Una specie  di quadriglia

Abbiamo imparato a muoverci così. Tornando ancora e ancora sulle nostre mappe. Seguendo cartografie tracciate con La Terra Trema, provando a segnarne di nuove ogni volta che si poteva.
Abbiamo imparato a non perdere l’occasione e ad errare

testo e fotografie di Laura M. Alemagna

 (…) sono venuto ad amare 
e di nascosto a danzare
Verde Milonga (Paolo Conte)

E così abbiamo errato, il più possibile, questa estate.
Nel dipanarsi verde dei vitigni.
Per desiderio di conoscere, assaporare, di in-amorarsi di vecchie e nuove storie di viticoltura, di agricolture scognite, di conferme e di smentite. Per un patrimonio di materia terrena sempre difforme, per gli incanti e gli spasimi, i prodigi e le ferite, i prodigi e le ferite.
Dilatando tempi, esperienze, geografie, riducendo scale e misure, avvicinando il naso a carte geografiche fino a vedere tessitura di limo e di argilla.

L’INSETTO | echappé
L’insetto è un coleottero, si chiama oziorinco, crasi perfetta di imprecazioni, bestemmie, maledizioni.
Divora le foglie di notte, quando l’aria è fresca; si rifugia tra le radici nel giorno e, lì, riposa.
L’attività trofica è continua e distruttiva, le foglie mangiucchiate compromettono il normale attivarsi della fotosintesi con tutto quanto ne consegue
L’oziorinco, Jutta e Mimmo, è nel momento del riposo che vanno a stanarlo, di giorno, manualmente, esemplare per esemplare. Scavi qui con la mano, prendi e schiacci, tra le dita. Craac. 
Esasperato da questo flagelletto, Mimmo ha preso a raccogliere tutti quei corpi schiacciati dentro bottiglie di plastica da mezzo litro. A modo di monito sono poste all’inizio di ogni filare.
Ci ridiamo su. Mimmo come Gengis Kahn, discendente di Bondodjar Mong e sterminatore a Samarcanda.

Con Mimmo e Jutta avevamo un debito.
L’anno prima eravamo passati proprio da Mottola in un viaggio frenetico tra vigne e vignaioli.
Eravamo lì, sulla strada provinciale, a leggere “MOTTOLA, 1 km” e a mangiare le mani perché Mimmo di Pantun proprio non l’avevamo il tempo di passare a trovarlo.
Ah, se sapesse, dicevamo.
Ah, appena viene a sapere, continuavamo.
Ed ecco che Mimmo chiama, al telefono.
Pronto Laura, so’ Mimmo.
Beccati. Presi in pieno.
Che sia lì a guardarci nell’auto accanto alla nostra? Alla finestra di qualche masseria? Dall’alto delle gravine?
Come diavolo hai fatto Mimmo?
Gengis Khan e Nostradamus, sterminatore e chiaroveggente.

HOUSE OF ALL | jeté
Questa volta da Mimmo ci passiamo, programmiamo bene i tempi e portiamo con noi una banda senza uguali.
Siamo qui, nelle puglie, arrivati in treno per essere tra San Cesario di Lecce e Cavallino, in Casa Cafausica, sede della Fondazione Lac o Le Mon.
Il casale è grande, antico. La porta color bronzo è decorata. Un disegno costruito con teste di chiodi.
La chiodatura traccia l’immagine di una donna che alza la gonna e sembra ballare su un lato del portone, un uomo fa marameo con la mano sul lato destro, porta una berretta, entrambi giocano su pilastri di pietra, intorno alberi d’olivo. Non è l’unica magnificenza di questo luogo, è il giusto preavviso per tutte le altre che contiene.
House of all dice Max, la definizione è totale.
Casa Cafausica è un luogo predisposto al confronto, all’esperienza comunitaria. An imaginary place that really exists. 
Qui, in questi primi giorni di luglio è in corso una grande, ardua, vivace riflessione collettiva che prende le mosse da AND AND AND, dall’incontro di frange di artisti, militanti, studiosi, gruppi informali, dalla moltiplicazione miracolosa di reazioni che scaturisce quando potenzialità e intenzioni si attivano nel confronto.
Noi siamo elefanti in cristalleria.
A spingerci giù dallo scoglio, a forzare il tuffo, sono Mattia e Corrado. E porteremo loro riconoscenza per averci costretto a quell’atto di coraggio goffo e scoordinato, la panzata.
La popolazione di casa di tutti è fatta di persone che non si incontrano tutti i giorni. Bisogna averne consapevolezza, si crescerà.
Le sedie richiudibili di legno sono quasi sempre messe in circolo e ci inseguono. La nostra residenza in Casa Cafausica è iniziata da quattro/cinque giorni. Li abbiamo passati ad ascoltare, discutere, scrivere e trascrivere, a metterci a disposizione, ad esplorare luoghi, persone, competenze, esperienze, provenienze, a leggere a voce alta. A fare i conti con i nostri corpi.
Il casale, il parco che lo circonda, la baia di Orte, i viaggi in macchina, le notti, sono teatro costante, continuo di confronto. È una danza collettiva, un corpo multiplo che balla. Le azioni e semplicemente vivere. Le colazioni, i pasti, l’approvvigionamento dei viveri sono ulteriore motivo di esame.

