Con fatalismo si assegna all’Etna, alla sua forza, un movimento continuo, incessante: dare e togliere, generosa madonna e implacabile monarca. Ma ai piedi di questa entità preternaturale si muovono persone invece materialissime, prese in un lavoro arduo che fa i conti con quell’indole instabile e con la storia del territorio che la custodisce

Testo e fotografie di Laura M. Alemagna

There was a big sun and a big white cloud
there was a little boy and a little girl
building burnig wall of fire
Pushing all the clouds (Uzeda)

Etna, contrada Pietralunga.
Il muretto a secco era alto tre metri e cingeva l’uliveto, stava lì almeno da fine ’800 ed è venuto giù in pochi secondi.
Floriana e Pasquale si sono svegliati nel cuore della notte e aperti gli occhi hanno capito presto che qualcosa non andava: Pasquale guarda, si vedono le stelle. 
Corsi fuori di casa, cercando di ricalibrare la vista all’oscurità notturna delle campagne hanno sgranato gli occhi. No!
La scossa a Catania si è sentita forte, distinta, i palazzi hanno tremato e i lampadari ruotato come pale di ventilatore.
Il giorno prima si era fatto vivo il pennacchio. Plume enorme di gas e cenere.
La mattina del 24 dicembre quella gigantesca penna, bianca e poi nera di polvere, è salita di botto in alto nel cielo limpidissimo ed è ridiscesa, adagia sul fianco destro del vulcano, quello che guarda al mare.
Le teste erano tutte rivolte lì, alla montagna, a quello spettacolo silenzioso e lento.

Sfunnau. L’Etna sfunnau. 
Quando la terra ha tremato erano le 3 e 19 del 26 dicembre. L’epicentro è stato localizzato un chilometro più a sud dall’abitato di Lavinaio (CT), nel basso fianco sud-orientale dell’Etna, dalle parti di Trecastagni, di Fleri, piccola frazione di Zafferana.
L’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia ha collegato l’evento sismico all’attivazione della faglia Fiandaca e della faglia di Pennisi, strutture meridionali del sistema tettonico delle Timpe che adesso mostrano uno spostamento di una ventina di centimetri.Il terremoto, magnitudo 4.8, è stato forte come da tempo non si sentiva. Violento, per la bassa profondità dell’ipocentro, quel punto del sottosuolo da cui si genera energia in forma di onde sismiche. Solo un chilometro.

Etna, Contrada Salto del Corvo 
Il palmento, Mulsum, Azienda Agricola di Lino Volzone, si trova alle pendici del monte Ilice, quello raccontato dal Verga della Capinera. 

Tu non sei mai stata a Monte Ilice poverina! (…) Bisognava venire qui in campagna, fra i monti, ove per andare all’abitazione più vicina bisogna correre per le vigne, saltar fossati, scavalcar muricciuoli, ove non si ode né rumor di carrozze, né suon di campane, né voci di estranei, di gente indifferente. Questa è campagna!

È un tronco di cono di origine vulcanica e prende il nome dal bosco di lecci, ilici, che lo popola insieme ai diffusissimi castagni. È storicamente luogo di coltivazione della vite e di alberi da frutto. La terra è sabbiosa, il mare su cui si affaccia regala in estate temperature miti e la montagna fa il resto. Il vino qui si fa da sempre, è nei nomi dei passi, degli edifici, nei nomi dei luoghi, delle contrade, nelle nenie canticchiate.

Eravamo già stati da Lino nel 2014 con Pasquale Parafati che oggi, con Floriana Marta Cosentino, porta avanti Cantina Malopasso ma che ieri era suo socio.
Di Pasquale, della singolare passione per il bikepolo, ce ne aveva parlato Kenny, al Leoncavallo: andate a trovarlo in ciclofficina, a Zeronove, opificio culturale, sociale, manuale nel cuore del centro storico a Catania.

Vino, biciclette, Etna. Hanno le loro fissazioni
Vinificare alle pendici dell’Etna, nella provincia in cui erano cresciuti, dove mille volte avevano preso la bicicletta e affrontato e amato acchianate durissime. Lino Volzone in passato aveva allevato capre e galline. Aveva vissuto quell’esperienza con entusiasmo sincero ma aveva detto basta quando le cose non gli piacevano più, un attimo prima che scaturisse per quel mestiere qualunque sentimento negativo, prima che partissero repulsione e astio. 
In seguito era partito per il nord-est, era andato a Verona a fare il maestro, come i genitori. 

