CHI HA IL TEMPO PER PENSARE A QUELLO CHE MANGIA?
La merce che ci mangia di Wolf Bukowski, edito da Ortica, ha tra i suoi pregi quello di rimettere al centro la questione della merce. E di farlo con forza.
di Mattia Pellegrini

Cibo e merce, cibo e consumo, cibo e politica.
All’interno del volume vi sono tre testi: La merce che ci mangia: il cibo, il capitalismo e la doppia natura delle cose / Il corpo del cibo / Politica del supermercato.
Attraverso lenti diverse, l’autore si pone alcune domande che lo portano a scrivere, a pensare, ad andare a fondo e, come spesso nei suoi testi accade, vi è un corpo a corpo tra tipologie di documenti differenti, tra alto e basso: filosofia, notizie giornalistiche, uso di dati statistici, cinema, vita quotidiana. 

Tra le domande vi è innanzitutto se il cibo è merce, se tutto il cibo è merce alla stessa maniera; si interroga su che senso abbia il suo andar per mercati contadini invece che per supermercati. 

Esiste un margine, ancora oggi, per un nutrirsi fuori dalla merce? La questione è tra quelle centrali anche del lungo percorso della Fiera Feroce e del suo Almanacco. Una domanda che incita a situarsi.

Il capitalismo lavora sul margine e da lì amplia la sua presa sul mondo. E il cibo e le forme di resistenza alla sua degenerazione industriale, alla cattedrale/supermercato, sono uno dei margini divenuti centro. C’è stato un periodo molto recente ma che è già il tratto di un altro tempo in cui in moltissimi si sono occupati di scrivere e pensare intorno/su/con il cibo. Il culmine fu Expo2015 a Milano, l’uso del buono per devastare tutto. Ricordo con gioia la veggenza di un adesivo prodotto da La Terra Trema: preparatevi a detestare il buono che avanza

Bukowski insomma è tra quei pochi autori che ne ha scritto sempre con rigore e da una posizione lucida e allo stesso tempo antagonista. La merce che ci mangia andrebbe letto con/nella memoria altri suoi due testi: La danza delle mozzarelle (2015) e La santa crociata del Porco (2017). Dico questo perché vi è un metodo che torna, uno stile, una maniera di portarci al ragionamento e al punto preciso dove ci vuole portare. In quest’ultimo lavoro mi sembra sia proprio in questo scarto possibile di una scelta, di una decisione su come e dove nutrirsi.
Innanzitutto il cibo non è una merce precisamente come le altre. È una merce che si va a comporre con il nostro corpo, che ci attraversa, che ci rende vivi. Con Hannah Arendt pone in luce che vi è differenza tra le cose durevoli e le cose fatte per il consumo incessante. Attraverso lo studio storiografico ci dice che il cibo diventa merce globale nel XVI secolo con lo scambio colombiano e che tra tutte le merci è la più grande razzia coloniale. Cibo e schiavi fino al XIX secolo erano un commercio inseparabile. Attraverso l’analisi della filiera alimentare contemporanea ci dice della persistenza colonizzatrice del cibo, della sua paradossale astrazione, dello sfruttamento. Ho trovato molto importante l’analisi a proposito del rapporto tra cibo e digitale, della smaterializzazione sempre più estrema di ciò che è elemento necessario, materiale, alla sopravvivenza dell’animale umano. Tutto questo fa pensare. Qual è diventato il nostro rapporto con le immagini se addirittura riescono a saziarci?
Ma veniamo al nocciolo della questione ovvero se sia possibile o meno emanciparsi almeno un poco dal cibo in quanto merce. Lo dico subito, io non penso che in quanto consumatori sia possibile comprare cibo che non sia già merce. L’autore è più ottimista. Wolf Bukowski non è certo uno sprovveduto e sa benissimo che non è con le scelte di consumo che si sovvertono i sistemi. Ma con le implacabili parole di Blanqui, «perché i desideri del potere non diventino interamente i miei», decreta che la posta in gioco è molto più complessa.

Vi è la questione del desiderio, dei dispositivi che ci costruiscono come soggetti, del mangiare ed essere mangiati, della merce che domina incontrastata il tempo del presente, sempre più per forme astratte, relazionali, trasversali. Ed è qui che possiamo iniziare a parlare di corpi che si incontrano in contesti che percepiscono altri corpi. Perché, seppur non creda, che in quanto consumatori ci si possa sottrarre dalla merce nel momento dell’acquisto penso anche che si debbano costruire alleanze per sopravvivere e che una delle complicità imprescindibili è con chi continua ad abitare una forma-di-vita a contatto con le stagioni, con la semina e la raccolta, con la vita e la morte. 

