Locride Magna Grecia. Cantine Lucà | di Laura M. Alemagna e Paolo Bellati #almanacco 03

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L’Almanacco de La Terra Trema, Inverno 2016 
LOCRIDE MAGNA GRECIA
Alle radici della domesticazione della vite con Santino Lucà (e Orlando Sculli)
Un territorio unico per vitigni e storia nel quale si annusa e si assapora cultura contadina autentica

di Laura M. Alemagna e Paolo Bellati
fotografie di Laura M. Alemagna

Da un po’ ci dicevamo: andiamo in Calabria. Negli anni, i vignaioli che abbiamo incontrato e conosciuto con La Terra Trema sono stati tanti. Un gruppo giovane che ha intrapreso un bel percorso in un territorio con un patrimonio culturale, storico e agricolo smisurato.
Da sud a sud.
Partiamo dalla Sicilia ionica, da Catania. Un’ora, traghetto incluso, e siamo a Reggio Calabria.
Da lì, percorrendo la punta dello stivale, in due ore arriviamo a Bianco, Locride.
Il viaggio è affascinante, il paesaggio potente e contradditorio.
Il blu del mare ci cinge a destra, l’Etna per un tratto ci accompagna; Reggio e la sua periferia sono un monumento eretto all’incompiuto calabrese, ferri della speranza svettano coi loro tondini dai pilastri dei solai di case mai finite ma già abitate. 
Oltre è un susseguirsi di località marittime. Melito, Bova Marina, Palizzi, Brancaleone, Marinella, più andiamo avanti più la voglia di tuffarsi in quel mare immenso si fa insistente. Bisogna andare però, maldestri e capaci di perderci infinite volte siamo quasi in ritardo e il tempo a disposizione è già poco.
L’appuntamento a Bianco è con Santino di Cantine Lucà.
Santino ci aspetta nel suo punto vendita di vino sfuso e in bottiglia, tutto è nuovo, appena inaugurato.
È sempre straniante rivedere “i nostri vignaioli” a casa loro: nell’immediato il ricordo va alla condivisione di emozioni nel pieno della fiera feroce metropolitana e frenetica, subito dopo ci si proietta a centinaia di chilometri da quel ricordo, qui.
Ci abbracciamo. Saliamo nell’auto di Santino per dirigerci verso le campagne. Santino ci indica su una mappa del territorio posta sul ciglio della statale la postazione delle sue vigne: la minuscola Doc Greco di Bianco (che comprende solo il comune di Bianco e una piccola parte del comune di Casignana), ma soprattutto, ci racconta agitando le mani, l’estensione vitata erosa col passare del tempo: Qua un tempo c’era una vigna, ora è una vigna abbandonata; qua, quando ero ragazzino io, era tutto vigne e agrumeti, ora è incolto; qua hanno espiantato le viti per farci un campo di bergamotto
Il bergamotto, ci racconta, è un antichissimo agrume fortemente localizzato in queste zone, dire tipico è poco, il 90% della produzione mondiale arriva dalla Calabria, dove resa e qualità sono le migliori! Quasi tutto prodotto nella provincia di Reggio Calabria nella parte che si affaccia al Mar Jonio. è un agrume di cui si sa ancora poco (per esempio non si conosce la sua genesi botanica) e che si adatta difficilmente fuori da questo territorio. Oltre alle industrie di bevande, dei dolci e delle essenze, negli ultimi anni anche l’industria farmaceutica sta investendo molto nella ricerca e nella produzione di questa pianta da frutto che sembra avere numerose proprietà curative. Certo la valorizzazione e la ricerca intorno a un frutto che ha delle ottime potenzialità agronome, gastronomiche e curative sono ben viste, anzi auspicabili; il problema è l’oligopolio che si sta consolidando e l’estirpazione di una coltura produttiva con storia millenaria a discapito di un’altra. Non c’è un incentivo al recupero dell’incolto, dell’improduttivo, ma c’è da parte delle istituzioni un abbandono e mancato supporto alla millenaria e storica cultura vitivinicola di questo territorio, nonostante alcuni eroici vignaioli stiano facendo e sviluppando dei vini con dei bei riconoscimenti in giro per l’Italia. 
Ci inoltriamo nella campagna selvaggia e sconfinata e i racconti di Santino si snodano tra le strade sterrate.
Il nonno di Santino ha iniziato ha coltivare l’uva facendo vino sfuso. Il padre è entrato in una cooperativa con altre quindici piccole aziende locali conferendo lì tutte le uve. Negli anni Ottanta la cooperativa è fallita, a quel punto Santino e suo fratello hanno iniziato a produrre vino con la propria etichetta.
Nel territorio ci sono circa venti aziende, la metà di queste vende il vino sfuso e uve ad altre cantine, l’altra metà esce con le proprie etichette, ma non tutte hanno la cantina.
Arriviamo in campagna, bella, distante dal centro abitato. Il terreno è argilloso calcareo e ha un colore lunare. I campi sono infestati da piante di liquirizia. Qui Santino ha parte dei suoi ulivi, ulivi secolari, varietà Geracese, di proprietà. L’olio biologico certificato lo conferisce tutto a una cooperativa sociale. Apriamo una bella discussione a questo proposito e cerchiamo di spingere Santino a provare con una propria etichetta. In questa campagna convivono anche circa un ettaro di Nerello Calabrese e due di Greco di Bianco. In totale Santino possiede 15 ettari vitati, 10 ettari di olivi, un ettaro a bergamotto e un paio di ettari a seminativi (per lo più grano).  Quest’anno la zona è stata colpita in modo serio dall’oidio (infezione fungina, tra le più gravi che possono colpire la vite) e purtroppo anche i vigneti di Santino non sono stati risparmiati nonostante i trattamenti a base di zolfo. Dovrà fare un bel lavoro di selezione al momento della raccolta, selezione che ha già fatto più volte tra i filari togliendo i grappoli malati. Lavorare in campagna ti mette di fronte anche a questi problemi, soprattutto se si fa un tipo di agricoltura, come quella di Cantine Lucà, che non contempla l’utilizzo di prodotti di sintesi.
Ci dirigiamo verso casa di Santino. Il paesaggio è sconfinato, si alternano vigneti ordinati, in produzione, a vigneti abbandonati, campi incolti, uliveti secolari, nuovi impianti di bergamotto e mini porzioni storiche con viti ad alberello, alberi da frutto, ulivi e piccoli orti.