Verona non è mai stata una città facile. Quelli in cui arriva Lino sono gli anni in cui s’insedia Flavio Tosi, sindaco sceriffo ante litteram.
La città è stata e rimane crocevia di forze destrorse violente, antisociali, razziste, omofobe. Capitale della Repubblica di Salò, riferimento per la Gestapo, culla delle ultradestre, della Liga Veneta e della Lega, non si è fatta mancare nulla.

Ma, come deve accadere, a forze maligne e tossiche fanno da contrappunto prese di posizione politiche decise.
L’occupazione de La Chimica è una di queste. Tosi lo sa bene e la sgombera appena insediato. La Chimica è stata un luogo cruciale per la storia di molti e per la nostra anche. Da quegli spazi partì, nell’aprile del 2003, la rusticazione del mondo ad opera di giovani estremi, frequentatori di spazi occupati, vignaioli, contadini. Lì, sul Lungadige Attiraglio e in contrapposizione al monolite Vinitaly, prese forma, trovò corpi l’intuizione anarchica di Luigi Veronelli, Critical Wine.

Lino Volzone, che sempre ha bazzicato per spazi libertari, ha modo di incrociare così chi quel percorso lo aveva reso possibile e solido: Manuela Meleri, Simonetta Lorigliola, Elisabetta Adami.
Sono loro le sirene maliose che lo invitano a ripensare alle scelte. 
Torna alla tua Etna, Ulisse…
E così accade. Di fronte a occhi sgranati di colleghe maestre: ma come Volzone, hai un posto di lavoro sicuro e lo lasci?

Lino torna al Monte Ilice e al nuovo sogno.
Incontra in Pasquale un fratello d’intenti per ripartire, complici sono le medesime passioni: vino, biciclette, Etna. È il 2009 quando Lino impianta circa un ettaro tra nerello mascalese e nerello cappuccio lì dove aveva trovato un vigneto in abbandono coltivato ad alberello.

Due anni dopo continua a trasformare quel suo piccolo mondo aggiungendo alle vigne un’ottantina di piante di ulivo. Lino ci mette impegno, cerca la regola e mette sempre le cose in chiaro. La sua narrazione è un continuo entrare e uscire da uffici, protocollare, depositare, chiedere, ricevere, codificare, l’ICQRF, l’aessepì.

Quando è il 2011 riesce ad accedere a un finanziamento del Programma di Sviluppo Rurale per la ristrutturazione dell’edificio a palmento che introduce alla sua azienda e dei locali che ruotano intorno, cui aggiunge l’aiuto economico della madre, Rosa, con la sua liquidazione di maestra. Mulsum e Azienda Agricola Volzone prende forma piano piano così, da questo ometto risoluto e dai modi controllati.

Invece Aurora
La compagna di Lino, Aurora Favatello, ha studiato biologia ed è malpassota. Un decennio addietro aveva colto tutto lo splendore delle api e del mondo che racchiudono, del lavorarci insieme, del prendersi, attraverso loro, cura del territorio. Ha lasciato l’università e su questa passione si è fatta seria apicoltrice, diventando parte di un circuito che in Sicilia trova approdi magnifici.
Da questo connubio è nata Mulsum, letteralmente vino mielato, legame secolare, vino e miele, sacro e benefico che oggi racconta dell’unione sentimentale e lavorativa di Lino e Aurora.

Quando arriviamo Lino è di fronte all’edificio malridotto, una parete è venuta giù verso le vigne.
Dall’altro lato invece è collassato il tetto, all’altezza dell’enorme torchio in legno di castagno.Solo affacciarsi su quel piccolo disastro lascia poca speranza. Tra le macerie emerge un piccolo torchio coperto da un lenzuolo bianco. Un fantasma. Le pietre sembrano franare al solo sospirare. Non me la sento di fare entrare nessuno.

Il palmento è struttura peculiare delle campagne etnee.
Palmento forse da paumentum, pavimento, l’etimologia non è certa. È certo però che quel pavimento di pietra nera scavata è stato il cardine del lavoro di vinificazione per moltissimi secoli. 

