ITALIA ARDE(CORE) | di Laura M. Alemagna e Paolo Bellati

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ITALIA ARDE(CORE)

Agosto 2017, la terra spinge e le vigne chiamano alla vendemmia prima del solito.
Ci immergiamo in un mare immenso. Vignaioli, agricoltori, storie indicibili, cultura materiale pura, memoria reale
di una nazione arsa dal sole

di Laura M. Alemagna e Paolo Bellati
fotografie di Laura M. Alemagna

 

A volte si ha la sensazione che l’Italia sia un paese triste, depresso, perso e malato, destinato a un futuro tremendo. Del resto il mondo che abitiamo sembra non darci vie di uscita.
Poi succede che macini chilometri, prendi una strada poco battuta, ti inerpichi tra montagne, colline, strade sterrate, salite e tornanti e scopri che c’è un’altra Italia, un altro mondo.
Succede che lì incontri uomini e donne dal coraggio inaudito, presi a costruire basi di resistenza solide, reali. Custodi ostinati di un sapere inestimabile costruiscono senza affabulazioni un futuro lontano dalla società artificiale. Giovani, non solo giovani, determinati e volenterosi che scommettono tutto quanto ciò che hanno per realizzare esperienze che non siano soltanto una questione privata.
Comunità, relazioni, fatiche quotidiane che serve conoscere di persona, che occorre supportare e sviluppare, che sono lì pronte, a raccontarsi, a farsi ascoltare. L’estate del 2017 ci ha regalato questa e altre consapevolezze e il merito va a chi ci ha accolto e spiegato. Siamo partiti a fine agosto con l’idea di arrivare fino a Minervino di Lecce e raggiungere una cara amica, Melania Del Santo, astrofisica tosta, conosciuta calcando le strade per l’isola di Santo Stefano per Liberi dall’ergastolo. Saranno 1424 km, all’andata. Un tragitto costellato di tappe studiate tra questioni affettive e produttori che partecipano a La Terra Trema.
La prima tappa è per l’appunto luogo d’affezione. Toscana, Radicondoli (Siena), un borgo medioevale splendido abitato da mille anime, siamo ospiti da amici artisti e artigiani: Ammos, lampade e quadri onirici.
Radicondoli è bella e merita un viaggio, molti lo sanno. Aperta e accogliente come i sogni di Alessandro e Viviana, come la loro bottega, le vite gioiose che si muovono tra i vicoli, come Le notti di Giove, festa periodica che anima la città in estate con un insieme interminabile di altre cose.
Radicondoli ha mille abitanti con altrettante storie da raccontare e sondare.
Ad esempio c’è Tommaso Vatti, detto Tommi, e dietro di lui c’è La Pergola.
Tommaso è uno che lavora sodo e studia molto, con passione e voglia di sperimentare sempre, pronto al confronto e sensibile agli stimoli.
La Pergola è un ristorante storico.
Forse la madre di Tommaso (e di Ghigo) è l’inizio di tutto, forse lo è la sua cucina toscana preziosa e verace. A La Pergola Tommi prepara pizze di qualità, in pala, al padellino, con materie prime ricercatissime e di prima prossimità (hanno pure un orto da cui attingere a quelle della Pergola), farine esclusivamente macinate a pietra e impasti fatti rigorosamente con lievito madre, lievitazioni molto lunghe (anche di trenta, cinquanta ore).
La cura di Tommi nel preparare le sue pizze è maniacale così come la ricerca degli ingredienti a contorno. Parlare con lui di impasti e lievitazione è perdersi in un fiume in piena e ritrovarsi a figurarsi l’idrolisi degli amidi o ad immaginare la forma di una sacrosanta carta degli oli extra vergini d’oliva.
Dopo una giornata di lavoro, è facile trovarlo in chiusura tra i tavoli della bella terrazza assorto a ragionare fitto di salubrità e gusto dei grani.
In estate Radicondoli freme, per tanti è il periodo di lavoro più intenso, verrà l’inverno e la quiete ma questi sono i mesi di ripopolamento, arrivano turisti, facce vecchie e nuove si affacciano in città. Una rete eterogenea di abitanti, associazioni, professionisti di ogni sorta si confronta e organizza, festival, musica, ricerca. È coinvolgente e consolidato. Un tempo anche Luciano Berio aveva trovato qui rifugio e si era fatto trascinare tra le strade strette.