Oltre il mare, la Libia
La casa di Santino è in una posizione splendida, attorniata da altri vigneti di Greco B di sua proprietà. Dalla terrazza di casa lo sguardo si perde tra colline, campi coltivati, boschi, l’azzurro del cielo e il blu del mare, a pochi chilometri in linea d’aria, la vista si estende senza fine. Ad attenderci ci sono una bellissima Matilde e Candia, moglie di Santino, che ha preparato un pranzo che ci fa sentire a casa. Santino apre una bottiglia di Marasà 2013 (nerello calabrese 80% e gaglioppo 20%): strepitoso, con capocollo e soppressata ricavati dai suoi maiali, la pasta al sugo, la carne con le carote, i peperoni con le patate e il formaggio di capra (le verdure sono del suo orto). Dopo il bel pranzo e le belle chiacchiere scendiamo in cantina. Tra cantina e casa incontriamo i maiali per consumo interno (i classici Middle White e i Neri di Calabria) e un bell’allevamento di capre Aspromontane.
La cantina dell’azienda è attrezzata ma spartana. Niente effetti speciali e soluzioni architettoniche e tecnologiche alla moda. Qui si vinificano quattro tipologie di vino.
Il vino emblema dell’azienda e con una storia interessantissima da indagare e valorizzare è il Greco di Bianco Doc. Vino passito da uve di Greco B.
Il Greco B di Bianco è un vitigno molto antico (alcuni ritengono che sia il vitigno più antico d’Italia), rintracciabile solo in questa piccola porzione di territorio, una tipicità. Il grappolo è molto allungato con acini rotondi, piccoli e radi. L’allevamento dei vigneti di Lucà sono a spalliera con tralci che superano anche i sette metri, il Greco B di Bianco ha bisogno di potature lunghe, è una pianta che produce dalla terza-quarta gemma in poi. Santino raccoglie a metà settembre i grappoli che mette sui graticci all’aria aperta davanti alla cantina per dieci giorni. Seguono diraspamento e pressatura soffice. La vinificazione avviene in acciaio a temperatura controllata senza lieviti selezionati aggiunti. In acciaio resta per circa otto mesi e poi segue un affinamento in botti di castagno da sette quintali per quindici mesi e altri due mesi in bottiglia. Il Greco di Bianco dell’azienda agricola Lucà è veramente un vino unico e le bottiglie a forma di anfora lo rappresentano bene. è un passito che si discosta nettamente per storia, per profumi e gusto dagli altri passiti. Assaggeremo il 2011: colore oro antico-ambrato, i profumi ricordano i fiori degli agrumi (forse il bergamotto!?), dolce, caldo. L’azienda fa un altro bianco passito con uve di mantonico, anch’esso un vitigno autoctono calabrese molto interessante. La vinificazione di questo passito è molto simile a quella seguita per il Greco di Bianco. Marasà bianco, un bianco con uve di greco B e mantonico senza appassimento e vinificato e affinato in acciaio. Questo è un vino su cui Santino sta ancora lavorando, cerca una strada che lo convinca. Marasà rosso (80% nerello calabrese e 20% gaglioppo) che abbiamo bevuto a pranzo: un gran rosso con tutta la Locride dentro. 