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Per noi è pane però. Motivo d’indagine proficuo, occasione di entrare e uscire da lì e cercare il territorio, non solo noi stessi.
L’idea che abbiamo è che il Salento abbia grande coscienza di luogo, identità peculiare, solida, definita, anche nella sua gigantesca declinazione agricola.  Conosciamo chi fornisce i prodotti per la cucina della Casa di Tutti, autogestita collettivamente.
Tra questi ci sconvolge, per tutta la vita, Vito, il Mago, il Mago Fracasso.
Nella sua cava di tufo ad Arnesano ha allestito un avamposto intricato come potrebbe essere un film di Leone e Jodorowsky. C’è tutto quanto quel che serve, scenografie, feticci e sculture, il caldo torrido, Oronzo e il maiale allo stato brado, la colonna sonora salentina dalle casse, le cicale che stordiscono, una natura feroce e irriverente di tutti, la cava metafisica. Ci sono i personaggi indimenticabili, Alessandro, Banderas, il subisso di ospiti che va e che viene. Qui trovarono motivo di stupefazione George Lapassade e Piero Fumarola.
Non stupisce.

Il Mago, Vito Patì ha messo in piedi intorno a questo Ritorno alla Terra, mercato, rete, laboratorio, eden ultra-pagano.
Incontriamo anche Giuseppe Pellegrino di Piccapane, progettualità, azienda agricola e biosteria, come si usa dire, a Cutrufiano; produce in regime biologico olio extravergine d’oliva, olive, prodotti orticoli, cereali e relativi trasformati.
Giuseppe, salentino e bocconiano torna alla terra e agli ulivi di famiglia dopo esperienze di lavoro come consulente aziendale. Ci racconterà la sua storia e quella delle sue zone facendoci fare assaggio dei suoi meloni e dei tarallucci accompagnandoli a un vino che amiamo: lo Skietto di Jutta e Mimmo, primitivo in purezza. L’assaggio aiuta a convincere. Un viaggio fino a Pantun per dire di più chi siamo a questa popolazione che abita la casa di tutti, cos’è La Terra Trema.

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TUTTI QUELLI CHE SIAMO | assemblé
Passa qualche giorno e partiamo. Stretti tra di noi ché una delle tre auto ci ha lasciato malevola sul viale alberato, alla partenza.
Il viaggio è lungo, uno stiletto da Lecce verso Taranto.
Cantina Pantun si trova a quasi quattrocento metri sul livello del mare circa. Mottola, oltre Massafra, ai piedi del Parco naturale regionale della Terra delle Gravine, una trentina di chilometri a nord di Taranto.