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Lasciamo Radicondoli per dare inizio a questo viaggio verso sud, oltre questa cittadina ormai familiare le cose ci sono per lo più sconosciute. Attraversiamo i monti del Chianti in auto, il panorama è scandito dalle tipicità conclamate del territorio: urbanizzazione vitata, moltitudini di cartelli in lingua inglese che invitano i turisti a fermarsi a degustare i vini di quella e quell’altra cantina.

TASTING! WELCOME! Benvenuti sulla strada del Chianti Classico.
Il gallo nero del consorzio gorgheggia.
L’Arno è alle spalle, la meta è Loro Ciuffenna (Arezzo). Alle pendici del Pratomagno, 500 metri sul livello del mare, ci aspetta Daniele Corrotti, vignaiolo dell’azienda Sàgona, sotto una tettoia che è un’oasi fiorita e fresca nel caldo torrido di agosto.
Va detto subito che l’azienda è intestata a Daniele ma che Sàgona è un progetto collettivo e che l’impronta salta all’occhio immediatamente.
Una decina di persone ruota intorno a questa esperienza che oltre alla coltivazione di viti, ulivi, seminativi, alberi da frutto e un po’ d’orto, porta avanti la piccola e bellissima osteria ove si utilizzano solo prodotti dell’azienda e di altri produttori del territorio a raggio strettissimo.
All’osteria si aggiunge il lavoro alla bottega aperta dall’Associazione dei Produttori del Pratomagno a Loro Ciuffenna. Una declinazione ulteriore della vocazione collettiva e reticolare di questo nugolo operoso di persone e delle complesse riflessioni su cui si sofferma: qualità, tempi e valore monetario del proprio lavoro, territorio, salvaguardia e questioni ambientali e poi riappropriazione a piena voce di un’idea di cultura, non artefatta, non scontata, non subita.

Sicchè
Daniele c’è stato sempre, fin dall’inizio, è uno che conosce bene il percorso di Critical Wine e de La Terra Trema. Prima come lavoratore della Cooperativa Agricola Paterna e da cinque anni è con noi con Sàgona.
La sfida intrapresa è enorme perché questa è la Toscana meno conosciuta anche se bellissima, anche se fuori dal turismo pettinato e di massa.
Il territorio del massiccio del Pratomagno negli anni ha subito un abbandono di popolazione più che significativo. Terre abbandonate e incolte, incuria, solitudine. Lì dove dormiamo noi si chiama Trappola, un borgo medioevale in pietra poco più sopra Sàgona, a 800 metri slm. Il paese è stupendo, nero, atmosfere quasi gotiche. In estate conta qualche centinaio di abitanti ma nel corso dell’anno questi si riducono a sei, tre coppie di anziani.
Daniele e gli altri hanno preso in affitto i terreni che coltivano e i caseggiati che hanno ristrutturato per farci cantina e osteria. Una grande sfida di ripopolamento produttivo, culturale, umano. Un lavoro immane: ridare vita all’abbandono. Il proprietario, un anziano contadino locale, è ben disposto nei confronti di questi ragazzi in controtendenza.
Il paesaggio e le vigne sono insoliti, si tratta di piccolissimi appezzamenti attorniati da boschi selvaggi. Siamo in altezza. I vigneti storici risalgono a metà degli anni ’70 e ai primi anni ’80: sangiovese, malvasia nera, canaiolo, ciliegiolo, colorino, petit verdot e altri vitigni misconosciuti. Daniele man mano ha sostituito le piante morte e sistemato i vigneti.
L’anno prossimo impianterà una nuova vigna: molto meno di un ettaro ma per Sàgona rappresenterà il vigneto più grande.