Siete pronti a incontrarlo?
Gli sguardi si fanno divertiti e maliziosi. A casa di Santino e Candia si fa avanti l’eventualità di far visita a un chimerico professore. Così questa sarà l’altra tappa della nostra visita.
Lui si rivela subito una persona incredibile. Un uomo che in solitaria custodisce la storia della Calabria, un ricercatore appassionato di biodiversità e di sicuro un paladino consacrato alla difesa di quel patrimonio inestimabile che ha raccolto. Orlando Sculli, il professore, è nato a Ferruzzano, poco distante da Bianco, abita a Brancaleone, ha un vigneto che è scrigno, giardino segreto della viticoltura e della storia della Locride. In meno di un ettaro ha trapiantato quasi trecento varietà di vite raccolte e recuperate in loco. Il dna di 253 viti presenti in questo vigneto-miscuglio sono state analizzate dal Centro Sperimentale e di Ricerca di Turi. Sessantanove di questi dna sono risultati unici. Varietà uniche che dimostrano e confermano la ricchezza di biodiversità vitivinicola presente in questo territorio. Un territorio con una storia fortemente legata alla domesticazione della vite. Lo dimostrano non solo le centinaia di varietà di vite catalogate e analizzate, ma anche i seicento palmenti preellenici e della Magna Grecia ritrovati (di cui 137 censiti e catalogati) dal professore in quest’area (1).  
I palmenti sono composti da due vasche scavate nella roccia arenaria, una superiore e una inferiore, collegate da un foro. Anticamente utilizzati per pigiare l’uva e ottenere il mosto da cui ricavare il vino, qualcuno con tecniche simili a quelle antiche li ha utilizzati fino agli anni Cinquanta. Oggi i palmenti in parte sono patrimoni nascosti dalla vegetazione, tra un campo e l’altro, in parte distrutti dal tempo e dall’uomo, alcuni sacrificati per il passaggio di strade, per non avere ostacoli nei campi da coltivare o usati come abbeveratoi per gli animali (2). 
Orlando Sculli è un fiume in piena, racconta inarrestabile ognuna delle meraviglie di cui siamo circondati, la voce è abituata allo scambio e alla lezione, noi lo seguiamo e ci sentiamo ancora studenti, sorridiamo nel ritrovarci lì tra quelle campagne. Le mani sono blu di piante tintorie, lui corre, si arrampica, racconta con la voce sottile. Il suo giardino, un patrimonio inaspettato e recondito, è un ricordo che ci porteremo dietro. È palese che quella porzione di territorio sia vulcano attivo, cultura materiale che ha preso spazio e messo radici, tra varietà di melanzane antiche, moltitudini di fichi d’india d’ogni specie, germogli, arbusti e quelle vigne così scrupolosamente catalogate.
Sculli, Candia, Santino portano dentro un potenziale enorme, un sapere stratificato e potente che non esitano a condividere. Una ricchezza che si avvalora della ricchezza del territorio.
Lasciamo la Locride a malincuore, salutiamo Candia e Santino, teneri baci per Francesco, Chiara e Matilde, seguiti da una miriade di minuscoli gatti. Un pezzo in più si aggiunge nella nostra cognizione di Calabria.

La Terra Trema è una bellissima manifestazione. Vi devo fare i complimenti. La differenza rispetto a tutte le altre manifestazioni che mi è capitato di fare e frequentare è la qualità delle persone che là entrano. Non vengono solo a bere, anzi vengono perché sono appassionati e poi ci sono tanti ristoratori ed enoteche che vengono per trovare i vini per i propri locali.

Note
1 Orlando Sculli, I vitigni autoctoni della Locride, 2004 Rubbettino Editore
2 Orlando Sculli, I Palmenti di Ferruzzano – Archeologia del vino e testimonianze di cultura materiale in un territorio della Calabria Meridionale, 2002 Ediz. Palazzo Spinelli 
Cantine Lucà
Via Marchese 34,
Bianco (RC)
www.cantineluca.it

 

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n. 03
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
Per continuare la lettura di questo e dei prossimi numeri de L’Almanacco potete scrivere a info@laterratrema.org o cercare la vostra copia in uno di questi nodi di distribuzione autogestititi dai sostenitori.

 

 

Il Giardino di Orlando

 

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Last modified: 16 ottobre 2017

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