Quelli a disposizione di Lino sono stati due. Almeno fino all’ultima scossa. Uno, ristrutturato, adibito all’accoglienza degli ospiti in azienda, l’altro, quello più antico, adibito alla sua funzione lavorativa, la vinificazione. Lì teneva le cisterne in acciaio, le botti, le bottiglie. Gli attrezzi di lavoro. Solamente il caso ha voluto che coppi, tegole tipiche di queste parti, e pietre non si accanissero sul suo lavoro ma solo lo accerchiassero, pericolosamente certo.

Il vino è in ostaggio. Lino è preoccupato, nuove scosse, temperature notturne, piogge potrebbero vanificare il lavoro di anni. Serve darsi una mossa. Ci accordiamo per tentare il salvataggio l’indomani, arriveranno certi operai che Lino conosce per un sopralluogo, dopo di che si tenterà di portare fuori tutto.

Torniamo verso Catania.
Le persone guardano gli edifici dall’esterno, vigili urbani, vigili del fuoco, tecnici della protezione civile parlano ma le voci sembrano perdersi. Gli sguardi sono persi nell’incertezza. Cosa succederà?

Il territorio urbano intorno è stato colpito severamente dalla scossa, Fleri e le altre cittadine hanno subito danni pesanti. Per le strade strette e contorte di questi paesini fragili basta una facciata lesionata a bloccare tutto: le vite, la normale socialità di ognuno, la viabilità quotidiana. Tutto è effettivamente sconvolto.

Il verdetto degli operai di Lino è arrivato di prima mattina. Non si entra è troppo pericoloso.
Bisogna scoperchiare il tetto, spostare le grosse travi, creare una zona cuscinetto sicura e percorribile. Serve un cestello, una piattaforma cintata con la gru.
Saliamo accompagnati da un vecchio amico, Alcide, manovale, muratore, compagno, ingegnere primordiale che può metterci le sue competenze.

Il reticolo di stradine intercomunali che si inerpica sull’Etna è stupendo quando ti perdi nel suo mondo selvatico di lecci e castagni, pinete sterminate, betulle, sorbo, biancospino, felci rigogliosissime. È unico il suo patrimonio architettonico di muretti a secco, casolari, palmenti, terrazze. La sapienza del lavoro manuale te la ritrovi lì, in quelle geometrie nere di lava intagliata tra verde foglia, azzurro cielo, blu mare.

Poi però capita che sbagli strada, ne prendi una stretta e poco percorsa e ti trovi di fronte il disastro, macerie, resti, frantumi di civiltà accumulati l’uno sull’altro. 
La discarica si insinua a lungo sulla strada. Un gigantesco punto interrogativo, una questione gravosa che pesa su tutti.
Non è mai stato facile, lo avevano detto Lino e Pasquale anche anni prima. C’è da fare i conti con abitudini ostili radicate. Se va bene.
Il carattere instabile e irrequieto di un vulcano, di una montagna magnifica e temibile è solo una delle incognite che ti fanno dormire male la notte, qui.

Arriviamo a Mulsum
Il papà di Lino osserva il lavoro dei manovali appoggiato a un bastone. È vestito con cura, come chi non vuole mancare di rispetto.
La squadra è all’opera e il tetto quasi del tutto libero dai coppi
Quelli spasciati si infrangono del tutto su un cumulo di macerie in basso, quelli sani sono riposti con cura nel cestello e poi accatastati dove si può, tra le terrazze.

Travi e mura sono troppo fragili, quel che possiamo fare è nulla, nonostante l’equipe di specialisti e consulenti sia foltissima, il muratore catanese, il capomastro di origini rumene, Fabrizio, cognato malpassota di Aurora, il geometra di Abbiategrasso.
I pareri e le strategie si dissolvono alla fine. È venerdì, lunedì il palmento dovrà essere smantellato. È l’unico modo per salvare il vino.
Buttiamo un ultimo sguardo al grande torchio imprigionato tra le pietre. Sembra uno degli arcani maggiori, il decimo, La Ruota o Fortuna. Cambiamento e scelta.

Chissà quanti litri di vino sono stati prodotti qui. Lino e Aurora avevano riposto non poca fiducia in quelle mura ma mettono le ansie da parte e pensano già alla potatura e all’imminente nascita del primogenito. Insieme a Lino ci muoviamo per passare da Pasquale e Floriana, al lavoro per risistemare quel che il terremoto ha sconquassato.

