UN MONDO AGRICOLO CHE NON FUNZIONA
Proposta di discussione aperta, per una collaborazione resistente delle campagne sarde
testo e fotografie di Terra Furriada

Queste righe cercano di essere uno stimolo non troppo banale a guardare al mondo dell’agricoltura come occasione di sfida e di rilancio, mettendo davanti al lavoro vero e proprio le persone che lo fanno, le loro scelte e la possibilità, unendosi, di migliorare la condizione umana, lavorativa ed economica.

Formulare un discorso completo è lavoro troppo arduo per le mani che si sono unite per scrivere questo testo, per cui utilizzeremo uno schema a punti per renderci più chiari, cercheremo di toccare tutto ciò che ci sembra importante, ma senza essere sicuri di non dimenticare nulla.

Il settore agricolo e dell’allevamento vivono da vari decenni una crisi da cui sembrano non poter uscire, nonostante la richiesta di cibo nel mondo sia in continuo aumento e la digitalizzazione avrebbe dovuto scongiurare questa crisi, che si articola su vari livelli: produzione di cibi sempre meno di qualità, infarciti di ormoni, fitofarmaci, pesticidi che oltre a non essere buoni e gustosi sono anche malsani, acuendo gli effetti delle patologie legate all’alimentazione nei decenni a venire; indebitamento generalizzato del settore che in Europa sopravvive solo grazie ai milioni di euro che la comunità europea elargisce ogni anno alle aziende sotto forma di premi di produzione di vario genere; il ricatto del mercato della GDO e, in generale, del mondo occidentale super performativo e desideroso di avere sempre tutto a disposizione, non accettando e rispettando i tempi naturali delle coltivazioni e degli allevamenti; devastazione del territorio e dell’ambiente, a causa di lavorazioni troppo impattanti per il suolo; l’utilizzo di prodotti chimici che inquinano aria, acqua e uccidono insetti e altri esseri viventi mettendo a forte rischio le biodiversità; trasformazione forzata e indotta del contadino e del pastore in imprenditore; lo sfruttamento dei lavoratori e il caporalato.
Di fronte a questi problemi – elencati velocemente – si stanno diffondendo tentativi, esperimenti, resistenze, ragionamenti per trovare delle alternative, per provare a invertire la rotta. 

In alcuni stati europei, Francia in primis, vi sono virtuose realtà molto partecipate che stanno riuscendo a elaborare delle proposte teoriche e pratiche assai concrete e che ci hanno ispirato non poco negli ultimi anni e nel redigere questo testo.

Il tentativo è quello di partire da un’analisi dello stato attuale delle cose, includendo una necessaria e consapevole autocritica, per provare ad arrivare a una proposta che possa negli anni divenire realtà e segnare una differenza con il presente.

Alle difficoltà sopra citate il nostro territorio ne aggiunge altre. 
Anzitutto vi è una grave mancanza di spirito e organizzazione cooperativistico, le usanze tradizionali di cui tutti andiamo fieri, ormai hanno quasi solo un’esistenza folkloristica. 
Ciò che per secoli ha permesso a pastori e contadini di supportarsi nelle difficoltà che il lavoro della campagna può presentare sta via via sparendo, le logiche capitaliste, l’egoismo, il troppo lavoro che spesso non ci fa vedere cosa accade al nostro vicino o non ci lascia il tempo di aiutarlo, hanno preso il loro posto quasi ovunque.

La proposta non può che avere una forma collettiva, fondarsi sul dialogo e lo scambio, sullo sforzo di incontrarsi, su un agire concreto che può andare dallo spolverare lo spirito della paradura1, all’organizzare raccolte, potature, tosature collettive, al darsi una mano di fronte a problemi economici, giuridici, sanitari2, idrici e via dicendo, dotandosi di infrastrutture autonome di vendita dei prodotti come mercati e fiere. 

Servono degli strumenti organizzativi, ancora prima di quelli da lavoro, per poi cercare di tenere affiancati gli uni agli altri: l’assemblea, come luogo dove potersi conoscere, poter parlare, discutere e organizzare ciò che ci serve, una cassa di solidarietà agricola che intervenga laddove qualcuno ha un bisogno urgente, mercati autogestiti dove poter vendere i prodotti senza intermediari scomodi e molto altro ancora.