A Sàgona si fa anche l’olio evo
Monocultivar, moraiolo e leccino. C’è un piccolo frantoio, molto moderno, di loro proprietà dove molano la produzione di 3 ettari di ulivi. Quest’anno le olive sono poche. La siccità è stata un problema.
L’acqua a Sàgona non dovrebbe mancare, è zona valliva, il torrente Ciuffenna, poco distante, di solito è rigoglioso, fluente ma questi mesi torridi e maledetti non hanno lasciato scampo. La Toscana boschiva e collinare che abbiamo percorso parlava già da sola, boschi dai colori autunnali, orizzonti dorati e verde che emerge a stento. Siccità, piogge rarissime, arsura e climi torridi. Sono il nodo di un problema enorme che sta insidiando il lavoro di agricoltori di tutta Italia, da nord a sud; una preoccupazione che ritornerà nei racconti di ognuna delle aziende che andremo a visitare.
Le uve hanno ovviamente risentito della mancanza d’acqua e del troppo caldo; sono mature, alcuni grappoli appassiti dal sole, la vendemmia dovrà essere anticipata di un paio di settimane.
Non è solo l’annata, non è solo il 2017.
Con questo clima avverso è chiaro a tutti che bisognerà fare i conti, trovare altre strade percorribili; per tutti si fa pressante il bisogno di affrontare questi temi, per olio e vino e non solo.
Con Daniele ne parliamo fitto, iniziamo una discussione con l’augurio di darle un seguito che coinvolga più produttori e non solo, magari a La Terra Trema prossima. Parlare dei problemi di queste campagne, di parassiti, di siccità ma anche di qualità, del modo di produrre e trasformare in frantoio, delle normative, delle sofisticazioni, del prezzo, delle truffe, della distribuzione, del lavoro e del reddito. Bisogna prendersi il tempo di dire e ragionare.
La cantina di Sàgona è piccola e senza tecnologia. Niente temperature controllate, solo cemento, acciaio e barrique di secondo/terzo passaggio. Una scritta rossa EZNL sull’acciaio delle cisterne.

I loro vini a noi piacciono. Senza fronzoli. Quest’anno senza metterci d’accordo sia al Folletto25603 che al Leoncavallo abbiamo scelto questi vini per le rispettive carte dei vini della t/Terra.
Siamo lì. Volti, geografie, nazionalità, motivazioni, umori e generazioni si alternano avanti al nostro sguardo. Laboriosi si dedicano con piena coscienza a questa impresa. Un mondo condensato e attivo, un nucleo brulicante, in fermento continuo.
Le persone che animano Sàgona lavorano moltissimo ma ragionano di più. Credono nello sviluppo di progetti agricoli dal valore politico, sociale e comunitario. Vogliono valorizzare il territorio e avere vite dignitose. Un’alternativa percorribile per loro stessi e per il territorio. Para todos todo.
La sera in osteria è di una bellezza difficile da descrivere. Le storie raccolte nella giornata ora trovano il tempo di una narrazione più tranquilla, la tettoia fiorita è piena di vita, accogliente si riempie di voci, profumi, piatti ragionati all’inverosimile.
Tifiamo rivolta tifiamo rivolta tifiamo rivolta, tifiamo Sàgona.

