Ode al corpo danzante
Il dominio sul corpo è strumento capitalista di controllo e di asservimento al pari della sottomissione delle terre e di quanto queste producono. 
Riappropriazione di corpi e di terre, di bisogni e di desideri sono – per questo motivo – materia prima indispensabile.

di Silvia Federici
fotografie di Mattia Pellegrini
traduzione di Irene Maccagnani

La storia del corpo è la storia degli esseri umani; non esiste pratica sociale o culturale che non venga applicata al corpo. Anche se ci limitiamo a raccontare la storia del corpo nel capitalismo il compito rimane arduo, tanto estese sono state le tecniche utilizzate per disciplinarlo, in continuo cambiamento, in base all’alternarsi dei regimi lavorativi a cui i nostri corpi sono stati sottoposti. Non abbiamo, inoltre, un’unica storia del corpo ma diverse storie: la storia del corpo dell’uomo, della donna, del salariato, dello schiavizzato, del colonizzato.
Si potrebbe dunque ricostruire una storia del corpo descrivendo le diverse forme di repressione che il capitalismo ha attivato per reprimerlo. Ho invece deciso di scrivere del corpo e dei suoi poteri – il potere di agire, di trasformarsi e trasformare  –  il corpo come terreno di resistenza.
La tendenza a concepire il corpo come prodotto discorsivo, socialmente costruito e performativo, ha celato il fatto che il nostro corpo è un crogiolo di forze, capacità e resistenze, che si sono sviluppate nel corso di un lungo processo di coevoluzione con l’ambiente naturale e con pratiche intergenerazionali, che lo hanno reso un limite naturale allo sfruttamento.
Mi riferisco con questo alla struttura di bisogni e desideri creati in noi non solo dalle nostre scelte consapevoli o da pratiche collettive ma da milioni di anni di evoluzione naturale: il bisogno di sole, di cielo azzurro e del verde degli alberi, dell’odore dei boschi e degli oceani, il bisogno di toccare, annusare, dormire, fare l’amore.
Questa struttura accumulata di bisogni e desideri, che per migliaia di anni è stata la condizione della nostra riproduzione sociale, ha posto dei limiti al nostro sfruttamento, ed è un ostacolo che il capitalismo ha incessantemente cercato di superare.
Il capitalismo non è il primo sistema basato sullo sfruttamento del lavoro. Tuttavia, più di qualsiasi altro sistema nella storia, è quello che ha fatto del lavoro l’elemento più essenziale, la base stessa dell’accumulazione. E come tale è stato il primo sistema sociale a fare della regimentazione e meccanizzazione del corpo una premessa chiave per l’accumulazione della ricchezza. Infatti uno dei compiti sociali del capitalismo, dai suoi inizi al presente, è stata la trasformazione delle nostre energie e della nostra forza corporea in forza lavoro.
In Calibano e la Strega ho esplorato le strategie che il capitalismo ha impiegato per espletare questo compito e rimodellare la natura umana, nello stesso modo in cui ha rimodellato la terra per rendere il terreno più produttivo e trasformare gli animali in fabbriche viventi. Ho parlato della storica battaglia che ha ingaggiato contro il corpo, contro la nostra materialità , e le numerose istituzioni che ha creato a questo scopo: la legge, la frusta, la regolamentazione della sessualità, oltre a una miriade di pratiche sociali che hanno ridefinito il nostro rapporto con lo spazio, con la natura, con gli altri.
Il capitalismo è nato dalla separazione degli esseri umani dalla terra, e il suo primo compito è stato di rendere il lavoro indipendente dalle stagioni e di estendere la giornata lavorativa oltre i limiti della sopportazione. Generalmente si sottolinea l’aspetto economico di questo processo, la dipendenza economica che il capitalismo ha creato dai rapporti monetari e il suo ruolo nella formazione  di un proletariato salariato. Ma si sono spesso ignorate le conseguenze che questa separazione dalla terra e dalla natura ha avuto per il nostro corpo, che è stato impoverito e spogliato dei poteri che le popolazioni nelle società pre-capitaliste gli attribuivano.