In La merce che ci mangia vi è un tenace attacco al luogo della grande distribuzione, alla cattedrale/supermercato, il luogo dove tutto è messo in luce e niente può essere veramente visto, il luogo dello scintillio ed anche, sempre nel paradosso, un luogo in cui si può sparire e ci si può nascondere. L’ambiguità qui fa un guizzo di pensiero. Che diavolo di società abitiamo se accade di sentirsi protetti, se addirittura può arrivare a mancarci un luogo così osceno? Personalmente sono tra quelli più a proprio agio con se stessi in un discount, incrociando chi non ha tempo di pensare a ciò che dovrebbe mangiare, molto più che in un mercato biologico circondato da appassionati di farine. E questo credo si leghi alla questione morale, di classe, che il buon cibo porta con sé. 

L’analisi di Wolf mi fa da trampolino per lanciarmi in una questione incarnata tra quelle legate al cibo come merce: la costruzione del corpo unico attraverso la Diet Culture. Il tentativo eugenetico di eliminazione dei corpi non conformi, non magri, sghembi, trip. Nella costruzione di un’idea di cibo buona e sana non possiamo non vedere questo movimento che il capitalismo a trazione statunitense produce dagli inizi del novecento e che ha radici nel razzismo, come ci insegna Sabrina Strings in Fat Phobia. Grassofobia che si nutre colonizzando e attingendo a piene mani da autori del periodo illuminista come Julien-Joseph Virey il quale apertamente denigra le popolazioni non bianche perché non magre. La tragedia della “Venere Ottentotta” esposta come fenomeno da deridere, come merce in quanto corpo-intrattenimento è uno dei fondamenti di questo cibo che divenuto merce si fa ideologia di dominazione. Mercato e scienza medica anche qui sono inscindibili ed è questa una delle congiunture dove bisogna agire con più rabbia e determinazione. Con i movimenti riot not diet, le istanze punk-queer contro la prescrizione, la riappropriazione dei corpi attraverso il pornoterrorismo (Diana Torres), la rottura estetica e politica di artiste come Maria Galindo (Femminismo Bastardo) e Lucrecia Masson (Epistemologie Ruminanti), fino a scrittrici come Roxanne Gay e Audre Lorde. Questa è una breve parentesi al libro che meriterebbe tutt’altro spazio di riflessione ma è necessario tirare fuori la materia incandescente per far presente anche a chi si occupa di cibo in maniera politica che spesso, nella dicotomia sano-insano, buono-cattivo, si può divenire parte di un’oppressione. 

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A novembre 2025 ho avuto il piacere di partecipare a due presentazioni di questo libro organizzate da La Panchovilla. La prima è avvenuta all’interno di Zazie nel Metrò al Pigneto, la seconda in Sabina nel Teatro Comunale di Casperia. Due incontri che ho percepito e abitato in maniera molto diversa.
Non è la prima volta che su queste pagine parliamo de La Panchovilla e di Zazie nel Metrò. Valerio e Anna, li abbiamo intervistati e loro stessi hanno scritto direttamente e credo sia significativo che sia stato questo luogo di critica e sperimentazione conflittuale, tra città e campagna, a costruire l’incontro con Wolf e il suo libro. 

Nel secondo incontro c’erano in gran parte contadini e contadine, nel primo in gran parte, i consumatori, le soggettività della metropoli. Certo i contadini poi sono anche consumatori ma quell’anche fa una differenza sostanziale. Giovanni, contadino e agitatore di Genuino Clandestino, ci ha incantato e ha dato insegnamenti importanti, oltre la questione dell’agricoltura. Ci ha ricordato quanto costruire luoghi in cui poter vendere il cibo prodotto dalla terra, che si coltiva, deve diventare sempre qualcosa di altro rispetto a un semplice mercato. Deve diventare un luogo di confronto e di conflitto. E certo non ci stiamo nel risolvere la questione cibo-merce senza renderci conto che chi si può occupare di cosa vuole mangiare, rientra in una categoria del privilegio. 

E credo sia anche il grande merito de La Terra Trema, il non aver nascosto le contraddizioni sotto al tappeto, ma anzi, aver abitato la dura consapevolezza del dover stare dove le contraddizioni prendono più forza, dove le scelte sono le più complesse, dove non c’è buono o cattivo, dove si costruiscono anno dopo anno le possibilità di rimessa in discussione delle logiche del cibo in quanto merce. 

CHI HA TEMPO PER PENSARE AL CIBO CHE MANGIA? Ho scritto sul libro mentre discutevamo a Zazie nel metrò. Ed è una domanda così banale e anche retorica, ma dobbiamo continuare a porcela per mettere in critica la questione delle alleanze in città come in campagna. E Bukowski vola alto nel trattarla. Ci fa immaginare.

La merce che ci mangia. Il cibo, il corpo e il capitalismo

di Wolf Bukowski, Ortica Editrice, 2025


Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 39
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 6 Mar 2026

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