FERITE E PRODIGI | couple
Attraversiamo Taranto. Il territorio attraversato è ancora volto di questa nazione, ferite e prodigi.
La traccia è segnata dalla linea rossa e arancione, rugginosa, di Ilva. Polveri, diossina, velenoso slopping, tubature.
Poi l’orizzonte si apre al Parco. Tutto cambia.
La strada che porta a Pantun è tortuosa e stretta.
Ci perdiamo tra le arterie carsiche delle colline murgesi. Intorno mandorli acerbi, fichi, cotogno, lentisco e fichi d’india.
Finalmente ci siamo, Contrada Pantoni. Dopo le curve, su in cima, la cantina al centro e la casa, a sinistra.
Finalmente! dice Mimmo. Capitiamo bene. Avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse con la diraspatrice. L’ho appena presa che la vecchia era troppo piccola.
È un macigno pesantissimo, da tirare giù dalla sua vecchia station wagon.
Salutiamo Mimmo e Jutta, incontriamo Hanna, bellissima figlia dodicenne a cui piace scrivere.
Giuseppe è appena partito per la Germania a cercare fortuna, a fare esperienza, ci informa Mimmo. Giuseppe è il figlio maggiore, ha appena sedici anni ma è già partito all’avventura e ora sta lavorando in una pizzeria.
È ora di pranzo, la nostra puntualità da questo punto di vista comincia a diventare, almeno in cuor nostro, imbarazzante. Fortuna vuole che Mimmo sia alle prese con la visita di un delegato di una guida. Jutta ci dice, mangiate qualcosa nel frattempo. Friselle e pomodori dell’orto di Jutta, i capperi, le mozzarelle del luogo.
Jutta è una donna disarmante, lo sguardo è dolce e attento e fa suonare ancor più buffi i duri toni teutonici mischiati al dialetto pugliese.
Mimmo ci porta sul tetto di casa. Il cielo è limpido contaminato dal volo basso di caccia militari, forse americani, li vediamo sfrecciare tra le colline.
Se sta succedendo qualcosa, qui, lo capiamo prima di tutti.
Ancora ferite tra i prodigi. Non solo Ilva a trenta chilometri.
Martina Franca è stata sede del 3° ROC, centro operativo della NATO; Gioia del Colle il quartier generale; Mottola custode in piena guerra fredda di missili a testata nucleare, gli Jupiter, decine di volte più potenti dell’ordigno scagliato su Hiroshima.
Per un bel pezzo il territorio convisse con quel segreto, evidentissimo a cielo aperto.
Per un arrocco, le geografie della paura e del controllo cambiarono, nel 1963 la base di Mottola fu smantellata. Le tracce insane e velenifiche di quella elezione a vedetta d’Italia degli allineati sono ovviamente rimaste.

Scendiamo, dalla stretta scala e travolgiamo Anna Maria, mamma di Mimmo, che si è appena alzata dopo aver un poco riposato. Uscendo come formiche dalla porticina che fa accedere al tetto ci presentiamo: armeno/iraniani, palestinesi, abbiatensi, albairatesi, indiane erranti, spagnoli ormai newyorkesi, catanesi, lucchesi e tarquiniesi. Io sono nata a Mottola e sempre a Mottola so’ stata.
Mimmo e Jutta hanno partorito Cantina Pantun nel 2000.
Matti! dissero loro.
Non c’erano ancora figli, solo sogni da esaudire e inquietudini da reprimere. Non avevano niente, non c’erano aiuti.
Il primitivo, primo amore, volevano farlo per bene. Non troppo distante da Mottola a Francavilla Fontana, dal 1985, là dove geograficamente inizia il Salento, Urupia provava a scardinare visioni incatramate di agricoltura e di vino, di socialità e politiche, con la lucida consapevolezza che non nelle certificazioni, nelle etichette virtuose si trovava la soluzione, la svolta.
Pantun nacque da volontà non troppo dissimili. Dare spazio a pulsioni comunarde e libertarie, a riflessioni corali, alla collettivizzazione del sentimento di proprietà.
Ma Mottola non è il Salento, i tempi sono più lunghi. Come succede, responsabilità, oneri, presa in carico si restringono a un emisfero per lo più familiare, quello di Mimmo e Jutta. Succede ma loro non mollano.

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Mimmo, Domenico Caragnano, era ed è un verace mottolese, con esperienze di lavoro all’estero e in Italia.
Jutta Benneker arrivava dalla Germania, da pratiche politiche mitteleuropee, besetzer e operaia in una tipografia autogestita.
All’inizio è dura, hanno piantato nuove vigne, alberi da frutto, hanno da gestire ulivi, ma si va avanti, tra clandestinità e sacrifici, trovando approdo nelle economie di prossimità, nelle famiglie, nei paesani, tra conoscenti che cominciano ad acquistare quel vino e – soprattutto – trovando rifugio, sostegno, possibilità economiche importanti in quella svolta politica degli spazi dell’autogestione quando cominciano a guardare negli occhi agricoltura e agricoltori. La Terra Trema, Enotica, L’Enoteca del Forte Prenestino fanno tanto per le delicate economie di Pantun, ci tiene a dire Mimmo per l’ennesima volta.

