Dietro un F.I.Co.
A qualche mese dall’inaugurazione Andrea Cegna tira le somme sul panorama ispido che la Fabbrica Italiana Contadina sta delineando tra politiche del lavoro, modelli imprenditoriali sornioni e retorica green.

di Andrea Cegna

Nell’indistinto brusio mediatico che ha accolto F.I.Co a Bologna si possono trovare particolari in chiaro, dettagli, che spesso vengono buttati lì come secondari, arrivano in primo piano. Il patron di F.I.Co e di Eataly, e riferimento imprenditoriale del PD di Renzi è Oscar Farinetti che dice: “F.I.Co è un progetto semplice: vuole essere il più grande luogo al mondo dove celebrare la biodiversità agroalimentare ed enogastronomica italiana”. Chi, però, ci aiuta più di tutto a capire che cosa sia davvero l’operazione Fabbrica Italiana Contadina, cioè quella che la favella farinettiana ha anche definito Disneyland del cibo, è il quotidiano di Confidustria: il Sole 24 Ore, che il 9 novembre titola “A Bologna il business model diventa F.I.Co”.
Dietro a mele, mucche, campi da calcetto, chilometri d’inchiostro, spese pubblicitarie, spettacolarizzazioni mediatiche c’è solo una cosa: un nuovo modello imprenditoriale. Oscar Farinetti prende il modello Expo2015, lo attualizza al 2017 e riceve dal PD renziano un regalo enorme: l’alternanza scuola/lavoro. Centinaia di migliaia di ore di lavoro gratuito e obbligatorio, studenti e studentesse a lavorare nel recinto di F.I.Co senza nemmeno dover aprire campagne di reclutamento di volontari. Un salto di qualità e di quantità che a Expo non esisteva.
Ma non solo questo è al centro del contendere. Il buon Farinetti ha ottenuto dalla Regione Emilia Romagna un finanziamento di 400mila euro con risorse provenienti dal Fondo Sociale Europeo, all’interno del Patto per il Lavoro firmato dal Comune di Bologna per la formazione lavoro. Piccolo dettaglio: non c’è nessun automatismo che vincoli F.I.Co all’assunzione di chi ha seguito la formazione finanziata dalla Regione. Ma i nodi legati al lavoro dentro al parco alimentare continuano. Giacomo Stagni, sindacalista della CGIL, in una bella intervista a Radio Città Fujiko, dichiara che i sindacati hanno “tutelato” il lavoro perché esiste “il protocollo”, “prevede che le assunzioni avvengano attraverso contratti nazionali firmati dalle organizzazioni più rappresentative, quindi si escludono contratti pirata; venga garantita la tutela dell’occupazione applicando il protocollo sugli appalti del Comune di Bologna, che prevede la clausola sociale in caso di cambi di appalto; in caso di cambi di stand ci siano forme di tutela occupazionale che F.I.Co dovrà garantire insieme ai sindacati; vengano garantiti i diritti sindacali, di assemblea e di presenza delle organizzazioni”. Però il protocollo, rimettendosi ai contratti nazionali, non entra nel merito della temporalità degli stessi, ne tanto meno del tipo di contratti con cui migliaia di persone attraverseranno il parco. Ci fermiamo qui? Sarebbe bello, ma la UIL Trasporti di Bologna ha denunciato un “piccolo problema” di mobilità per i lavoratori e le lavoratrici, il comunicato stampa, che descrive le modalità di spostamento e i costi del trasporto pubblico, si chiude con poche righe che ben raccontano il clima: “Questa situazione merita di essere presa in esame e affrontata con solerzia prima che la mobilità per i lavoratori e gli avventori di F.I.Co diventi un problema e possa andare inficiare negativamente sul successo di un progetto sul quale sono riposte molte aspettative sia in termini di risultati economici che occupazionali”.