La natura è il nostro corpo inorganico e ci fu un tempo in cui potevamo leggere i venti, le nuvole, e i cambiamenti nelle correnti dei fiumi e dei mari. Nelle società pre-capitaliste si pensava che gli uomini avessero il potere di volare, di vivere esperienze extra-corporee, di comunicare, parlare con gli animali, di acquisire i loro poteri e addirittura le loro sembianze. Si pensava inoltre che si potesse essere in più luoghi contemporaneamente e, per esempio,  tornare dalla tomba per vendicarsi dei propri nemici.
Non tutti questi poteri erano immaginari. Il contatto quotidiano con la natura era fonte di una grande conoscenza di cui sono testimonianze sia la rivoluzione alimentare che ha avuto luogo, soprattutto nel continente americano prima della colonizzazione, sia la rivoluzione nelle tecniche della navigazione. Sappiamo, per esempio, che le popolazioni polinesiane affrontavano il mare grosso di notte usando unicamente il loro corpo come compasso, riuscendo a captare dalle vibrazioni delle onde come impostare la rotta delle imbarcazioni verso terra.
Fissare lo spazio e il tempo è stata una delle più elementari tecniche che il capitalismo ha impiegato per imporsi sul corpo. Ne sono prova le persecuzioni contro i vagabondi, i migranti, e i senzatetto che attraversano la sua storia. La mobilità è una minaccia se non è attuata a scopi lavorativi, in quanto implica la circolazione di conoscenze, esperienze e lotte. Nel passato gli strumenti restrittivi erano le fruste, le catene, i ceppi, la mutilazione e la schiavitù. Oggi, oltre alla frusta e ai centri di detenzione, ci sono la sorveglianza informatica e la periodica minaccia di epidemie come strumenti di controllo del nomadismo.
La meccanizzazione – la trasformazione del corpo, maschile e femminile, in una macchina – è stata uno dei progetti più’ accaniti e più’ strutturanti del capitalismo. Anche gli animali oggi sono trasformati in macchine, e così le scrofe raddoppiano le cucciolate, le galline producono flussi ininterrotti di uova e i vitelli non fanno in tempo ad alzarsi sulle gambe prima di essere portati al macello.
Non posso qui evocare tutti i modi in cui la meccanizzazione del corpo è stata perpetrata. Basti dire che le tecniche di cattura e dominio sono cambiate a seconda dei regimi lavorativi dominanti e che le macchine sono state elevate a modello per il corpo.
Troviamo dunque che nel sedicesimo e diciassettesimo secolo (l’era della manifattura) il corpo era concepito e disciplinato secondo il modello di semplici macchinari, come la pompa o la leva. Questo regime culminò con il Taylorismo, lo studio del tempo-movimento, in cui ogni movimento veniva calcolato e tutte le energie corporee erano incanalate nell’espletamento di determinati compiti. La resistenza veniva qui considerata come una forma di inerzia, il corpo come un ottuso animale, un mostro immune ai comandi.
Con il diciannovesimo secolo, invece, troviamo una concezione del corpo e delle tecniche disciplinari modellate sulla macchina a vapore, la cui produttività è calcolata in termini di input e output, e la parola chiave è l’efficienza. In questo regime, la disciplina del corpo viene ottenuta mediante restrizioni dietetiche e il calcolo delle calorie necessarie al corpo lavorante. Il culmine, in questo contesto, fu la tabella nazista che specificava le calorie necessarie per ogni tipo di lavoro svolto. Qui il nemico era la dispersione di energia, l’entropia, lo spreco, il disordine. Negli Stati Uniti, la storia di questa nuova economia politica ha avuto inizio verso il 1880 con gli attacchi ai saloon e la costruzione di una nuova famiglia proletaria con al centro la casalinga a tempo pieno vista come strumento anti-entropico, sempre a disposizione, pronta a ripristinare i pasti consumati, i corpi di nuovo sporcati dopo il bagno, i vestiti rammendati e nuovamente strappati.