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Destinazione Controguerra
Dalla Toscana del Pratomagno ci muoviamo verso l’Abruzzo, letteralmente ai confini con le Marche, destinazione Controguerra (Teramo).
Il paesaggio invita a perderci e lo facciamo, la nostra perdizione è proverbiale. Colline aperte e orizzonti lunghi. Superiamo il paese e subito arriviamo. Ad accoglierci c’è l’intera famiglia Fiore del Podere San Biagio.
Jacopo lo abbiamo conosciuto all’ultima edizione de La Terra Trema. Ci aveva colpito piacevolmente questo giovane vignaiolo tatuato e poi c’erano le innumerevoli lodi tessute da chi, lui e la sua famiglia, li conosceva bene. Per questo siamo a Controguerra. Neanche il tempo di un saluto e ci troviamo avvolti al tavolo da una famiglia allargata, Pietro, Antonietta, Jacopo e Valentina e sua mamma Paola. Siamo messi presto a mangiare porchetta, malgrado qui, per un rispetto connaturato al territorio, non si usi mangiare carne, ce ne
offrono di buonissima. Il bicchiere è già pieno di Cerasuolo, lu Cerasciole.
Jacopo e i suoi li cogliamo in un momento di quiete, hanno finito di pranzare, la mattina è stata faticosa e glielo si legge in faccia.
Hanno vendemmiato il piede di fermentazione del Pecorino. Piede che è stato pigiato con i piedi e che riposa in cantina in un tino in plastica in attesa della partenza della fermentazione. Pietro è il padre di Jacopo, nel giro di poco ci porta dentro la storia di questa azienda, di questo territorio e della sua agricoltura. Con il padre, Giulio, è stato pioniere di qualcosa che oggi è sulla bocca di tanti, nella pianificazione aziendale delle industrie semenziere e della Gdo, nei titoloni dei convegni istituzionali: i grani e i cereali antichi.
Partendo da zero negli anni ‘80 senza nessun supporto istituzionale, i Fiore misero in atto un incredibile lavoro di selezione, di ricerca e di sperimentazione in campo. Col farro e con i ceci, poi i grani Solina e Saragolla, tanto decantati e presidiati di questi tempi.
Oggi qui coltivano questi seminativi e li trasformano in farine grazie a un piccolo mulino a pietra aziendale. Farine di ceci, di farro e di solina usate per preparare pane, pasta e dolci.
Con generosità estrema sono diventati una banca sementifera, punto di riferimento essenziale per la ricchezza colturale e culturale del territorio. Chi ha bisogno di Solina e Saragolla sa che può chiedere a Pietro.
Tra le chiacchiere emerge netta la capacità profonda e radicata nel costruire reti di competenza, di scambio e reciprocità. Un’attitudine temprata dal tempo, efficace, duratura. In terre vessate da terremoti, nevicate insane, dalla follia incendiaria, in territori dove l’urgenza di fare e di vivere è stata troppe volte l’unico e brillante contrappunto al nulla, all’inerzia assopita di istituzioni, alla mera speculazione.
Le storie di Antonietta si srotolano nella memoria e compongono un tappeto di esperienze felici, sane, forti. Pura sapienza.
Podere San Biagio è anche agriturismo, una ventina di posti e una piccola piscina. La situazione è ruspante e autentica. Antonietta, la madre di Jacopo, con grande consapevolezza domina la cucina e sforna pietanze tipiche abruzzesi. La filiera, inutile dirlo, è territoriale e curata. Per la sera è presa a lavorare, preparerà risotto di farro ai funghi, brasato di Montepulciano, zucchini e formaggi fritti in pastella, una crostata con le sue stesse confetture.
Il cortile antistante la cucina, territorio di competenza di Antonietta, è segnato da piante di stramonio e datura, avvertimento e sigillo. L’Abruzzo è terra di streghe. Qui esistono, ne abbiamo avuto conferma ma sul resto della storia tocca tacere e invitarvi ad andare a scovarle in prima persona. Donne fiere, assennate, capaci di leggere i segni minimi mandati da cielo, vento e terra. Le loro mani sono capaci, straordinariamente aperte, i loro gesti sapienti, serbare e riserbare.
L’Abruzzo è terra di estremi, di là ci sono Borboni e Piemontesi, di qua briganti, serpari, streghe, diavolacci e santi pagani. Controguerra sembra tenere ancor più netti questi confini secolari.
La superficie coltivata dai Fiore è di dieci ettari, quattro di questi sono vitati.
Il metodo di coltivazione è biologico con l’utilizzo anche di pratiche biodinamiche. I vitigni sono passerina e pecorino per i bianchi (doc Controguerra), montepulciano per i rosati (doc Cerasuolo d’Abruzzo) e per i rossi (doc Montepulciano d’Abruzzo e docg Montepulciano d’Abruzzo Colline Teramane) anche assieme a un po’ di merlot e cabernet (doc Controguerra rosso).
Le campagne che ospitano questi vigneti sono bellissime. Sullo sfondo svetta il Gran Sasso, il mare si sente nell’aria, dietro le colline, intorno boschi, ulivi e distese di girasole; un’area umida accoglie biodiversità florofaunistica e varietà umane altrove impensabili. Ci addentriamo nel sentiero che circonda il laghetto, tra cespugli di equiseto scrutiamo improbabili pescatori sportivi cinesi intenti alla ricerca della carpa cosmica di Sanpei. Scambiamo qualche parola, sorrisi forzati, movimenti della testa. Sì, sì.
Anche qui la maturazione delle uve è già spinta, la vendemmia andrà anticipata di due, tre settimane, con tutto quello che ne consegue in termini di resa e tempi di lavoro. L’uva che sembra risentire è quella del Pecorino, alcuni dei grappoli esposti a sud sono appassiti dal sole.
Il pensiero fisso è come affrontare annate come questa, situazioni climatiche estreme sempre più ricorrenti che da insolite sembrano diventare la normalità.
Fuori di qui, nel mondo ipereale e mainstream, l’Università Statale di Milano pubblica proprio in questi giorni sulla stampa nazionale la soluzione a portata di mano e di portafoglio: il professor Scienza in partnership con Winegraft ha creato i portainnesti di generazione M che permetteranno alle viti di resistere alla siccità e di far fronte al riscaldamento globale, sarà una viticultura post-moderna. Mercato e università sono già pronti a mettere a profitto la calamità naturale indotta, percepita e/o reale del secolo.
Ci penseranno Cantine Ferrari (presidente di Winegraft) e i soci Zonin, Bertani Domains, Banfi e Settesoli. Non fatevi domande, non cercate altre soluzioni. Grazie alla Scienza, all’Università e alle aziende filantropiche la viticoltura italiana sarà salva. Le barbatelle sono già pronte!
Uan ciù uan ciù arriveme nù.
uan ciù uan ciù, pecchè nu seme nù.
uan ciù uan ciù arriveme nù.
uan ciù uan ciù ma che cazza vù?
La cantina dei Fiore è bella, tecnologica quanto basta, meccanica e manuale il necessario: pigia diraspatrice, torchio tradizionale con gabbie in legno, temperature controllate in fermentazione, acciaio e legno grande (botti da 30 ettolitri). Quest’anno arriveranno due anfore in terracotta per sperimentare nuovi affinamenti. La curiosità per questo nuovo percorso è tangibile.
Anche il vino di Jacopo, Controguerra Pecorino doc Migrante, è sulla nostra Carta dei vini della t/Terra al Folletto25603, ha la freschezza selvatica di questa famiglia che ora è difficile togliersi dalla testa bevendone. Salutiamo la famiglia Fiore per intraprendere la strada verso Gioia del Colle, nella Murgia pugliese, Tenuta Patruno Perniola. Ci attendono Paolo e Rosanna.
L’Abruzzo lo attraversiamo d’un fiato. Il panorama scorre e cambia. Focolai di incendi. Terre rosse e cupe, campi gialli arsi dal sole. La corsa all’eolico ha seminato ovunque alte torri e pale gigantesche. Si stagliano prepotenti verso il cielo tra le geometrie bianche segnate dai muretti a secco.