Un progetto imposto
Fosse solo il lavoro saremmo davanti ad un brutto esempio ma non al dramma. Se andiamo a fondo dell’operazione vediamo come la biodiversità, il cibo, la filiera alimentare altro non sono che una scusa per imporre un progetto ben più ampio del solo sfruttamento di forza lavoro.
Su Internazionale, il giornalista Angelo Mastrandrea, introduce così il suo articolo “A Bologna tutti i poteri cittadini, istituzionali e privati, sono in qualche misura coinvolti. Il comune ci ha messo la struttura, che varrebbe 55 milioni di euro. Per la ristrutturazione sono stati raccolti 75 milioni di euro di fondi privati: 15 milioni sono arrivati dal sistema cooperativo, 10 da imprenditori locali e altri 50 da casse previdenziali professionali. Al progetto partecipano centocinquanta imprenditori grandi e piccoli (da piccoli artigiani a grandi consorzi come quello del Parmigiano Reggiano), i Ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura, l’associazione dei borghi più belli d’Italia e l’Ente nazionale italiano per il turismo (Enit), Slow Food, le università di Bologna e quella di Napoli, la Suor Orsola Benincasa.” Anche qui si potrebbe dire “nulla di nuovo” nel merito e non nella pratica. Farinetti perfeziona anni di commistione di pubblico e privato, di retorica dell’insufficienza del pubblico e della necessità di imprese partecipate. Imprese che quasi sempre socializzano le perdite e centralizzano i guadagni. Expo2015 è un fulgido esempio di come il pubblico abbia fatto investimenti pubblici a fondo perso o non recuperato, e i privati speculato.
F.I.Co è il passaggio successivo.
Ed è ancora il Sole 24 Ore a dirci parti interessanti nell’articolo di Max Bergami: “Il modello di business è molto interessante perché è costruito sulla complementarietà tra il Fondo che ha investito 120 milioni, Eatalyworld che porta competenze e marchio, istituzioni che riescono a valorizzare un bene pubblico con ricadute positive per la collettività e Fondazione che intende portare competenza scientifica coniugata al know how delle professioni che fanno riferimento alla casse previdenziali che hanno investito.” Come spesso capita “le ricadute positive per la collettività” vengono citate in maniera approssimativa, sostenendo o lasciando intuire che un rilancio dell’economia, senza parlare dei costi sociali, porterà vantaggi collettivi. “L’economia politica della promessa”, come sintetizzava magistralmente il titolo di un libro edito dal ManifestoLibri prima di Expo, è l’elemento narrativo che ritorna e lega grandi opere, grandi eventi e ora anche grandi parchi di divertimento. Usciamo dai cancelli di F.I.Co e guardiamo come e cosa gravita attorno all’arrivo dei visitatori e dei lavoratori, e come la favella Farinettiana mista all’interesse politico del Partito Democratico abbiano una nuova sintesi fatta di fantomatiche “ricadute positive”.

