Il sud, il vino e il contadino 
Capita che la conoscenza di un preciso territorio passi attraverso le domande che il suo vino riesce a porti. E dalla voglia che hai di rispondere. 

testo di Andrea Bottalico
illustrazioni di Cyop&Kaf e La Terra Trema 

Mio padre ha conosciuto Ugo una decina di anni fa, quasi per caso, mentre si aggirava in cerca di vino sfuso. Non si può dire che fosse nel luogo sbagliato ai fini di quella ricerca: era circondato da enormi distese di filari, da colline morbide e verdi, dai monti del Taburno. Si trovava nelle terre dei Sanniti, provincia di Benevento, territorio noto come la Valle Telesina. Era diretto verso un paese di quindici chilometri quadrati di superficie totale, di cui undici sono ricoperti da vigneti. Il paese più vitato della regione, dicono. Per raggiungere Castelvenere aveva superato i ponti della valle passando sotto l’acquedotto che fornisce l’apporto idrico alla reggia di Caserta. E poi era andato verso l’entroterra campano, l’Alentejo di noialtri. 

Non è chiaro come sia stato proprio Ugo a essere designato come suo fornitore di vino. L’unica cosa certa è che da un giorno all’altro a tavola c’era sempre una bottiglia del suo vino. “Questo è Barbera di Ugo di Castelvenere”. Poche parole per raccomandare a chi si apprestava a bere che quel vino proveniva da una fonte affidabile, dai pregi e dai difetti autentici. Non si sapeva altro, se non che la barbera del Sannio non ha niente a che vedere con quella piemontese, che c’è chi parla di un vitigno misterioso e che ognuno ha la propria versione dei fatti al riguardo. Di certo si conosce la sua genuina bontà. Il colore rosso cupo, tendente al viola. Il sapore corposo, robusto e di sostanza, fruttato, dolce come un cesto di ciliegie quando ci metti la testa dentro. Il profumo di lavanda che per un attimo si cristallizza e poi s’espande e ridiventa morbido. 

Sembrerà stucchevole ma per anni ho bevuto il Barbera del Sannio di Ugo, e per anni ho associato a quel vino, a quel sapore, l’idea di casa – una casa sempre più estranea, che sento quasi di non avere più. Le bottiglie sfuse di quel vino hanno viaggiato con me, hanno raggiunto i luoghi in cui ho vissuto negli ultimi quindici anni. Partivano per Bologna insieme alla pizza di scarola ai tempi dell’università. Arrivavano in Normandia, quando vivevo a Rouen, e poi a Marsiglia, a Napoli, a Milano, ad Anversa. Le ho portate appresso come una fotografia nel portafogli. Oppure mi sono arrivate come una cartolina. Il sentimento che provo verso il vino di Ugo il contadino potrebbe essere riassunto in quel rapporto conflittuale che vivo con il territorio da cui provengo. Lo stesso sentimento che Vittorio Bodini, poeta pugliese che tradusse il Don Chisciotte di Cervantes, aveva espresso in versi di una sua vecchia poesia: 

Qui non vorrei morire dove vivere
mi tocca, mio paese,
così sgradito da doverti amare;
lento piano dove la luce pare
di carne cruda
e il nespolo va e viene fra noi e l’inverno.

Con il tempo ho imparato la strada per raggiungere Castelvenere. Andare a prendere il vino diventava un pretesto – quando tornavo a casa – per conoscere meglio ed esplorare il territorio circostante, l’entroterra di cui quel vino era espressione. Non lontano da Castelvenere c’è Guardia Sanframondi, laddove ogni sette anni penitenti incappucciati in processione impugnano in una mano una croce e in un’altra una spugna pregna di vino, piena di aghi, che battono sul petto sanguinante. Ancora oltre si raggiunge San Lupo, piccolo paese al centro di un tentativo d’insurrezione anarchica. Proprio all’ingresso del paese, sul muro della Taverna Jacobelli, una targa: “Da questo luogo il 4 aprile 1877 mossero gli anarchici del gruppo di Cafiero e Malatesta, divisando un moto insurrezionale di libertà per le genti del meridione d’Italia. Qui nacque un sogno di riscatto rimasto senza compimento”. Oltre ancora c’è Letino, pure teatro di quell’insurrezione tentata dalla banda del Matese, che occupò il municipio, bruciò i titoli di proprietà e distrusse il contatore della tassa sul macinato. Si dice che Cafiero lesse il Manifesto di Marx, e in una lettera che gli inviò scrisse che certo, era un’opera bellissima e incisiva, ma che i contadini non l’avrebbero mai capita. Allora Cafiero pensò di scrivere “Il compendio del Capitale” per quei contadini che avrebbero dovuto liberarsi una volta per tutte dalle catene dello sfruttamento, della miseria, della prevaricazione e dell’insulto. A sud come in altri luoghi. La leggenda narra che Cafiero dal carcere inviò una copia del compendio a Marx, che gli rispose in tal modo: “Caro Cafiero, grazie infinite. Finalmente ho capito il Capitale!”.

Ogni tanto accompagnavo mio padre a prendere il vino da Ugo. Raggiungevamo Castelvenere dopo una mezz’ora abbondante. Parcheggiavamo la macchina appena fuori casa sua, urlavamo ad alta voce il suo nome. Dei cani abbaiavano da lontano riecheggiando nel silenzio delle vallate. Ugo usciva di casa all’improvviso, e se non usciva lui qualcuno della famiglia si affacciava per poi chiamarlo. Quando non era in casa o in campagna era a fare le prove con la banda di paese – Ugo cantava come baritono. La faccia rossa, le guance ancora più rosse, la voce profonda, corpo e mani robuste, vestiti sempre sporchi di campagna e un accento aspro. Una pancia rotonda ma soda. Ci faceva assaggiare il vino mentre raccontava come era andata l’ultima vendemmia, con sincerità spiegava le caratteristiche di quel vino che produce da sempre a Castelvenere, “paese natale del Vescovo Barbato, quello che fece convertire i Longobardi al Cristianesimo” – diceva. Dopodiché riempivamo le taniche e rientravamo verso casa un po’ ebbri, con quel sapore di frutti di bosco ancora in bocca. 

Sono immagini che conservo, quella di Ugo il contadino, di Castelvenere e del sapore di Barbera del Sannio; quella del paesaggio Sannita, dei battenti di Guardia Sanframondi, degli anarchici di San Lupo, Letino, Gallo Matese, mentre penso ai versi rassegnati di Vittorio Bodini:

Tu non conosci il Sud, le case di calce
da cui uscivamo al sole come numeri
dalla faccia d’un dado.

 

 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 07
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 25 aprile 2018

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