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Ecco gli ulivi, i loro grovigli secolari
La masseria di Paolo la raggiungiamo facilmente, poco oltre Gioia. Conditio sine qua non d’ogni vignaiolo cui abbiamo fatto visita è che al telefono siano difficilmente raggiungibili, che intorno alla loro azienda si crei un campo magico che salvo rare occasioni lascia fuori la possibilità di comunicare agevolmente attraverso telefonini di nuova o di vecchia generazione. Così rimaniamo fuori, in attesa che venga qualcuno ad aprirci; di fronte le due possenti colonne che circoscrivono il cancello storico. Filippo e Perniola, un nome è inciso a scalpello sul marmo di due lastre incastonate nel tufo giallo.
Il caldo è forte ma soffia un vento che cominciamo a riconoscere, fresco ci accompagnerà giù fino al Salento.
La strada che da qui porta alla masseria è lunga, quasi si stenta a vedere il caseggiato. È solcata a metà da una ferita profonda, l’A14 che scorre stranamente silenziosa sotto il livello della strada sterrata.
Svariati tentativi di farci sentire hanno finalmente esito, il telefono squilla.
Paolo e Rosanna ci accolgono con calore. Sono anni che ci invitano alla visita e siamo riusciti a mantenere la promessa. Prima o poi arriveremo.
È un posto che mozza il fiato, Puglia pura, tufo e pietre su terra rossissima come ruggine, panorami ampissimi, ogni tipo di albero da frutta. Fichi, gelsi rosa, susini, mandorli, noci, peschi, viti, ulivi, peri. Recchia falz. Sembra esserci tutto. Il tempo dell’arrivo è già fitto di racconti e di storie del secolo scorso e di quello prima. Ci imponiamo di interrompere domande e risposte per non dispiegare duecento anni di vicissitudini familiari nell’arco di pochi minuti.
Paolo e Rosanna ci scortano fino al nostro alloggio, un appartamento delicato ricavato da una casetta dei lavoratori di un tempo, attigua al vecchio pollaio, quello che oggi è il piccolo ufficio di Paolo.