Analisi della situazione attuale.
Il settore agropastorale oggi in Sardegna vive una grande difficoltà e un’enorme dipendenza.
Le difficoltà hanno origini lontane di natura economica, tecnica, culturale e storica.

Dal punto di vista economico, l’agricoltura e l’allevamento per rendere hanno bisogno di molto lavoro, di investimenti iniziali notevoli, di possibilità di avere una certa copertura economica finché le aziende non ingranano. È sempre più difficile trovare operai agricoli (contadini, pastori) che abbiamo desiderio di lavorare, non solo per una questione di stipendi, ma proprio di un pericoloso cambio culturale (qui stiamo anticipando un punto) per cui i giovani e meno giovani preferiscono lavori più sicuri, anche a costo di indossare le divise mimetiche dell’esercito o blu delle forze dell’ordine, o la tuta di operaio per produrre bombe alla RWM di Domusnovas. Altra questione che mette in grossa difficoltà il settore in Sardegna è l’indebitamento sistematico con le banche che centinaia di aziende devono gestire, il sistema PAC ha indotto una trentina di anni fa moltissime aziende a richiedere i finanziamenti agevolati (anche al 50-70%), per acquistare macchinari all’avanguardia come trattori, mungitrici, capannoni, mezzi vari e via dicendo, questo sistema che sembrava essere l’Eldorado per gli allevatori e gli agricoltori si sta rivelando a distanza di qualche decennio un cappio al collo difficile da togliersi.

Ingrandire le aziende, portandole allo status di imprese vere e proprie, vuol dire anche non poter più far parte delle piccole filiere territoriali presenti in alcune zone della Sardegna, ed essere dipendenti da grandi marchi, che giocano al ribasso coi prezzi di acquisto della materia prima. Il caso più emblematico in Sardegna è quello del settore ovino, nel quale le grandi aziende sono costrette di fatto a conferire il latte ai grandi marchi come Pinna, Podda, sottostando ai loro prezzi e ai loro ricatti, poiché non sarebbero mai in grado di commercializzare in altro modo le enormi quantità di latte munto ogni giorno, correndo il rischio di vederle andare a male e perdere tutto. Queste aziende come detto non riescono più a rientrare nelle piccole filiere locali perché i quantitativi giornalieri di latte sono troppo alti per i piccoli caseifici che puntano a un prodotto di qualità e non di quantità.
Il gigantismo in cui molte aziende sono cadute fa il gioco dei grossi industriali del latte che lo pagano quello che vogliono traendone profitti enormi.

Per tante aziende uscire da questo ingranaggio è impossibile, proprio per l’esagerata mole di bestiame, di prodotto e debito (rate di prestiti e mutui concordati con le agenzie europee agricole e contratti per l’acquisto di macchinari e attrezzature) che spesso hanno. 
E invece sarebbe proprio la riduzione della dimensione delle aziende l’unico modo per dare certezza a queste di poter arrivare sane e produttive ai loro futuri eredi.

Dal punto di vista tecnico, una diffusa arretratezza infrastrutturale3 coinvolge quasi ogni settore pubblico e privato, la subalternità coloniale ha ricadute su qualsiasi aspetto della società e dell’economia isolana e ovviamente agricoltura e allevamento non fanno eccezione. 

Vi è inoltre un problema di sapere (collegato a sua volta alla questione culturale). Molti giovani laureati non restituiscono le proprie competenze e capacità a questo territorio, perché si vedono costretti o sospinti a emigrare. 
Si sta perdendo il sapere agropastorale, tramandato di padre in figlio, perché spesso i figli non proseguono le attività familiari o le snaturano talmente tanto da renderle vane; la scarsa curiosità delle nuove generazioni di apprendere usi e consuetudini del nostro passato contadino. Le istituzioni, inoltre, spesso e volentieri, pensano più alla declinazione commerciale e turistica della nostra cultura agropastorale che a tutelarla.

