscono. Il film, come tutti i precedenti di SMK Videofactory (gruppo attivo dal 2009), è stato realizzato attraverso il sostegno di una grande comunità di coproduttori popolari: circa trecentocinquanta tra persone, associazioni, spazi sociali, enti e realtà sindacali. 

La coproduzione popolare è il perno centrale della produzione SMK: poter raccontare in modo realmente indipendente storie che altrimenti rimarrebbero fuori dai riflettori dei media mainstream. L’uscita è prevista per l’autunno 2017: da quel momento sul sito www.theharvest.it sarà possibile richiedere copia del film e anche organizzare proiezioni pubbliche nei territori locali. La distribuzione dal basso è infatti l’altro tassello fondamentale della politica produttiva e distributiva di SMK Videofactory. Attraverso la piattaforma www.openddb.it il film sarà infatti rilasciato in Creative Commons, attivando così meccanismi di distribuzione orizzontale, per una vera diffusione indipendente dell’opera.

theharvest.it

 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 06
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per continuare la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 25 Aprile 2018

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