Siamo qui e portiamo tempesta
Una grande finestra si sporge sulle vigne. È una meraviglia.
La siccità che si protrae da mesi si interrompe al nostro arrivo. Improvvisa, inattesa, una pioggia burrascosa piomba persistente su tutto, buio e silenzio, la luce che va via. È un inizio surreale. L’acqua viene giù forte e così i tuoni e i lampi, vicinissimi. La temperatura scende, scongiurato il pericolo di grandinate violente guardiamo queste vigne rinfrancarsi. Il maltempo passa nell’arco di una notte e lascia la terra rossa più soffice. La superficie fogliare delle viti oggi è finalmente ampissima, alta, aperta. Respiro.
Le vigne di Paolo circondano la masseria, la cantina affaccia sul medesimo patio. La storia dei suoi vini si svolge e ha genesi qui, intorno al suo nucleo: la casa familiare.Vigne e spazi rispecchiano il rigore chirurgico di Paolo, vigono ordine, compostezza, cura e studio. Ogni cosa ha un suo posto e un suo motivo d’essere, anche i pantaloncini bianchi con lo stemma della Bari che Paolo indossa.
Soltanto la riserva del Primitivo è decentrata e occorre prendere la macchina per visitarla. L’allevamento ad alberello del vigneto, le piante da frutta che si insidiano tra le viti e il luogo recondito in cui tutto questo è celato fanno sembrare questo posto il cuore selvatico di Paolo, il suo lato meno domestico. La cantina è ordinata, moderna, essenziale. Tanto acciaio, pochissimo legno e temperature controllate al bisogno. Pigiadiraspatrice, torchio tradizionale da cinque quintali con gabbia in legno, macerazioni brevi e medio brevi, mai più di dieci, quindici giorni. Filtrazioni statiche e dinamiche per permanenza e decantazione naturale in vari passaggi di cisterna nel corso degli anni. I vini della Tenuta Patruno Perniola esprimono al meglio uno dei terroir più interessati e vocati della viticoltura italiana. Cinque tipi di Primitivo di Gioia del Colle (tre igt Puglia e due doc Gioia del Colle). Tra tutti piace segnalare il Gioia del Colle Primitivo doc Marzagaglia 2011. Ne abbiamo fatto assaggio più volte. Un gran bel vino, piacevole e complesso. Da bere con amici e piatti importanti. Fiori e frutta rossa, spezie e sentori vellutati. Marzagaglia è la contrada in cui è sita l’azienda, il nome fa riferimento ad un episodio dei primi anni del ‘900. Era il 1° luglio del 1920 e vennero uccisi sei braccianti dai fucili di tre possidenti terrieri. Ritorsione contro le agitazioni dei lavoratori. La vicenda passò alla storia come Eccidio di Marzagaglia.
Paolo fa un solo bianco, dai riflessi verdolini, un migliaio di bottiglie di Verdeca. Un vitigno autoctono interessante, di buona beva, a cui è affezionato perché ricorda il vino che bevevano i nonni prima dei pasti, al modo di aperitivo.
La cortesia di Paolo e di Rossana è d’altri tempi e altre latitudini. Gesti a cui non si è abituati. Avrebbero desiderio di farci scoprire ogni angolo di questo paradiso enorme ma il tempo è breve, rinunciamo a conoscere bellezze storiche e architettoniche per buttarci nell’universo comune che è il piacere di cibarsi e assaggiare. Caseifici, macellerie, bracerie e un incessabile assaggiare tutto.