Le competenze tecniche sono, invece, quelle risorse che permettono di affrontare e superare le difficoltà, di poter e saper utilizzare la scienza di fronte ai problemi che si possono incontrare (oltre che al complottismo dilagante), di migliorare le produzioni, di evitare lo sfruttamento, ovviamente sempre accompagnate da un certo tipo di etica, ma questo ci sembra superfluo dirlo in queste righe.
Vi è una scarsa presenza su tutto il territorio isolano di cooperative e consorzi, fuori dalle zone a storica tradizione rurale mancano i mezzi agricoli da prendere in affitto, sono pochi i mercati contadini valorizzati e pochissimi quelli organizzati dai contadini stessi4, necessari per potersi staccare dal ricatto della GDO, dell’export e di altre forme di distribuzione organizzata che si prendono gran parte del guadagno che spetterebbe al settore.
Anche la formazione non è sempre all’altezza di quello che si potrebbe ambire.

Questo elenco non vuole apparire come una lamentela, ma come una presa di coscienza di quali potrebbero essere gli interventi di una classe di contadini e allevatori di rottura che riuscisse a reinventarsi e riconoscersi.

Dal punto di vista culturale si soffre innanzitutto di un lavoro fatto ai danni del contadino, specialmente del pastore da parte delle istituzioni italiane e sarde, che ne hanno dipinto i tratti come una sorta di bifolco, con tendenze genetiche criminali, piromane, responsabile consapevole dell’arretratezza della Sardegna per il suo pensiero arcaico.
Purtroppo questa visione ha fatto breccia anche nella testa di molti sardi, che disconoscono o sono disinteressati a riconoscere quello che gli studiosi hanno chiamato pastoralismo come parte essenziale della cultura isolana.

Non solo non vi è un riconoscersi pur nelle normali differenze, ma non si riconoscono neanche tutti gli altri ruoli, fondamentali, che hanno i lavoratori della terra: conoscenza e difesa del territorio da speculazioni di ogni tipo (energetiche, turistiche industriali); il vivere le campagne tenendole pulite e al sicuro dagli incendi; la produzione di cibo sano vicino a dove viviamo, tutelando quindi – seppur in minima parte – anche il pianeta, evitando sprechi e infiniti spostamenti di merci.

Inoltre – sembra superfluo dirlo ma lo diciamo lo stesso – in questo momento storico far vivere e produrre il territorio dove si vive è anche una garanzia di avere cibo di fronte a ipotetiche – ma neanche troppo – catastrofi mondiali di natura bellica, climatica o sanitaria.

Vi è poi scarsa collaborazione fra lavoratori dello stesso settore, spesso allontanati gli uni dagli altri da sfiducia, gelosia, pregiudizio, campanilismo, competizione. Vige, in generale, una scarsa propensione al dialogo e allo scambio fra appartenenti alla stessa categoria. il celeberrimo “l’unione fa la forza” è spesso lasciato nel cassetto a favore del centu concasa centu berrittasa. Da ciò vengono meno – ma non del tutto – i tratti storici di grande orgoglio della cultura pastorale e agricola, come la paradura, il baratto, il dono.
Ancora. Le organizzazioni di categoria non fanno gli interessi dei lavoratori ma quelli dei padroni, cercano solo di muovere soldi, dividendo le prebende tra i loro eletti. Fanno politica, nel peggiore dei significati possibili, invece che tutelare categoria e settore. 

Da questa veloce carrellata di questioni che andrebbero affrontate, arriviamo alla proposta.
Costruire una rete di relazioni su vari livelli, che partano dal primo, quello umano, per rendere più razionale ed efficiente il lavoro in campagna tra coloro che condividono un approccio etico minimo in termini di scelte di vita e scelte lavorative.
Il livello successivo a quello umano è di natura lavorativa, quindi di complicità e organizzazione per migliorare le produzioni e i lavori, scambio di sapere, sostegno in caso di difficoltà, condivisione di attrezzi agricoli, affitto ribassato dei mezzi, organizzazione di mercati e strumenti di vendita, autoformazione.
Tutto questo va inteso come punto di arrivo, non come punto di partenza.
Il punto di partenza è una sensibilità, mischiata a necessità ed etica, nel modo di lavorare e vivere il proprio territorio.

