Esiti. Dalla tre giorni e oltre | La Terra Trema 2016

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ESITI. Dalla tre giorni e oltre.
Potenzialità esplicite di questo percorso tra terra, cibi e vini, movimenti e lotte, territori e consapevolezza.

Sono passati alcuni mesi dalla nona edizione. La notte di chiusura saltavano all’occhio i numeri, le presenze: oltre 7 mila le persone che avevano attraversato la manifestazione nel corso dei tre giorni.
La sensazione importante di una conquista enorme per la natura multiforme di quel pubblico partecipante: dentro e fuori il mondo del vino, moltissimo e pochissimo nel settore, consumati assaggiatori, palati più imberbi, curiosità enorme, cognizione di causa e smisurata attenzione per l’agricoltura reale dei cibi e dei vini, per il lavoro di territorio di quel centinaio e più di produttrici e produttori invitati, per le realtà di diversa natura su cui si sono imbastiti gli incontri (quelle in contrasto a caporalato e bracciantato in primis).
Fa piacere per questo definire La Terra Trema anche festa, fiera contadina e festa popolare. Pieno manifestarsi di cultura materiale, di un quotidiano agire, lavorare, rimuginare che si condensa e nella tre giorni gioisce.
Celebrazione materiale, non adorazione di dèi, non religiosa devozione, ma confronto orizzontale di persone, tra reciprocità e scambio. Dialogare, contrattare, toccarsi, guardarsi, saggiarsi, annusarsi.

La Terra Trema è una matassa di linee che compone quel disegno amanuense che siamo.

Fughe, incroci, linee – che divergono pure – una progettualità complessa, stratificata (ancora poco indagata) che da un decennio si svolge, si attiva, attiva in autogestione assoluta. Questa autonomia da finanze, da dottrine politiche, dalle maglie delle reti istituzionali, di fatto la rivendica nel momento in cui è concreta, svolta, davanti agli occhi, mettendo in campo competenze tecniche, cognitive, risultati di livello; attivando economie vastissime; facendosi avamposto metropolitano per le storie dei territori in resistenza che al progetto partecipano; fautrice di eccezionali trasformazioni sociali, economiche, culturali; riflessione aperta sulle infinite declinazioni del produrre e consumare cibo in Italia e fuori.

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Nel corso di questa edizione si sono avvicendate centinaia di storie, una marea narrativa perpetua che speriamo sia stata assordante fuori dalle nostre mura.
Rimane da soffermarsi su considerazioni e questioni emerse in quei giorni.
Tra tutte. Le derive sommerse del lavoro in agricoltura, uno stato delle cose che a oggi porta l’Italia se non a parlare comunque a dimostrarsi – ancora – terreno di schiavismo e sfruttamento.
L’incontro con le realtà pugliesi e lucane che contrastano il caporalato non ha fatto altro che mettere in chiaro questo, là dove ci fosse ancora da ostinarsi a non capire. C’è una agricoltura bardata tricolore che uccide, sopprime, umilia, che lucra sulla pelle di migranti e non solo, che fagocita e rigurgita schiere di vite umane. E “la raccolta” sfinente e assassina è la punta dell’iceberg. Sotto il quale c’è un modello produttivo infame, modalità di distribuzione e commercializzazione aliene a ogni logica se non a quella del profitto.

Nell’Italia della produzione di qualità, dei successi di Expo, dei nomi che tuonano universalmente di rinomati chef, di vini, cibi e cucina proposti a emblema, c’è ancora una materia prima che costa sangue, c’è un mondo parallelo abitato e brulicante che raccoglie e smista pagando sangue, guadagnando niente.

C’è una questione di mercato, di profitto e c’è una questione di responsabilità troppo velocemente rigettata su agromafie e caporali e meno concentrata sui corridoi visibili, quelli percorsi dai grandi mercati – grande distribuzione organizzata compresa – che smistano, gestiscono, determinano i numeri e le destinazioni per prodotti che puntualmente capitano sulle nostre tavole. Vale a dire. Non è narcotraffico, non passa per mercati illegali o per lo spaccio tra i vicoli.

E non si ferma, subentra nelle vite e nella sorte dell’agricoltura tutta, nei dettami monopolistici della produzione e della distribuzione, nel perpetrare il ricatto su vendite e acquisti, nello strozzinaggio del prezzo al dettaglio, al quintale, alla cassa, al bancale.

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Considerare questo dunque; se cibarsi, mangiare, degustare, cucinare, bere, se questo grande ambito – per forza di cose quotidiano – è realmente atto politico, se è cultura materiale sotto occhi e nasi, in bocca. Fare altrimenti e bloccare le fauci aperte della mercificazione atroce del cibo, farlo nelle cucine, in quelle altre, popolari, in quelle domestiche e familiari, nelle cucine dell’alta ristorazione, nei luoghi del commercio.
Molto sta accadendo. Un forte contrappunto, tra consapevolezza e agire, che si muove e bene si diffonde in Italia e oltre. Negli spazi dell’autogestione, nell’autorganizzazione cittadina e contadina, nella volontà di farsi limite e ostacolo insormontabile contro il mercato della massima resa, dell’industrializzazione arida, omicida. Un farsi onda che travolge, con miriadi di altri flutti e frangenti. Un convergere e aggrovigliarsi di linee nella matassa speriamo sempre più viluppo, glorioso intrico riottoso.

Laura M. Alemagna

Da L’Almanacco de La Terra Trema. Vini, cibi, cultura materiale n.00
16 pagine | 24x34cm | Carta cyclus offset riciclata gr 100 | 2 colori
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Last modified: 25 Aprile 2018

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