Attraversiamo stradine di paese, pareti divelte, piazze transennate, l’edificazione senza criterio ha subito più di quella storica ed è venuta giù a blocchi.
È un miracolo che nessuno si sia fatto male deve aver pensato chi ha riposto una bottiglietta di acqua santa con le fattezze di una madonnina sul muro di cemento venuto giù nella sua villetta.

Pasquale è sul tetto
Con Emaunele Feltri, contadino e comunista. Il sistema di copertura a coppi qui è saltato in buona parte, così come quello dei muretti di recinzione e delle terrazze.

Floriana ci accoglie tra le vigne, al lavoro anche lei con compagni arrivati in soccorso. C’è da ripensare a come ricostruire quanto è crollato. 

Si possono affrontare i lavori ai muretti che sorreggono i vigneti ma quelli in alto, in prossimità degli ulivi sono troppo alti e possenti. Come diavolo hanno fatto ad erigerli così cento anni fa?

Cantina Malopasso è il risultato di una lunga ricerca. Pasquale e Floriana hanno dovuto girare e rigirare prima di trovare quel luogo. 

Le vigne si sviluppano in altezza su terrazze ampie, allevate ad alberello hanno tutta la fierezza delle piante di un’ottantina d’anni.

I vitigni sono quelli storici. Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Minnella nera, Carricante, Cataratto, Bracau. Da qui ne fanno un Etna Bianco doc Contrada Pietralunga, un Etna Rosso doc Contrada Pietralunga e un Etna Rosato doc Contrada Pietralunga.

In estate l’allevamento ad alberello aggiunge toni serbaggi all’orizzonte del Malopasso, l’impianto è irregolare, misto, deciso da chissà quale lampo di genio quasi cento anni fa. Con viti così antiche non è difficile riscontrare la presenza di piante franche di piede.

Adesso che è inverno le piante spoglie sembrano poste con misura quasi regolare. In estate la diversità è più evidente. In fase di vendemmia è un bel da farsi seguire la maturazione di piante così differenti.

Il lavoro fatto da Pasquale e Floriana su questo paio di ettari è stato immane, dove c’era abbandono e immondizia hanno messo cura e pulizia. Il senso antico di quelle terrazze siciliane pare aver ripreso davvero vita e colore.

Intorno prima regnava il caos. Tra sterpaglie e cumuli di immondizie hanno dovuto lottare contro abusi, incendi dolosi, atti intimidatori.

Senza perdersi d’animo, senza piangersi addosso hanno continuato a lavorare al loro progetto, con buoni riscontri.

Malopasso e Mulsum hanno partecipato all’ultima edizione de La Terra Trema. Nonostante la voglia di buttarsi nella Fiera Feroce fosse forte da tempo hanno aspettato il momento adeguato rispetto ai rispettivi percorsi lavorativi, per non bruciare le tappe.
L’esperienza vissuta è stato bello ascoltarla, soffermarsi sulle opportunità e sulle tante riflessioni scaturite, come la questione del prezzo sorgente, ad esempio. Su come siano cambiati il senso, il valore e gli interlocutori di quella presa di posizione nel corso degli anni, dalla Fiera dei Particolari ad oggi. Su come, nonostante il grande cambiamento di status avvenuto nel mondo del vino (ma anche – in modo più in generale – nella produzione agroalimentare in toto), sia ancora necessario fare i conti con una necessità di trasparenza rispetto ai costi di produzione e distribuzione.

A La Terra Trema Lino Volzone ha portato il suo Vino Rosso, vendemmia 2017, campione di botte, ottenuto da uve Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio.
L’etichetta, fermata alla bottiglia con un filo di spago, recita un breve ma dettagliato testo sui modi di produzione di Mulsum: “Questa è una bottiglia di “vino contadino” che nasce dal lavoro, dalla passione e da un’agricoltura sana e sostenibile, ed è un semplice assaggio di quello che stiamo cercando di fare da poco.
Questo è un “campione di botte” della nostra piccolissima produzione del 2017; speriamo di riuscire a proporvi presto un prodotto più “professionale” ma ugualmente semplice e genuino”.
E poi continua, con le specifiche tecniche, precise e sincere.

Il vino si chiama V. Bb (Vacca Bboja), che è la prima cosa che mi dice Lino il 26 mattina, quando lo chiamo per sapere del terremoto. Vacca boia, Laura. Vacca boia.

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 11
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori


Last modified: 16 Marzo 2019

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