LE VIE DELL’ERRARE
di Guido Celli
illustrazione di Fabrizio di Baldo

I

Se questo mio non fosse vero errare
ma solo andare per tornare
se solo un vetro di finestra in somma
se solo la coda di un capo della corda
che lega il dove all’andare e trasforma
l’andata nella prima metà di chi ritorna?

II

Se cammino, quante erbe se cammino
procedono sotto i miei piedi se cammino
quanto piede procuro a ciò che vedo
quanti, se cammino, sassi e asfalti, quanti
se ciò che va e ciò che viene
mi rimane dietro restandomi davanti.

VIII

Lasciare la strada del ritorno
non è errare, forse vagabondare:
errare non è smarrirsi nel ritorno
è questa una cosa che appartiene
a chi devia, muta 
la riga matrice dell’andare
a chi sforma, sdiga 
un tratto del camminare   
lungo il ritorno di un altro tornare:
errare non ha mai un ritorno
di cui ricordare la strada
errare non va 
e quindi non vaga.

XII

I punti cardinali, la terra e il cielo
nel più fortunato dei possibili
al mare, in pianura, in altipiano
ci danno in ogni caso idea
di stare tra quattro pareti
un pavimento e un soffitto.

Perché le parole fanno questo:
Nord diventa un muro, un’asse
così Sud, Est, Ovest
e la terra dove posa il piede
un limite chiamato sotto 
e il cielo dove s’inficcano le stelle
un finale chiamato sopra.

Perché trasportiamo il nostro modo
nel Mondo che è senza modo
facendone continua metafora
ripetuta ereditata mappa
invisibile ma concreta
del vivere a cui siamo abituati.

Perché camminiamo stando
e andiamo tornando
percorrendo una griglia, una via
che ci inizia in testa
e prosegue nell’ognivolta di ogni dove: 
errare, solo errare, può salvarci
tirandoci fuori dal dappertutto qui
e restituendoci le vie dell’altrove.

XV

In errare non il punto
la linea, la retta, la curva.

In errare non l’ascissa
il meridiano, il quadrante, la mappa.

In errare non il permesso
l’atterraggio, la licenza, il biglietto.

Non la carta
per segnare, disegnare l’errare
ma le paglie, le malghe
le erbe rosse sotto le nevi
i fanghi, i muschi
le foglie e le falde.
Per archiviarlo non la carta
e neanche il satellite:
l’errare non è decifrabile
pianificato, desumibile
non ha linguaggio traducibile
non ha traduzione parlabile
non è linguibile:
stenderlo su carta
non lo si può a biancheria
tenerlo con una molletta
sul filo astratto della teoria.

L’errare è un’ondulazione:
più che all’uomo
appartiene al terreno.

XXV

Decidessero i boschi
le mappe sarebbero
un favo di cielo tra i rami
bacche e bestie scivolate sui muschi.

Decidessero le nuvole
le mappe sarebbero
quella di su e quella di sotto
parallele come le pance alle schiene.

Decidessero le volpi
le mappe sarebbero 
gole lunghe dove tentare
l’arnia viva delle tane.

Decidessero i piedi
e i piedi e non gli occhi
le mappe sarebbero
sassi callosi e controluce di ginocchi.

XXXV

Se si potesse mai tornare
davvero sui propri passi
sarebbe in astratto possibile
solamente con l’andare
per quella metà di sé
che ha, sa ed è:
fare e nell’ovvero rifare.

Con l’errare invece il passo 
compie l’atto originale
irreplicabile, di fondare  
una nuova forma d’amnesia dell’orma
nel viatico incarnale di un ricordare 
dimenticato, nello scisma ancestrale
di un’eversione e mai di una riforma.

XXXVII

Se l’errare avesse
terra da sé battuta
l’avrebbe semmai
in maniera fortuita.

L’errare non batte il piede
dove già lo ha battuto
per il conforto di un andare 
che lo salvi dall’ignoto
dal percorso meno corto.

Errare è l’addio alla ragione
con cui amiamo avere torto. 

XXXIX

Per ricominciare a vedere
il camminato nel camminare
disimbrigliato di mappe
svestito d’atlanti
nudo, così com’è nato
bisognerebbe rinascere
e, smarrendo lo stato
essere, così da sapere 
che il Mondo non è come 
lo si è sempre pensato
e cartografandolo, creato.

L’errare, camminando, esalta
il dimenarsi dell’essere.
L’andare, tornando 
la sua lusinga allo stato.

L

Errare è umano:
all’arbitrio del dogma oppone
l’indocile vergine dell’eresia.

Disarchitetta la pretesa 
anch’essa purtroppo umana 
che ogni cosa in noi stia e sia 
un valido valore dell’intelletto
l’elemento edile a una planimetria
l’appurato indizio di un concetto
l’algebrica riprova di una profezia.

Errare è umano:
alla legge del sancire oppone
l’incauto caos dell’utopia.


Pubblichiamo qui un primo estratto de Le vie dell’errare di Guido Celli, poema uscito a inizio del 2026 per Terre Blu. In aperta nemesi all’andare e al suo inseparabile tornare, l’errare assurge, nella doppia accezione di erranza ed errore, a elemento di antagonisitica salvezza rispetto al piano cartesiano degli obblighi, al cappio edile degli itinerari, all’asfissia delle nominazioni, alla predittività delle narrative; in ostilità ai disbrighi dell’andare e alle ribadite abitudini dei suoi dove, l’errare offre all’umano la liberazione dal pendolo ritmico dei suoi forzati percorsi, donando alle sue gambe la fresca dinamite dell’altrove, elargendo ai suoi passi il disincanto di un’incauta beatitudine; in contrasto alla profittevole traducibilità in mappe dell’andare, in attrito al garbo grammaticale delle sue obbedienze e in antinomia all’immediata desumibilità dei suoi programmi, delle sue scadenze e dei suoi appuntamenti, l’errare, non essendo decifrabile, non essendo governabile, non essendo preventivabile, non possedendo alcuna motivazione se non il suo sé stesso, permane puro slancio istintuale, sverbato canto sorgivo, alogico diaframma verso ogni forma del vivente, proemio innervato al pulso delle foreste. Un secondo estratto verrà pubblicato sul primo numero del 2026.

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 39
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100
Per ricevere e sostenere questa pubblicazione: info@laterratrema.org

Last modified: 4 Apr 2026

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