L’impatto “Zero”
Attorno a F.I.Co si è costruita la retorica dell’iniziativa a impatto zero e pertanto di una innovativa mobilità studiata per agevolare la visita al parco “giochi”. Chi se non Trenitalia poteva essere coinvolta nell’operazione e raccontarci sul suo sito il progetto? “Raggiungere F.I.Co da tutti i principali capoluoghi italiani sarà facile e conveniente grazie al capillare network di collegamenti ferroviari, comodi e sostenibili, offerti da Trenitalia. Un network che comprende ogni giorno fino a 228 corse regionali e oltre 180 treni a media e lunga percorrenza, tra cui 152 Frecce. Saranno poi sette i bus navetta vestiti F.I.Co che ogni 15 minuti faranno la spola tra la stazione di Bologna Centrale, il centro storico e il parco.” Del trasporto pubblico parlavamo anche qualche riga prima, ricordate le righe finali del comunicato della UIL? Le navette ci sono e costano 5 euro a tratta, 7 euro se si fa il biglietto andata e ritorno e ben 4 euro per chi ha un abbonamento TPER. A mostrare il costo non proprio popolare del trasporto pubblico è, sul Corriere della Sera, Mauro Giordano. Il 13 ottobre 2017, ad un mese dall’apertura dei cancelli, scriveva con nettezza: “Più che ecologico e green, il sistema di trasporti messo a punto dal Comune per raggiungere F.I.Co sembra essere stato pensato per mandare in verde le tasche dei visitatori. Almeno per quelli — tanti, è la speranza del Comune — che sceglieranno le nuove navette ibride per raggiungere il parco tematico, ormai prossimo all’apertura”. Qualche riga più sotto, nello stesso articolo, metteva a fuoco un particolare legato ai “parcheggi messi a disposizione di F.I.Co”, che “saranno circa 2.500 tra pubblici e pertinenziali” e che “per le prime due ore saranno gratuiti, dopo di che si pagherà 1,50 euro l’ora” e poi: “Nei parcheggi di F.I.Co saranno installate le colonnine per ricaricare i mezzi elettrici e ci saranno stalli appositi per il car sharing, infine saranno aperti anche ai bus turistici”. La retorica del “green” si scioglie al sole con l’accostamento dei costi e soprattutto evidenzia come la supposta sostenibilità ambientale venga fatta pagare a caro prezzo a lavoratori e turisti. Il trasporto pubblico per F.I.Co certo non è direttamente riconducibile al “sistema imprenditoriale” dell’azienda, la sua breve analisi però serve a raccontare come quelle “ricadute positive sul territorio” siano elemento con cui si cerca e si fortifica una legittimazione pubblica ma che, a ben vedere, di positivo non ha poi granché.
Il nostro viaggio nella Fabbrica Italiana Contadina come innovativo modello imprenditoriale non poteva che passare dall’edilizia, perché oltre alla messa a valore dei peggiori accordi lavorativi, oltre al pubblico come vacca da mungere e al privato come soggetto con cui spartirsi ricchezza, oltre alla retorica utilitaristica non poteva certo mancare l’interesse edilizio. Paola Dezza, ancora sul quotidiano di Confidustria, scrive che F.I.Co sarà prima di tutto “un luogo fisico da visitare e dove soffermarsi che è soprattutto un progetto immobiliare innovativo, il primo nel suo genere”. Sono i particolari a fare la differenza:  “Il progetto – 100mila metri quadrati di spazi coperti – è parte del Fondo Pai, fondo immobiliare gestito da Prelios Sgr che ha un valore per 135-140 milioni di euro, ma non è escluso apporto di nuova Equity. Il fondo può però crescere e arrivare a 400 milioni.” Molto, molto interessante è vedere chi fa parte del fondo Pai, ed è sempre Dezza a scriverlo “Quotisti del fondo sono alcuni investitori istituzionali e le principali casse di previdenza italiane – nove e sta entrando una decima, la Cassa dei geometri – tra le quali Enpam, cassa forense, Enpaia, Epap e Inarcassa. La sfida è rendere la location una destinazione, anche turistica, con la creazione di un hotel – sempre parte del progetto – da 200 camere affidato al marchio Starhotels. L’hotel sarà pronto nel 2019.” Non pare necessario aggiungere nulla. I grandi quotidiani, un po’ di intuito, e alcuni dati, ben descrivono e raccontano cosa stia dietro alla Disneyland del cibo, una macchina da soldi per i pochi soliti noti che direttamente o indirettamente sono coinvolti nella mostrificazione delle città, nella devastazione dello spazio pubblico a favore dell’interesse privato, con buona pace a diritti, sovranità alimentare e redistribuzione di ricchezze, il tutto avvallato, condotto, appoggiato da quello che ad oggi è il simbolo del potere: il Partito Democratico. Non pare interessante quindi soffermarci sui numeri dei visitanti o su quante persone arriveranno in treno. Se lo sguardo attento saprà vedere tutti i legami aziendali, le somme d’interesse privato e politico, e gli inciuci fatti di incastri tra aziende sapremo costruire anticorpi capaci di rompere uno dei nuovi paradigmi dell’impresa capitalista che usa il cibo come specchietto per le allodole, la sostenibilità come pubblicità e l’estrazione di ricchezza da territori e vite come elemento di massificazione e guadagno. 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 07
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
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Last modified: 25 aprile 2018

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