Affrontiamo le vigne, appena sfalciate. Le hanno impiantate loro stessi nel corso di questi diciotto anni e ricambiando via via quel che si perdeva su selezione massale.
Mimmo conosce a memoria quelle piante, con l’apertura delle mani conta le potature e ce ne dice gli anni.
La vigna è bella, il verde è più vivido sui gialli delle erbe secche. Poi ci siamo noi, dalla casa di tutti, uno stuolo di persone, lingue, altezze, vestire che rende tutto surreale e grandioso.
Chiudiamo il cerchio attraversando le vigne.
Nella cassetta della posta in prossimità del vialetto d’ingresso il postino ha appena lasciato L’Almanacco. Consegna a domicilio.

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ENCORE | assemblé
Si chiama “primitivo” ma vuole attenzione, quasi tutto impianto ad alberello pugliese rivisitato, da non caricare troppo in fase di potatura, poca resa, cinquanta quintali per ettaro con sei gemme, un chilo di uva per pianta.
In vigna Mimmo e Jutta assecondano le intenzioni delle piante, poco intervento, il necessario (zolfo, idrossido di rame, propoli ed estratto di timo), il giusto. L’episodio dell’oziorinco è esemplare.
Sovesci di trifoglio, orzo, favino per concimare, ogni quattro/cinque anni usavano letame biologico ma adesso hanno scelto di non usare più materia di origine animale.
L’attitudine in cantina è la stessa. Lasciar fare il più possibile alle uve, che arrivano in cantina sane e ben mature. Dopo pigiatura e diraspatura rimangono in fermentazione un tempo variabile, una settimana, dieci, venti giorni. Il vino passa in acciaio, qualcuno poi va in cemento oppure in botte oppure dritto in bottiglia. Ripetuti travasi per stabilizzare. Poco altro.
Col tempo Mimmo e Jutta hanno lasciato spazio alle intuizioni, alle curiosità da saziare, al gioco. Ora possono permettersi il lusso. Anche di amare altri vitigni, altre varietà. Verdeca, Malvasia, Bianco d’Alessano, Greco.
Pantun si è fatta spalle larghe con umiltà e rigore, senza perdere l’indole selvatica, senza cedere a fronzoli. Tutto dice che hanno fatto da soli, senza aiuti, incentivi, bandi a supporto e, col formalismo dei burocrati, con gli editti proferiti dai funzionari hanno fatto i conti con indole da ariete.
Una delle ultime riguarda l’olio da varietà leccino, coratina, cima di Melfi e che a Pantun è vanto meritatissimo. È contenuta nel decreto Martina e riguarda le “misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xylella fastidiosa”.
Ma se quando dici misura intendi veleno hai poco da aspettarti. Da qui in poi le Puglie sono un manto verde e argento interminabile di ulivi. Significa avvelenare ogni cosa, significa avvelenare tutti.
Se poi sei biologico le proposte sono anche derisorie: trattamenti all’olio essenziale di arancio dolce, rimedio costosissimo e per molto tempo senza un lasciapassare ufficiale da parte del Ministero stesso.
Di fronte alla cecità delle misure legislative gli olivicoltori pugliesi hanno preso ad agire collettivamente altrimenti c’era da perdere storia, paesaggio, lavoro, cultura.
Senza negare il problema ma affrontandolo, hanno messo in campo e sviluppato competenze e nuove pratiche, altissime.
E, come è naturale, proteste e atti di disobbedienza sono andati a sostenere e a sommarsi ad altre lotte, territoriali, ma non soltanto. Movimento NO TAP, Val Susa, Zad di Notre Dame des Landes, Oxi Aerodromio Sto Kastelli collettivo di cittadini e contadini che si oppone all’aeroporto “a Kastelli a Creta“, una rete indispensabile.

Salutiamo Mimmo, Jutta, Anna Maria, Hanna, sono alle prese con una video-chat con Giuseppe in Germania. L’entusiasmo per l’esperienza del figlio è vivace e novecentesco, andare a cercar fortuna. Noi pensiamo che la fortuna sia lì, davanti al nostro grosso naso, tra l’orto, i filari, le anatre, i racconti scritti da Hanna ma si può ben pensare il contrario, a sedici anni.

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da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 10
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 7 novembre 2018

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