Il prezzo del prezzemolo

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Manolo e Vittorio, con i contadini palestinesi, per la raccolta del prezzemolo. A 300 metri dal confine israeliano.

Il prezzo del prezzemolo

(…) In questi giorni con i miei compagni dell’International Solidariety Movement abbiamo ripreso le nostre azioni  di interposizione civile non violenta, in sostegno ad una popolazione civile strangolata da un assedio criminale. Israele racconta al mondo di una tregua che non esiste. I contadini non sono autorizzati a coltivare i loro campi, (due gli assassinati dall’esercito israeliano negli ultimi dieci giorni), i pescatori non riescono a pescare nel loro spazio di mare legittimo (diversi i feriti dalla marina di Tel Aviv, l’ultimo quest’oggi, venerdì 6). Martedì ci siamo recati ad Al Faraheen, a est di Kahn Yunis, perchè chiamati da alcuni contadini locali. Ci hanno chiamato perchè non riescono a lavorare nei loro campi: sono costantemente presi di mira dai soldati israeliani. A bombardamenti finiti Israele ha dichiarato 1 chilometro dai suoi confini dentro il territorio palestinese zona militare inaccessibile. Un limite arbitrario e assolutamente illegale, immaginatevi cosa vuol dire a chi dentro quel chilometro ci vive, o ci coltiva la terra per vivere.

Ci siamo recati sul posto con alcuni giornalisti di Peacereporter e una troupe di Rai Tre. Come prassi consolidata dell’ISM, il giorno prima avevamo avvisato i media e l’esercito israeliano sulle nostre intenzioni, e una volta sopraggiunti nell’aera, ci siamo premuniti di vestirci con corpetti catarifrangenti. Nonostante questo, dopo solo un paio di ore di lavoro, soldati israeliani a bordo di quatto jeep si sono posizionati appena oltre il confine e hanno iniziato a bersagliarci di colpi.

Un impressionante numero di proiettile a pochi centimetri dalle nostre teste, civili disarmati chiaramente riconoscibili: attivisti, contadini, e giornalisti. Inutile cercare un contatto via megafono, abbiamo dovuto evacuare l’aera con il fuoco dei cecchini che si faceva più intenso via via che ci allontanavamo.

Martedì eravamo riusciti a caricare solo due carretti di prezzemolo raccolto, ieri, tornati nella zona, è andata meglio, un camion stracolmo, ma ancora una volta abbiamo dovuto lasciare i campi perché presi di mira dai soldati. Per puro caso non ci sono stati feriti, o peggio, nella mia lunga esperienza di attivista per i diritti umani non mi è mai capito di avvertire i proiettili sfrecciare così vicini alle mie orecchie come in questi due giorni. Il vice-console Francesco Santilli, informato dall’Ansa, ci ha contattati poco dopo l’attacco, e ha promesso una protesta ufficiale presso le autorità israeliane, staremo a vedere. Manolo e gli altri amici giornalisti hanno fatto un ottimo servizio, seguite le prossime puntate di “Presa diretta” su Rai Tre per prendere coscienza di quello che si rischia da queste parti nel tentativo di sopravvivere. Che prezzo ha il prezzemolo? Qui a Gaza ha prezzi elevatissimi, non in termini economici, ma di vite umane. Questi lavoratori mettono a repentaglio le loro vite per raggranellare la misera somma di 20 shekels ( 5 dollari) al giorno. Come Anwar Il Ibrim,  27 anni, padre di due figli che dieci giorni fa proprio ad Al Faraheen è stato ucciso, colpito alla testa mentre era impegnato nella raccolta sui campi di prezzemolo. Dopo questo omicidio la maggior parte dei contadini non provano più ad andare a coltivare nei pressi del confine senza la presenza di internazionali come scudi umani a proteggerli. Altri lo fanno ancora, esattamente come quei pescatori che si disinteressano dei pericoli e si arrischiano a pescare in mare sulle loro fragili barchette, più sofferenti nel vedere i ventri smagriti dalla fame dei loro figli che dalle ferite provocate dai proiettili.

Impedire la coltivazione, la pesca, trivellare di colpi i pescherecci, distruggere i sistemi di irrigazione dei campi, sradicare piante e distruggere decine  e decine di ettari ci colture, cecchinare e uccidere pescatori e agricoltori,  fa parte della sistematica oppressione israeliana ai danni dei palestinesi. Una oppressione costante che ha strangolato l’economia, impoverendo la popolazione sino a costringerla a vivere di aiuti umanitari. A volte qualche giovane si stanca di venire ammazzato mentre pacificamente lavora per il mantenimento suo e della sua famiglia. Magari i soldati israeliani gli ammazzano dinnanzi nei campi o in un mare il padre, o un fratello, allora lui si arruola in qualche brigata, spara qualche razzo artigianale verso Israele giusto per dimostrare quanto è vivo e combattivo il popolo, forse più a stesso che al nemico. Per l’assedio genocida a cui costretta Gaza nessun governo occidentale muove protesta, ma per questi “razzi” sparati a caso senza danno dall’Europa all’America si è pronti a legittimare di fatto un massacro come l’ultimo appena subito a Gaza. Sappiamo benissimo, come lo sanno anche a Tel Aviv, che se a contadini e pescatori palestinesi fosse consentito di vivere e lavorare esattamente come i loro colleghi israeliani, non ci sarebbero praticamente nessuno disposto a sparare qassam contro Sderot e Ashkelon. Ma i biografi in divisa militare sotto la stella di David hanno deciso che il prezzo del prezzemolo di Gaza dovrà restare elevatissimo: vite umane e assedio a Gaza, insicurezza dentro i confini israeliani.

Restiamo Umani.
Vik
10/02/2009

Last modified: 5 Set 2018

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