Da cosa iniziamo?
La pratica iniziale non può che essere l’incontro, non per forza in grandi numeri. Avvenga anche solo fra persone che già si conoscono, dello stesso paese, della stessa zona, per discutere di questi aspetti, per aprire la discussione con gruppi di zone vicine.
Fare rete, mettendo a disposizione ciò che si ha: siano attrezzature, competenze, capacità.
Fare scambi, non solo di prodotti, ma di lavoro: io faccio le consegne dell’olio di un frantoio in una zona a lui distante e il frantoio mi farà uno sconto alla macina del prossimo autunno, una mano lava l’altra.

Quali obiettivi darsi, quali presupposti non possono mancare.
Come detto, l’obiettivo è quello di incentivare agricoltura e allevamento contadini (contrapposti all’agroindustria intensiva), che sappiano vivere in sintonia e rispetto del territorio e di chi altro lo vive.
Per dare un senso chiaro e condiviso a queste parole, ed evitare fraintendimenti serve un approccio anche scientifico, che delimiti il senso delle parole e l’utilizzo delle pratiche.
Viviamo in un’epoca in cui anche le conoscenze più profonde e complesse sembrano sempre alla nostra portata, in cui vale tutto e il contrario di tutto, in cui molto spesso non si distingue più il reale dal finto, dall’inventato. In cui tutti sono professoroni, specialmente su social e simili.
Essendo il mondo della campagna realtà particolarmente concreta, la proposta parte quindi dall’incontro, dal vedersi, dal conoscersi, mettendo in condivisione i problemi che si vivono e le soluzioni che si immaginano. 
Attraverso il dialogo e la ricerca scoprire quali sono le realtà individuali e collettive già esistenti sul territorio sardo più interessanti e compatibili con questo nostro approccio e proposta, quali sono le iniziative già rodate alle quali poter fare riferimento e da cui trarre ispirazione, quali insomma possano essere dei soggetti a cui proporre di fare rete, di avere un confronto.
Noi siamo stati in grado di raccogliere alcuni spunti di questi ultimi anni, farne una piccola analisi descrittiva e immaginare un’esistenza contadina diversa da quella attuale. 
Il percorso, il come arrivare a questo punto o ad altri che potremmo decidere insieme, è il nocciolo di questa proposta. 

Terra Furriada




1 Storicamente la paradura era dedicata al pastore che perdeva il gregge o parte di esso per qualche sventura di natura climatica o di altro tipo, i pastori della sua zona donavano da uno a due capi ciascuno per ridare al pastore e alla sua famiglia un gregge col quale poter lavorare e campare. 

2 Proprio mentre viene scritto questo testo infuria il problema della dermatite bovina in centro Sardegna, ennesima dimostrazione dopo la PSA (Peste Suina Africana) di come i lavori delle campagne siano sottomessi più agli interessi politici di Bruxelles che al reale benessere animale o alla cura dei proprietari del bestiame. 

3 Sembrerebbe una contraddizione rispetto a quanto appena detto a proposito dell’indebitamento delle aziende per l’acquisto dei macchinari (che rimangono a disposizione solo di chi li acquista), ma in questo caso ci si riferisce all’infrastruttura agricola in senso più generale e ampio, cioè dei servizi che il settore offre e mette a disposizione di chi avvia un’azienda o non ha la possibilità di acquistare i macchinari e vorrebbe affittarli, o semplicemente ha un’azienda di ridotte dimensioni e non ha necessità di acquistare macchinari. 

4 A proposito di mercati organizzati dai contadini dovrebbe farci riflettere il successo dei mercati lanciati da Coldiretti con il nome di Campagna amica, in tutto lo Stato questi mercati sono molto frequentati, e questo è un bene per coloro che ci lavorano, ma va a rafforzare il ruolo e la dipendenza dalle associazioni di categoria, tutte di impostazione padronale.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 39
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 31 Mar 2026

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