Nella nostra epoca, i modelli del corpo sono il computer e il codice genetico, creatori di un corpo smaterializzato, disaggregato, concepito come un agglomerato di cellule e geni, ciascuno con il suo programma, indifferente agli altri e al bene del corpo inteso come unità. Questa teoria del “gene egoista”, ossia l’idea che il corpo sia composto da cellule e geni individualisti, che seguono un proprio programma, è una perfetta metafora della concezione neoliberale della vita, dove il dominio del mercato si oppone non solo alla solidarietà di gruppo ma anche alla solidarietà con noi stessi. Di conseguenza il corpo si frammenta in un ingranaggio di geni egoisti, ciascuno intento a perseguire i propri scopi egoisti, indifferenti al bene comune.
Interiorizzando questa visione ci assoggettiamo a una profonda esperienza di auto-alienazione, trovandoci ad affrontare una bestia non solo sorda ai nostri ordini ma portatrice di micro-nemici radicati nel nostro corpo, pronti ad attaccarci in qualsiasi momento. Intere industrie sono state costruite sulle paure che questa lettura del corpo genera, lasciandoci in balia di forze che non possiamo controllare. Inevitabilmente, interiorizzando questa visione, non ci piacciamo. Il nostro corpo ci spaventa e lo ignoriamo.
Non ascoltiamo le sue richieste ma prendiamo parte all’assalto con tutte le armi che la medicina ci offre: raggi, colonoscopie, mammografie, tutte armi nella lunga battaglia contro il corpo che ci vede impegnati nell’assalto piuttosto che nel tentativo di portare il corpo lontano dalla linea di fuoco. In questo modo ci prepariamo ad accettare un mondo che trasforma le parti del corpo in beni di consumo per il mercato, e percepisce il corpo come un ricettacolo di malattie: il corpo come pestilenza, il corpo come fonte di epidemie, il corpo senza ragione.
La nostra lotta deve quindi iniziare con la riappropriazione del corpo, la rivalutazione e riscoperta della sua capacità di resistenza, e la celebrazione dei suoi poteri, individuali e collettivi.
La danza è centrale a questa riappropriazione. Essenzialmente, l’atto di danzare è un’esplorazione e invenzione di ciò che il corpo può fare: le sue capacità, i suoi linguaggi, l’articolarsi delle sue pulsioni. Credo che ci sia una filosofia insita nella danza, in quanto essa imita il processo con cui ci rapportiamo al mondo, ci leghiamo agli altri, trasformiamo noi stessi e lo spazio circostante.
La danza ci insegna che la materia non è stupida, non è cieca, non è meccanica, ma ha i suoi ritmi, il suo linguaggio, e si attiva e organizza autonomamente. I nostri corpi hanno ragioni che dobbiamo imparare, riscoprire, reinventare. Dobbiamo ascoltare il loro linguaggio che ci indica la strada verso la nostra salute e la guarigione della terra. Costitutivo del corpo, indistruttibile, estinto solo dalla morte, il potere  dell’affettività, il potere di essere mossi e di muovere ha  un valore politico: la capacità di trasformarsi, trasformare gli altri e cambiare il mondo.

 

Traduzione di In praise of the dancing body

Silvia Federici è attivista, insegnante, filosofa femminista.
Ha insegnato presso l’Università di Port Harcourt in Nigeria e all’Hofstra College a New York. Ha contribuito alla fondazione del Wage for housewife e della Radical Philosophy Association.
Tra i suoi scritti pubblicati in Italia: Il punto zero della rivoluzione. Lavoro domestico, riproduzione e lotta femminista (2014), Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (2015), Reincantare il mondo. Femminismo e politica dei commons (2018).

fotografie di Mattia Pellegrini

da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 09
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 1 agosto 2018

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