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Torniamo al viaggio, ultima meta prima del ritorno.
Melania ci aspetta a Minervino di Lecce, oltre Otranto, prima di Porto Badisco.
Entrare in Salento impone di partecipare a una grande quadriglia affollata e fluida, a un movimento continuo avanti e indietro imposto dalla natura geomorfica del territorio, longitudinale e stretta come può essere lo stiletto di questo stivale. Ci facciamo coinvolgere nella danza, c’è solo da tuffarsi e andare, non ha senso scegliere, spiagge e scogliere, tramontana e maestrale, paranza e ricci, frittata di maccheroni e pizza rustica. Para todos todo. Il Salento è questo continuo fluire di persone e storie, luminarie accese di sera che circoscrivono lo sguardo, piazze straripanti di facce e di voci, la cassa armonica al centro che si riempie, la Banda che prende posto. Grancassa, piatti, trombe e poi si parte: musica, danze, canti, lotta. Con consapevolezza. Corigliano d’Otranto la notte di San Nicola diventa un corpo solo, un’onda morbida, cafoni e bambini, corpulente signore, noi, giovanotti con la Peroni in mano, sindache No Tap.

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Pellegrini
Italia. È questo patrimonio incontenibile. Il viaggio di ritorno è una saetta, dritta, due sole tappe. Parenti strettissimi a Martina Franca e la casa radice di Mattia Pellegrini nei pressi di Lucca, la chiusura di cui abbiamo bisogno. Nelle orecchie il fracasso del cuore, un rimbombo amoroso per tutto quanto abbiamo incontrato. Sul palco c’è Jehnny Beth di Savages canta Song to the siren, da lì prende a fluttuare, il pubblico sorregge il suo passo. Sembra un volo, mani strette ai polpacci, ai talloni, alle cosce, mani nelle mani. Pellegrinare l’Italia ha qualcosa di quel tuffo vellutato tra persone.
Hear me sing: Swim to me, swim to me, let me enfold you.
Here I am. Here I am, waiting to hold you.

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La Pergola
Via Giuseppe Garibaldi, 22,Radicondoli (SI)
lapergoladiradicondoli.it

Sàgona
Sàgona, 52024
Loro Ciuffenna (AR)
sagona.it

Soc. Agr. Fiore – Podere San Biagio
c.da San Biagio, Controguerra (TE)
fiorepoderesanbiagio.it

Tenuta Patruno Perniola
Contrada Marzagaglia 2603
Gioia del Colle (BA)
tenutapatrunoperniola.it

 

 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 06
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per continuare la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org
o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

Last modified: 25 aprile 2018

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